Bisognerebbe averlo o trovarlo il coraggio di mettersi in disparte poiché è impossibile andarsene da questo mondo osceno, popolato di canaglie … un mondo in cui l’arrembaggio, l’appropriazione indebita, sono la normalità.

Andare via da qui e cercare altrove la felicità se mai dovesse esistere, averne anche voglia di felicità, in caso rubarla, sottrarla a chi la detiene senza amore, e poterla accendere con un po’ di ironia, con un prospero d’ironia, quando la brutale volgarità degli altri stringe in gola.

All’impiedi davanti a una finestra, vedo il vento piegare l’erba alta e  alberi alti, disposti su due file lungo una strada che si perde negli occhi assieme alle immagini di sogni perduti.

Mi guardo intorno, sto esattamente in mezzo a gente che è morta affondata, annegata nelle preoccupazioni di quattrini, ignorando la propria esistenza.

Ignoro. Da vocabolario: che non sa, che non conosce …

“ Qui addit scientiam, addit et dolorem “ chi sa, si procura solo che guai … Io per ciò e per salvarmi, non so niente, l’unica cosa da fare quando ci ci trova davanti a una canaglia o un manipolatore, è di non sapere assolutamente nulla, e questa mattina mi sento  un osso di seppia.

A volte penso che questa esistenza altro non sia che un’illusione, una costruzione continua dell’immaginario e che porta in concreto all’inesistente.

Questo pensiero nel tempo mio non mi ha fatto sentire solo, mi faceva sentire facente parte di un qualcosa, fosse anche un pensiero, a cui spesso sono andato ed era sempre una vita diversa.

La solitudine che ho addosso come un vestito, non mi ha mai spaventato, e il non averla mai temuta  dato una significativa svolta alla mia vita … ho davanti a me una nuova se pur vaga speranza!

Ma tu, tu non stancarti mai di aspettarmi, cercami dai tuoi mutevoli ovunque.

Cercami nei tuoi sogni ma di più nel tuo malinconico silenzio, non andar mai via dalla mia vita

Sed tu me exspectans non piget, mutatis me locis quaere.

Vide me in somniis tuis, sed magis in silentio melancholico tuo, numquam a vita mea recedens”

Quante volte te l’ho detto, perfino in piccoli ritagli di carta, infilati ovunque nelle crepe dei muri, della nostra stessa esistenza!

E mi pareva che la notte davanti a uno schermo di computer si facesse quieta intorno al mio perdermi e ritrovarmi in mondi paralleli accompagnato dalle note di una canzone che conosco a memoria.

E’ un ritrovarmi fra le parole e verbi che mi apparivano come fantasmi. Quieta persino e clemente intorno al gridare dell’anima, lassù nei cieli alti ove vagano le parole in attesa di essere usate.

Poi la vidi, lei, appoggiata con le spalle al muro confondersi con un gigantesco poster di tanti colori, nell’odore stagnante di un sigaro appoggiato sul portacenere; ne afferrai la figura, i tratti del volto sotto la fiammella di una candela che la rischiarava come una luna distante, irraggiungibile.

Sorrideva al vuoto attorno a me, e mi sembrò bellissima, e quando mi disse “ Ciao, ti amo”, ma col tono con cui ci si rivolge a un bambino sconosciuto, dovetti trattenermi per non correre a rifugiarmi tra le sue braccia, e anchio risposi “Ciao … anchio ti amo” come se una immane distanza ci separasse.

Dopo un sogno o una visione così avevo la mente rasa al suolo, la memoria bruciata, gli aspetti incapaci di darmi la sua fisionomia, cercavo di riemergere accanto a lei … quando mi chiese:

< Come ti chiami ? >

Glielo dissi. Le dissi quel nome con cui mi aveva chiamato sin dal primo momento, invocato infinite volte, con cui si era innamorata nella mente, nell’anima, di quel nome.

< Sei un bell’uomo. Avvicinati.>

Andai vicino fino a sentire il suo profumo sulla mia faccia.

< Di chi sei l’amore?>

Sollevò la mano e me la passò sui capelli. Poi mi trovai stretto  nel suo abbraccio.

Quella notte seppi quanto amore era andato perduto, mi ritrovai dentro una visione che mi levò il sonno. Ero nel buio più fondo a ridosso di un muro malato che fiancheggiava una strada solitaria, con chiazze sparse di luce lunare, fra mucchi di macerie e rifiuti, una strada morta, un sotterraneo del mondo da cui ho sempre voluto fuggire, che si specchiava nelle stelle lontane dalle mie mani, dai miei occhi … una voce antica, fredda , mi chiese: vorresti un’altra vita?

L’alba mi sorprese impiedi dietro i vetri con un caffè bollente e un sigaro ho pensato: è stata una notte stravolgente, ricca di antiche profezie un < rendez-vous > con la vita!

 

 

Vincenzo Calafiore

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