Con l’invecchiamento della popolazione il numero di persone che presentano lesioni arteriosclerotiche delle arterie renali è in costante ascesa. In anni passati questi pazienti per guarire dall’ipertensione venivano sottoposti a interventi di rivascolarizzazione chirurgica; negli ultimi decenni invece la chirurgia è stata soppiantata prima dall’angioplastica renale e poi dall’angioplastica più stent. L’efficacia di questo metodo è stata tuttavia messa in dubbio negli ultimi anni da una serie di studi maldestramente condotti.
La dott.ssa Paola Caielli, del Dottorato internazionale in Ipertensione arteriosa e Biologia vascolare dell’Università di Padova presso il Centro dell’Ipertensione della Clinica Medica IV diretto dal prof. Gian Paolo Rossi, ha pubblicato uno studio sulla prestigiosa rivista “Nephrology, Dialysis and Transplantation” che finalmente mette le cose in chiaro sulle cosa fare in questi pazienti. “Abbiamo dimostrato – spiega la dott.ssa Cirelli – che non solo nei pazienti con stenosi più gravi e complicate da edema polmonare ricorrente, angina pectoris e/o deterioramento progressivo della funzione renale, ma anche i quelli con stenosi meno gravi la rivascolarizzazione renale mediante angioplastica più stent ha vantaggi indiscutibili rispetto alla sola terapia medica ottimale nel ridurre la pressione arteriosa diastolica e il fabbisogno di farmaci antipertensivi”. “Questo sottolinea come sia importante ricorrere a Centri specializzati per la cura dell’Ipertensione – sottolinea il prof. Rossi -, particolarmente quando il controllo dei valori pressori con la terapia farmacologica non sia ottimale.” Lo studio è stato condotto con il supporto di FORICA Onlus (www.forica.it).
La storia. Nel 1934 il dott. Harry Goldblatt, un patologo della Case Western Reserve University a Cleveland nell’Ohio eseguì uno degli esperimenti più importanti della storia della Medicina. Aveva osservato all’autopsia che i pazienti con aterosclerosi delle arterie renali presentavano una marcata ipertrofia cardiaca, cioè un aumento del peso del cuore, il tipico segno di adattamento del cuore all’Ipertensione arteriosa. Ipotizzando un nesso tra i due fenomeni, applicò quindi una clip all’arteria renale di un cane e riuscì a produrre un innalzamento persistente della pressione arteriosa. Lo studio venne allora pubblicato sul “Journal of Experimental Medicine” e rappresenta uno degli esempi più mirabili dell’applicazione del metodo sperimentale in Medicina.
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