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La magia perduta, Scilla

La magia perduta ( Scilla ) di Vincenzo Calafiore Poiché erano andate perdute le parole per tornare al mio mondo di reti e di barche e spazi infiniti, girovagai non so per quanti anni in mezzo a mari che con le loro vastità mi avevano terrorizzato; la notte dormivo poco per paura di cadere nelle fauci di profondità buie e fredde e durante il giorno mi legavo a un sicuro boma per paura di chiudere gli occhi. In quegli anni scuri avevo conosciuto mondi nei quali non sono riuscito a rimanerci più di due giorni tanto erano violenti e crudeli, la disumanità la si poteva respirare tanto era palpabile; e conosciuto uomini che per un pugno di monete avrebbero venduto la propria madre, tradito il fratello. Ma c’era l’incanto di un’alba nel mio cuore, via maestra che volevo raggiungere e proseguire il mio viaggio, c’erano albe quante volte raccontate. Ma quell’incanto che mi coglieva e mi obbligava a soffermarmi a guardare era lo stesso che aveva la mia donna nello sguardo, e percepivo il suo respirare lento, il suo vivere con le trasparenze nell’anima. Si, lei, la mia alba ci giocava davvero quasi a volermi sfidare, lei mutevole e sorniona per farsi perdonare a volte vi aggiungeva un po’ di indaco,un po’ di rosa e qualche nuvola qua le là appena stracciata come una veste lacerata dal vento, e mi sembrava che mi dicesse o volesse dirmi: dove troveresti tanto amore?! La notte nel mio mondo si ritirava lentamente quasi a voler permettere che si svelassero i segreti ed era come avere la sensazione addosso di aver perso qualcosa, qualcosa di altrettanto misteriosa e sincera: l’amore. Si smemorano le sere, i giorni, gli anni, sulle creste di spuma bianca di successiva in successiva a ritmi serrati schiere di giorni che muoiono sulle frontiere violate di silenzi, mentre il sole s’immerge nei nidi d’ambra; quanti silenzi in quei passi sulle battigie umidi di scintillii che squarciando le tenebre, minacciose vorrebbero conquistare il mondo. Ora trascorro il mio tempo a scrivere da questo cuore mai sazio di fecondare altre vite, da un qui senza stagioni, senza pontili che si addentrano in un mare vuoto d’ogni respiro. Ma ahimè i ricordi mordono e lacerano, quando accarezzavo e scoprivo il suo corpo mentre fuggiva per non lasciarsi amare; io ostaggio di un foglio e di una matita. E lei sapeva, custodiva in se la parola che mi avrebbe permesso di tornare, di finire l’esilio, lei padrona di strette parole. Dolce mio mondo, ovunque sbocci nel mio cuore, curvo tra reti nei ventri luccicanti di cieli blu, un giro di prora là dove scendono filamenti di stelle dorme l’ultima carena. In quel silenzio urlai, mare.

Redazione

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