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Le mani della mala reggina sugli appalti della statale 106, 21 arresti tra dirigenti e mafiosi

Dal 30 luglio al 6 novembre del 2007 il cemento dei boss di Africo ha continuato ad arrivare sui cantieri della Statale 106. Metri cubi su metri cubi, autocisterne dopo autocisterne. La ‘ndrangheta era di casa nei lavori della variante di Palizzi (in provincia di Reggio Calabria). Condotte d’Acqua aveva stipulato con i boss un subappalto per la fornitura di colate per 7 milioni e 400 mila euro. E anche quando la Prefettura aveva segnalato che si trattava di un società in odore di mafia, i vertici Anas e del colosso delle costruzioni avevano fatto orecchie da mercante. Almeno fin quando è stato possibile, fino al giorno in cui sui cantieri sono arrivati gli ispettori prefettizi. Stamattina, il Comando provinciale e gli uomini del Ros dei carabinieri hanno messo le manette ai polsi ad una ventina di persone. Boss, picciotti e colletti bianchi, sono finiti nella rete della Dda reggina nell’operazione “Bellulavuru 2”. L’inchiesta del sostituto Giuseppe Lombardo ha portato all’arresto di 5 tra manager e responsabili della Condotte, a un dirigente dell’Anas (numerosi anche gli indagati), e ai vertici delle cosche “Morabito-Bruzzaniti-Palamara”, “Vadalà”, “Maisano”, “Rodà” e “Talia”. Gruppi criminali che si sarebbero spartiti le commesse dell’opera e con le quali gli emissari della multinazionale si erano di fatto accordati. Calcestruzzo, movimento terra, imprese di pulizia e persino le forniture per ufficio.

Secondo quanto scrive il Gip Domenico Santoro, “le grandi impresa nazionali che operano in Calabria sanno di lavorare in condizioni anomale per la presenza della ‘ndrangheta e mettono in conto di andare incontro a vari rischi”. Da qui “l’esigenza di trovare ditte “a modo” con cui interagire e che rappresentano, appunto, l’espressione del potere mafioso locale”. Dalle carte dell’indagine salta fuori che Condotte, prima di aprire i propri cantieri, non fa alcun indagine di mercato per scegliere i propri fornitori. E che i subappalti vengono affidati dai responsabili della società in maniera “anomala”. Ossia “senza verificare capacità tecnica ed economica dei propri interlocutori locali”. Insomma la logica sarebbe un’altra, ossia evitare problemi con la ‘ndrangheta.

Lombardo nella sua inchiesta ricostruisce l’intera storia del cantiere. Il cemento soprattutto. Dalla spartizione tra i clan della ‘ndrangheta che avviene con una serie di summit precedenti all’appalto, all’arrivo dei responsabili dell’appalto. Alla fine le ‘ndrine trovano un accordo e “sostanzialmente Condotte ha avuto cura di dividere esattamente in parti uguali la fornitura di calcestruzzi necessario tra la “D’Agui beton srl” e la “Imc di Stilo Cosantino”. Aziende ritenute mafiose. Un affare da 15 milioni di euro, che si spartiranno i clan di Africo e quelli di Bova Marina. I primi sospetti agli investigatori vengono quando scoprono che per stipulare l’accordo tra Condotte e  Imc (all’epoca sotto sequestro), il direttore dei cantieri Antonio D’Alessio, non chiama l’amministratore giudiziario, ma direttamente uno degli Stilo. Per il Gip è la prova che gli uomini della società sanno bene chi comanda, nonostante la misura di prevenzione del Tribunale.

Un circostanza che trova poi conferma nei mesi successivi. A maggio del 2006 si firma una scrittura provata per il cemento con la Imc. Il 30 luglio dell’anno successivo la Prefettura di Reggio Calabria, alla luce di un procollo d’intesa contro le infiltrazioni, segnala lasocietà all’Anas, come azienda a rischio. Passano 21 giorni affinché la lettera venga protocollata dalla società delle strade italiane ed altri 9 per la trasmissione a Condotte. Il 3 settembre Rinaldo Strati, ragioniere della multinazionale, chiama i titolari della Imc per comunicargli “l’imprevisto”. E invece di chiudere il contratto come chiesto dalla Prefettura, sia pure con un mese di ritardo, accompagna i boss dal loro avvocato. Qui viene perfezionato un ricorso al Tar che a fine ottobre verà bocciato dal tribunale amministrativo. Ma non basta. Anche in questo caso i dirigenti di Condotte (Strati su suggerimento del project manager Sebastiano Paneduro) invitano i propri fornitori a fare ricorso al Consiglio di Stato, mentre la fornitura di calcestruzzo non si interrompe, ma anzi “per aumento delle attività”, viene incrementata.

Per il giudice è “incredibile” come “nonostante la comunicazione a carattere interdittivo della Prefettura e la nota dell’Anas che invita Condotte all’immediata estromissione della Imc, a quest’ultima è sufficiente una sola missiva dell’avvocato, che evidenzia l’intenzione di adire al Tar, per ottenere dalla stessa appaltatrice l’ok a proseguire nella fornitura”. Un “anomalia” di cui sono consapevoli gli stessi legali di Condotte. In una telefonata l’avvocato Giuseppe Pirozzi avverte i dirigenti: “Lì stiamo rischiando grosso, nel senso che la nostra inerzia potrebbe comunque .. diciamo essere considerata grave …”. Interrogato dal pm il legale spiega: “Paneduro, Strati, D’alessio e Giuffrida (tutti responsabili di diversi settori dell Condote, ndr) mi chiesero se fosse possibile temporeggiare ancora. ma io dissi di no”.

A novembre arrivano gli ispettori della prefettura sui cantieri, il 3 dicembre successivo una delle gallerie in costruzione crolla. Si scopre così che oltre all’infiltrazione mafiosa le opere non vengono eseguite per come previste dai protocolli costruttivi. La variante di Palizzi è insomma un disastro da ogni punto di vista. Ad Anas e Condotte non resta che rimuovere e trasferire i diversi responsabili di cantiere, alcuni dei quali sono stati ragiunti oggi dai carabinieri.

Redazione

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