Domani 31 luglio a Pizzo, ore 19, Castello Murat, presentazione dell’ultimo romanzo di Santo Gioffrè, Fadia. L’opera sta riscuotendo una grande attenzione a livello nazionale. Dalla sua uscita sono state fatte 70 presentazioni in tutta Italia, da Reggio a Milano passando per Roma.
La presentazione del libro è patrocinata dall’Amministrazione comunale di Pizzo. Sono previsti i saluti del sindaco Sergio Pititto. A seguire il dialogo tra lo scrittore, Domenico Sorace e l’autore di questo microsaggio. Conclude la presentazione il prof. Saverio Di Bella (storico ed ex senatore).
In Fadia è possibile identificare degli elementi che riconducono alla storia biografica dell’autore, Santo Gioffrè. Alla contrazione della temporalità storica corrisponde una dilatazione degli orizzonti geografici, geopolitici, culturali e spirituali tra due mondi: quello occidentale in decadenza e quello orientale che ancora conserva il grande patrimonio dei valori della civiltà greco-bizantina. In questa visione ad ampio spettro si restringe il fuoco della narrazione fino a far corrispondere la storia dei protagonisti con l’esperienza esistenziale dello scrittore.
Dopo l’importante stagione del romanzo storico, Santo Gioffrè ha voluto misurarsi con una scrittura innovativa e ha sentito la necessità di travasare la sua personale sensibilità in modo più diretto, con un suo mondo utopico, in contrapposizione al mondo attuale diventato inabitabile, un “nonluogo”.
Sotto questo profilo Fadia può essere considerata come un testamento spirituale.
Santo Gioffrè è uno scrittore che si è distinto a livello nazionale nel genere del romanzo storico. La sua notorietà è dovuta in particolare al libro “Artemisia Sanchez” diventato una fiction televisiva di successo per RAI Uno (2008). Durante gli anni, questa sua passione (che ha coltivato insieme alla sua attività professionale di medico) diversi sono stati i romanzi scritti, rievocando vicende con al centro la storia di Seminara (luogo di origine) e personaggi che sono stati protagonisti in diversi periodi storici, come Leonzio Pilato, nell’omonimo romanzo, primo traduttore dell’Iliade e dell’Odissea dal greco in latino (XIV secolo), o il gran capiran Consalvo de Cordoba (protagonista de “Il Gran Capitan e il mistero della Madonna Nera, 2014), duca di Terranova e il più importante capitano dell’esercito spagnolo a cavallo tra la fine del XV secolo e l’inizio del XVI. La sua fiorente attività di scrittore è stata contrassegnata da altri romanzi come “La terra rossa”, (2010), e “L’opera degli ulivi (2018)”.
In questo ultimo romanzo lo scrittore ha innovato il linguaggio narrativo dimostrando la capacità di far evolvere la sua scrittura sotto il profilo stilistico. In alcuni passi si evince una profondità descrittiva in cui l’evoluzione dei sentimenti e la bellezza come esperienza estetica, trovano la compiuta espressione tra forma e contenuto. Non a caso ha ricevuto due significativi premi per l’alta qualità del linguaggio narrativo come il Premio Cronin Savona 2022 e recentemente il Reggio Day (26 luglio).
L’evoluzione dello stile narrativo di Santo Gioffrè: un cofnronto con le precedenti opere
Fadia (uscito nel 2022 per i tipi di Castelvecchi, pp.140) sta riscuotendo un’attenzione sempre più crescente a livello nazionale (quasi 70 presentazioni, percorrendo da Sud a Nord l’Italia). Nel romanzo lo scrittore ha intrecciato vicende realmente vissute in prima persona. Gli episodi si riferiscono alla storia recente (circa 10 anni fa), ma lo spazio e l’orizzonte geografico e storico-culturale si apre collegando mondi lontani come la spiritualità orientale, quella che ancora si vive in Siria, in contrapposizione ai modelli occidentali. A fare da sfondo la bellezza archeologica e architettonica delle città siriane distrutte dall’Isis, ma anche il decadimento del mondo Occidentale sotto i colpi inesorabili del materialismo e del consumismo che hanno eroso la grande tradizione del patrimonio culturale e della religiosità greco-bizantina, in particolare nel Sud Italia.
Nei precedenti romanzi lo specchio dell’autore è stato la storia passata e lontana dalla espereinza diretta vissuta dallo scrittore, tranne L’opera degli ulivi che racconta una vicenda a cavallo tra il Settanta e l’Ottanta, che ha come scenario l’Università di Messina e una cruenta faida, che prefigura quella che si è consumata a Seminara in quegli anni.
In Fadia si rinnova lo stile anche se ci sono degli echi che richiamano le strutture del mito a cui lo scrittore ricorre per dare profondità alla scrittura e che rappresentano il filo che lega tutta la sua produzione narrativa. Nel romanzo si possono cogliere diversi elementi di carattere autobiografico, trasfigurati nel personaggio protagonista, Andrea Bisi. Infatti ci sono alcuni tratti che coincidono con la sua esperienza personale, a partire da quella professionale, medico specializzato in ostetricia e ginecologia. Questo elemento ha dei riflessi di carattere simbolico ed emotivo molto pregnanti. L’indagine dello scrittore non è più rivolta a personaggi vissuti in un tempo più o meno lontano e alla ricostruzione dei fatti, ma si dispiega verso se stesso attraverso l’alter ego di Andrea Bisi. E’ come se per la prima volta l’autore si volesse mettere a nudo, e si avvicina allo specchio per guardarsi più in profondità. Riprendendo uno degli aspetti che hanno caratterizzato la letteratura del Novecento, l’analisi della propria identità in crisi e la rievocazione delle esperienze esistenziali, in Fadia sono rielaborati con una nuova apertura, allargando lo sguardo, possiamo dire, ad ampio respiro. C’è sempre la storia che dilata però gli orizzonti geografici e culturali. Ma è storia recente, non ancora decantata, le cui ferite ancora sanguinano. Lo sguardo non è recluso nel luogo oscuro e inaccessibile del proprio inconscio: infatti possiamo cogliere una serie di topoi che sconfinano, che vanno oltre la storia e la cronaca, in un tempo fuori dal tempo, capace di riassumere la storia dell’umanità e di cogliere gli archetipi che si manifestano nella vicenda del protagonista. Per fare degli esempi di romanzi che hanno segnato la letteratura nel XX secolo, si pensi a La coscienza di Zeno, di Italo Svevo, scritto proprio un secolo fa, e poi un autore che ha vissuto la seconda parte della sua vita a Capo Vaticano (Calabria), lo scrittore veneto Giuseppe Berto, con Il male oscuro, pubblicato nel 1964. I protagonisti, in questo caso, sono alle prese con le proprie crisi esistenziali e cercano nella terapia psicoanalitica la soluzione con risultati alterni; esplicito sia in La coscienza di Zeno che ne Il male oscuro. Quei testi sono una sorta di memoriale in cui gli autori fanno una anatomia della propria storia interiore.
Per quanto riguarda Fadia, la storia del protagonista è in diretta corrispondenza con altri personaggi come in un specchio in cui si incrociano i destini con riflessi diversi, e lo spazio temporale, geografico ed esistenziale si dilata oltre la sfera del proprio io, e si universalizza, mettendo insieme Oriente ed Occidente, Spirito e Materia, ma anche focalizzando la storia del protagonista come una tessera di un grande mosaico il cui disegno è possibile coglierlo se si mette insieme il passato remoto con il presente, il mithos con il logos, il tempo storico con quello psicologico della durata, della memoria, della coscienza (secondo la lezione del filosofo Henry Bergson).
La storia esteriore si intreccia con quella interiore e si crea una risonanza, a tal punto da trasformare lo sguardo e la visione del mondo del protagonista. La voce narrante è onnisciente: conosce i fatti, legge i pensieri e l’animo dei personaggi, li giudica, li riflette. Questo significa che Santo Gioffré ha innovato lo stile narrativo rispetto ai precedenti romanzi, ma conserva la tecnica che ha contrassegnato la scrittura degli altri romanzi storici, perché, per sua vocazione e natura, ha bisogno di far spaziare il racconto, di dare respiro alla propria creatività e alla visione estetica della vita e della storia. Infatti possiamo osservare uno squarcio nel tempo sconfinato della spiritualità, della bellezza e del sogno, ma nello stesso tempo nella carne viva della storia attuale che fa scorrere il sangue sia quello dell’amore che quello della violenza, del dolore, della crudeltà, della sofferenza degli uomini, trasformando la materia dei fatti come l’argilla nelle mani del vasaio, che è la funzione della scrittura e della letteratura come spiega il premio Nobel per la letteratura 2010, Mario Vargas Lliosa: “E perché un mondo senza letteratura si trasformerebbe in un mondo senza desideri né ideali, né disobbedienza, un mondo di automi privati di ciò che rende umano un essere umano: la capacità di uscire da se stessi e trasformarsi in altro, in altri, modellati dall’argilla dei nostri sogni.” (Elogio della lettura e della finzione, 2011).
Il cuore e la grotta: nuclei simbolici che irradiano la visione interiore, esistenziale e geopolitica
Quello che compie Santo Gioffré è un viaggio dentro la storia dei sentimenti che si impastano di fuoco e di acqua. Vi troviamo l’universo delle emozioni che hanno contrassegnato l’umanità, ma anche l’unicità delle esperienze, scandita dalla casualità e da un disegno misterioso che agisce invisibile, come il caso nei processi evolutivi, che domina le azioni in una catena indefinita e indeterminata (come accade con la Fisica dei Quanti nell’ambito scientifico).
Nel romanzo si possono identificare i due fondamentali nuclei narrativi: il cuore e la grotta e assumono una forte valenza simbolica. Questi elementi o organismi antropologici, creano una struttura ciclica come il tempo della memoria e del mito, a partire dal primo capitolo, che assume la funzione di prologo e che si incatena all’epilogo. C’è una centralità, possiamo definirla, anatomica. Tutto parte dal “cuore e ritorna al cuore”: inizio e fine si congiungono creando quella che abbiamo definito la circolarità della struttura.
Il cuore è la sede, nell’immaginario collettivo, dei sentimenti, dell’amore, il centro pulsante che dà l’ossigeno alle cellule: è l’organo che ci fa respirare, che ci dona l’alito vitale (respiro, anemos, pneuma, psiché).
La storia inizia e si sviluppa da un arresto cardiaco, in un passaggio drammatico dalla vita alla morte e da questa al ritorno alla vita (I cuori non sanno vivere nella doppiezza! esclama il protagonista, rievocando il viaggio che compie nel mondo dell’Ade). Da questo arresto si compie un viaggio nella dimensione ultramondana con un Cavaliere che, al pari di Caron demonio, indica la sede che devono occupare le anime dannate. E qui l’autore può liberare la sua fantasia con una riflessione esistenziale sul mondo e sulla vita, ma anche rappresenta un viaggio dentro la propria psiche, in cui appare una donna che lo attrae e lo seduce (Mi ritrovai accanto una bellissima donna, dai lineamenti arcuati e la pelle lucente. La sua era una bellezza antica, oppure c’era in lei qualcosa di irrisolto… Forse l’avevo incontrata nei tempi della mia vita passata. Lei già pallida e distratta, m’incantò, proprio sulla soglia della morte. pp 10-11). Lo scrittore descrive la passione che si scatena finché la donna non si accorge che il cuore di Bisi è freddo, e si allontana con disprezzo (Mi possedette a suo piacimento, ma quando toccò il petto dove doveva pulsare la vita, di colpo fermò quella danza frenetica d’amore. Non percepì i battiti del mio cuore. Si ritrasse immediatamente e mi scrutò con occhio malevolo. – Come sono vili gli uomini. Pag. 12).
Ancora più avanti, il Cavaliere confessa: Mi chiedono di vegliare sulle anime erranti… Ma qualcuno giunge qua e viene richiamato indietro intralciano il tempo del mio lavoro. pag 14). Il richiamo a Dante, all’Inferno, alla discesa agli inferi di Beatrice per permettere a Dante di poter attraversare il regno dei dannati e raggiungere il Paradiso, è immediato. Ma è anche la discesa agli inferi di Orfeo per riportare in vita Euridice.
Alla domanda se abbia saputo amare Bisi risponde: “Certo che ho saputo amare, tanto da consumare il mio cuore perché nessun amore morisse, mai, di dolore” (pag. 14). E qui viene evocata la donna fatale, Fadia. E inizia la rievocazione della sua vita.
La discesa nell’Ade finisce grazie all’intervento dei dottori; ma l’Ade ritorna, quando inizia il racconto della sua vita a partire dalla sua infausta nascita, figlio della violenza carnale, di uno stupro, della prepotenza dei signori nei confronti delle serve. Da questi rapporti nasce Andrea Bisi, che è costretto a subire umiliazioni, ad essere un emarginato, un mulo, come veniva stigmatizzato. Diventa un pecoraio e vive tra gli elementi della natura quasi allo stato brado, fin quando non scopre una grotta, che diventa la sua casa, il suo rifugio, il luogo fuori dal mondo che lo proietta lontano attraverso la visione di una misteriosa immagine.
In questo percorso di iniziazione e di crescita, incontra una guida, il professor Neri, che lo inizia all’amore verso la conoscenza e il filo che lega questo travasamento verso la conoscenza, inizia con la parola Ade. Andrea cerca un riscatto attraverso la cultura. Nell’incontro con il professor Neri scopre lo Stabat Mater di Pergolesi, la storia d’amore tra il compositore e Anna Maria Spinelli, che diventa anche il leitmotiv della sua esistenza.
Il tema dell’amore percorre il romanzo dall’inizio alla fine. La donna che abbiamo incontrato nel sogno, rimproverava a Bisi di essere stato vile, di non aver avuto coraggio. Coraggio nella sua accezione etimologica significa proprio “agire con il cuore”. Ed è anche questo un aspetto che contrassegna la storia d’amore tra Andrea e Fadia.
Andrea Bisi rappresenta un alter ego dell’autore, e questo ultimo romanzo lo possiamo identificare come una sorta di “testamento spirituale”. Nelle altre opere l’autore si immerge nello specchio della storia, in questo invece nello specchio multiforme e indefinito dell’anima, compiendo un viaggio travagliato alla scoperta dell’amore: dall’eros, alla sensualità, al rapimento dei sensi, ma anche alla bellezza spirituale e al suo tradimento, che lo porta all’arresto cardiaco. Dalla concezione dell’amore del Dolce Stil Novo, che divinizza e spiritualizza la donna idealizzato come salvatrice dell’uomo, a quella inquieta, tormentata di Petrarca, nei confronti di Laura.
In questa ricerca ed evoluzione che Bisi compie, trova il suo affioramento già nelle parole e nella musica dello Stabat Mater, l’opera composta da Pergolesi per l’amore incompiuto con Anna Maria Spinelli. E in questo itinerario, scandito da una serie di episodi e di storie che si intrecciano come anelli concentrici, l’esperienza del protagonista è trascesa da elementi di carattere simbolico.
Qui entra in gioco una componente fondamentale della scrittura e dello stile di Santo Gioffrè, che caratterizza tutta la produzione narrativa, vale a dire la sua poetica e la visione estetica del mondo, tesa a far riaffiorare una memoria arcana rappresentata dalle impronte della civiltà magno-greca e da quella bizantina, che diventa una energia potente invisibile e che agisce in profondità, rigenerando gli archetipi. Si osserva che in questo romanzo è esplicito questo richiamo, raggiunge la sua forma più compiuta e traspare senza più lo specchio della Storia.
La corrispondenza si coglie nell’affiorare della struttura dell’inconscio collettivo, che produce un ritorno ciclico nella storia dell’umanità. Questa categoria antropologica e psichica (una sorta di memoria che il codice genetico rielabora o ricodifica nella esperienze soprattutto letterarie e artistiche), da materia invisibile si manifesta come una sorta di epifania. Nel caso di Fadia è rappresentata dalla grotta, che diventa il cuore stesso della vita del protagonista.
La grotta assume una forte connotazione simbolica generando un linguaggio che mette insieme una serie di elementi che percorrono la storia dell’umanità.
In questo senso, Fadia è un romanzo che ricodifica il mito e lo traspone in modo straordinario nella nostra realtà antropologica ed esistenziale, unendo non solo il lontano passato al presente, ma anche due mondi, quello occidentale e quello orientale. Si vive l’orizzontalità del tempo storico e la profondità del tempo spirituale.
La grotta richiama significati psicoanalitici, religiosi e filosofici. In questo campo semantico entra in gioco l’attività del protagonista, medico specializzato in Ostetricia e Ginecologia: far partorire le donne. Il richiamo all’arte maieutica alla base della filosofia socratica, il far partorire l’uomo, è emblematico. La ricerca del bene e il “conosci te stesso” che il filosofo aveva tratto dall’oracolo di Delfi, ha il suo centro simbolico nel parto: far venire alla luce ciò che è oscuro, che corrisponde al significato etimologica della parola greca aletheia: verità. Ma la grotta richiama il “mito della caverna” di Platone e rappresenta anche la nascita (si pensi al racconto evangelico), il luogo dove è stato partorito il rapporto con il trascendente, con la spiritualità religiosa bizantina attraverso l’immagine della Madonna del latte che indica maternità, e quindi anche l’utero dove si genera la vita.
L’esistenza si porta dentro, nella sua matrice originaria, il parto che è anche “porta”. La grotta come luogo dove trova rifugio di Bisi, diventa il tramite attraverso cui il concepimento del protagonista, da un atto violento, si trasforma in amore, nel vero amore, incarnato da Fadia. In questo processo evolutivo si compie la trasformazione del protagonista, la metanoia.
In questa relazione tra il lontano passato e il presente, ha un ruolo Paolo, arcivescovo di Aleppo (realmente esistito), che entra nella grotta per una fortunata coincidenza e scopre la bellezza e l’importanza simbolica di quella immagine. E’ attraverso la sua mediazione che incontra Fadia in Siria.
Il vero amore è libertà e si manifesta nelle corde non scordate del cuore, in cui l’eros, la sensualità, è dominata dalla spiritualità che oltrepassa ogni confine e si universalizza.
Il messaggio che si può trarre della storia o dalle storie che vengono raccontate, è che al centro c’è il cuore, non solo sotto il profilo anatomico e organico, ma esistenziale, perché è nel cuore che pulsa l’anima e l’amore. L’arresto cardiaco gli dà la coscienza che la sua vita senza amore, sia stata inutile, perché non ha avuto il coraggio di rinunciare alle vane ambizioni professionali. L’amore quindi è dono oltre ad essere libertà.
Perché Bisi ha rinunciato a questo grande amore? Per mancanza di coraggio o c’era un motivo più profondo? Le risposte possono essere diverse. L’impressione è che Bisi non volesse dissacrare quel sentimento assoluto, non volesse violare quel velo di sacralità. “I cuori non sanno vivere nella doppiezza, non possono tollerarla a lungo” esordisce nella pagina iniziale del I capitolo, con la certezza che l’amore di Fadia non si spegnerà mai, come quello materno: voler rinascere nel vero amore.
Un testamento spirituale di fronte al “non luogo” del mondo attuale tra utopia e non luoghi del mondo attuale
In questo solco, si dipana il racconto dove compaiono personaggi che hanno avuto una importanza decisiva nella crescita e nell’evoluzione della conoscenza e della coscienza del protagonista. L’autore quindi ci trasporta nella cruenta cronaca delle violenze e delle crudeltà compiute dall’Isis. La distruzione della bellezza di città come Palmyra, Aleppo, Maalula e altre efferatezze, causate anche dalle bombe costruite in Italia. Ma il sentimento religioso resiste nonostante questa atrocità. La descrizione è puntale, perché i fatti sono stati vissute direttamente o attraverso i racconti dei personaggi che incontra.
Attraverso questa interpretazione si può osservare che la costruzione narrativa adottata da Santo Gioffrè nei precedenti romanzi storici faceva ricorso sistematico alla funzioine estetica del mito come una sorta di controcanto ma anche di metastoria, di una conoscenza che va oltre il tempo storico per illuminare la storia segreta degli uomini, con la luce creativa dei miti in cui riflettere le passioni eterne dell’umanità.
In Fadia c’è solo un riferimento al mito di Orfeo ma non perché rinuncia al valore del linguaggio simbolico. Se si scruta in profondità abbiamo la creazione di una mitologia personale, così come hanno fatto altri autori: si pensi a Shakespeare con La Tempesta o allo stesso Pirandello con l’ultima fase creativa definita appunto dei miti, (La nuova colonia, Lazzaro e i Giganti della montagna).
È un percorso evolutivo di carattere ideale e spirituale nella visione del mondo degli autori che si interrogano esistenzialmente e filosoficamente sul senso della vita e del mondo, e quindi inevitabilmente si dà vita ad una concezione utopica (pensiamo ad esempio a Tommaso Campanella, ma anche a Platone, a Dante), non perché ci si vuole proiettare in un mondo fuori dal mondo, in un non luogo, ma perché è questo mondo che è diventato un “non luogo” (come aveva spiegato l’antropologo Marc Augè, in Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodedrnità, 1992, scomparso il 24 luglio scorso).
Sotto questo profilo è molto interessante il percorso che ha compiuto Santo Gioffrè nella sua esperienza di scrittore che si riflette attraverso i suoi romanzi nella costruzione ed elaborazione della scrittura e della struttura, a partire dal primo, Artemisia Sanchez di impianto storicista fino a questo ultimo. L’opera degli ulivi. In Faida accade un fenomeno narrativo degno di essere indagato. Qui abbiamo una dimensione spazio-temporale che se da una parte si restringe (il tempo cronologico) dall’altro invece si allarga, così come il battito del cuore (diastole e sistole) che rappresenta una chiave fortemente simbolica del romanzo, insieme all’altra immagine, la grotta.
l’altro elemento archetipipico il viaggio tra due mondi, quello occidentale e quello orientale, il cui legame è un luogo dove batte il cuore dell’autore, la Calabria, la sua terra, (che possiamo considerare nella mitologia dell’autore, l’ombelico del mondo, ricordando Ernesto De Martino: soltanto chi ha un villaggio nella memoria può vivere un’esperienza cosmopolita) in quanto ancora respira lo spirito del mondo greco-bizantino. E a coniugare queste due storie è un uomo, l’arcivescovo di Aleppo Paolo. In questa dimensione si ricodifica la storia nella sua dimensione geopolitica, e il protagonista, Andrea Bisi, compiendo questo viaggio scopre la sua anima, la sua vera patria spirituale, oltre che il vero amore, Fadia.
Nella sua produzione narrativa Santo Gioffrè compie questa parabola: la storia è attraversata con lo sguardo della sua Seminara. La scena rimane localizzata (tranne che in Leonzio Pilato che rappresenta l’anello di congiunzione tra il mondo greco-bizantino e quello latino). Quindi da una prospettiva storica lontana, man mano l’occhio dell’autore allarga e restringe la pupilla del tempo storico che va a confluire negli avvenimenti recenti.
Ci sono delle date: settembre del 2013 (pag. 133) e maggio 2015 (nota a pag. 69), 18 agosto 2015, 22 aprile 2013 (pag. 123). Lo sguardo lungo della storia si innesta su un orizzonte geopolitico che interroga il presente e il destino del mondo alla luce degli attuali avvenimenti. La sua è un’operazione visiva-contemplativa che sconfina nella dimensione spaziotemporale. La possiamo accostare alla fisica della relatività e quella quantistica, il microcosmo, le particelle elementari, e il macrocosmo, l’universo. Il micromondo dell’uomo come individuo apre le porte al mistero della materia e dei comportamenti che agiscono dentro gli atomi, ma anche nella sfera dei pensieri, dei sentimenti e come si traducono esistenzialmente nella storia.
Che cosa è successo in questi decenni nella scrittura di Santo Gioffrè? Da un lato ha indagato la storia della sua terra, a partire dal Trecento, poi ha percorso i secoli fino al presente e in questo viaggio mentre ha ristretto il tempo storico ha allargato lo sguardo geopolitico unendo Occidente e Oriente e raccontando non più una storia locale, ma lo scontro epocale di due civiltà.
Inoltre registriamo un altro effetto: in precedenza l’autore aveva usato come specchio la storia, in questo romanzo vi è un rispecchiamento nella storia del personaggio principale, Andrea Bisi.
Per quanto riguarda lo stile, si riscontra la capacità dello scrittore di plasmare la propria scrittura. In questo romanzo scava nella memoria ancestrale non solo della vita biografica, ma penetra nelle strutture profonde della Psiche, riportando alla luce gli Archetipi: li possiamo cogliere nell’immagine chiave del cuore e della grotta: quindi la dimensione antropologica, archeologica, maieutica e psicoanalitica (con la psicologia del profondo di Jung). Attraverso questo scavo emerge una nuova mitologia in cui proietta una visione utopica.
Si può leggere Fadia come un romanzo di formazione e di trasformazione interiore:
“Da quando era tornato dal viaggio in Siria, era cambiata la sua percezione del mondo… perché la Siria, in quel luogo additato da molti come dimenticato da Dio, lui aveva conosciuto solo amore. Il viaggio in Siria aveva messo in luce le contraddizioni tra un mondo destinato a finire nell’oblio dell’autodistruzione e un mondo ancora umano, dove uno sguardo poteva essere una promessa eterna. C’era tanta umanità e spiritualità in Siria, c’era tanta bassezza nel paese natio” (pag. 85)
“Ora per noi la via della salvezza è un cammino lungo e doloroso. È un viaggio intimo e personale fatto di silenzi, di baratri, di cadute, verso la trasformazione nel divino, verso la coscienza cristica. Il mio credo mi porta a conoscere e a scoprire ciò che di divino è percorribile nell’uomo” (ultime parole di Fadia a Milano prima del definitivo distacco, pag. 117)
Vi è una crescita umana, culturale e spirituale, di conoscenza di se stessi, di scoperta. Un itinerario tra mondi lontani uniti dai sentimenti universali in cui è possibile intravedere degli archetipi, come è stato già messo in luce. Questa interpretazione richiama il metodo strutturalista teorizzato dell’antropologo Claude Levi-Strauss: la storia degli uomini è attraversata da strutture che si manifestano nella natura inconscia delle culture e dei popoli. Sono le stesse modalità che vengono adottate per studiare la struttura del linguaggio che fanno parte dello spirito umano. Sono comuni a tutti i popoli e quindi cadono le classificazione tra pensiero primitivo e mondo civilizzato: sono delle matrici primordiali che permettono al pensiero di organizzare la realtà per mezzo delle opposizioni binarie. Le strutture prendono forma nei modelli. L’antropologo deve saper scorgere la struttura profonda che soggiace dietro ai modelli e arrivare a ciò che sta alla base del pensiero umano con le quali la mente guarda, ordina, classifica la realtà.
In una visione complessiva e sintetica si tratta di un viaggio di discesa e di ascesa come quello compiuto da Orfeo o da Dante. Con le categorie oppositive: dal male verso il bene, dall’oscurità verso la luce, dall’ignoranza verso la conoscenza, dalla materialità verso la sacralità che ancora conserva l’Oriente, la Siria, Paolo, l’arcivescovo di Aleppo e la stessa protagonista Fadia: un viaggio dalla morte verso la vita e infine dall’amore verso la riconoscenza della sua verità, dall’Occidente consumistico all’Oriente che ha conservato i valori spirituali:
“Mentre l’Occidente correva disumanizzando i rapporti sociali, sacrificati sugli altari dell’arrivismo, dell’arricchimento senza regole, e del consumismo sfrenato, snaturando il senso stesso della vita, quel mondo era rimasto immobile. Ancorato a riti arcaici, dove la simbologia e il rispetto, venivano tramandati di generazione in generazione…” (pag. 68).
L’incontro tra Andrea e Fadia crea questa profonda risonanza che unisce e illumina il significato dell’amore. Il messaggio è emblematico: senza amore la vita porta alla morte. Una delle derivazioni etimologiche della parola amore in latino è proprio a-mors, senza morte, assenza di morte. Quindi è un viaggio alla scoperta dell’amore, da quello erotico, sensuale, a quello spirituale, attraverso lo Stabat mater di Pergolesi, che fa da leitmotiv.
“Perché si può morire più che nella morte stessa, nella vita (pag. 5)…
Certo che ho saputo amare, tanto da consumare il mio cuore perché nessun amore morisse, mai, di dolore (pag. 14)…
Nulla avviene per caso e tutto ha un senso se si è disposti ad ascoltare la vita” (pag. 16)…
Pianse perché quella grotta era il ventre materno… (pag.49).
Spesso il destino è più saggio degli uomini. I luoghi dell’anima accomunano posti mai visti, eppure familiari (pag. 62);
Le parole hanno celebrato la vita, fermato il tempo e fatto camminare tra noi la forza di un’amicizia che va oltre la morte e la sconfigge (pag. 63);
Quel luogo paragonabile al ventre materno, racchiudeva in sé l’essenza della sacralità” (pag. 73, riferito al monastero di Santa Tekla);
Andrea affacciato alla finestra la inseguì quasi avesse voluto renderla eterna, sospesa in quella corsa, in quel limbo dove stava scomparendo. E lui con lei. (incontro a Roma, pag. 113);
Tu sei la mia carne che arde. Tu mi riduci in schiavitù e mi ridoni la libertà” (incontro a Milano pag. 115);
“Ora per noi la via della salvezza è un cammino lungo e doloroso. È un viaggio intimo e personale fatto di silenzi, di baratri, di cadute, verso la trasformazione nel divino, verso la coscienza cristica. Il mio credo mi porta a conoscere e a scoprire ciò che di divino è percorribile nell’uomo” (ultime parole di Fadia a Milano prima del definitivo distacco, pag. 117);
Abbiamo succhiato la fede con il latte delle nostre madri e siamo stati iniziati alla vita cristiana insieme ad un amore appassionato per la nostra Patria. Siamo radicati qui, in tutto l’Oriente, da 2000 anni. Siamo nati qui, abbiamo vissuto qui e qui moriremo (parole di padre Elia, pag. 125);
La vita è dono del quale dobbiamo avere massimo rispetto ed è un mezzo per riaffermare sulla terra con le nostre azioni, il volere dell’anima immortale, perciò bisogna prolungare la vita e non soltanto l’esistenza… fra i due termini è facile vedere la differenza, anche una pietra esiste, ma l’uomo vive se nella sua esistenza s’accresce e perdura l’armonia dell’anima e del corpo… (parole di Fadia pag. 138);
Il nostro è stato un grande amore. Tra non molto io me ne andrò, da sola, come sola sono sempre stata. Sento le cicale cantare sugli alberi d’ulivo, nelle terre di mio padre tra le dolcissime braccia di mia madre” (parole citate a memoria da Fadia e pronunciate da Anna Maria Spinelli a Pergolesi, pag. 139);
Era come se Fadia, rinunciando a lui, l’avesse amato per sempre (pag. 140);
“Ora nel momento dell’abbandono, sento le cicale cantare tra gli alti alberi d’ulivo, dove mi raccontavi che sta la sacra grotta… (parole finali di Fadia che chiude il romanzo)
La scomparsa di Vito Monaco continua a suscitare profonda commozione nel mondo del giornalismo e…
Il mondo del giornalismo e della televisione italiana piange oggi la scomparsa di Vito Monaco,…
«La gente comune ama l’Italia molto più di quanto si racconti». È una frase che…
Una serata di danza, emozioni e partecipazione ha segnato il successo dello spettacolo di fine…
Cambiare casa, trasferire un ufficio o spostare un’intera attività aziendale rappresenta un momento importante che…
Con oltre il 99% dei seggi scrutinati, in Colombia si profila un risultato destinato a…