Daniele Gatto confessa su consiglio dello zio prete

La cattiveria inaudita e la freddezza di Daniele Gatto fa paura. Ha legato al collo di Adelina Bruno una corda. L’ha soffocata. Poi in preda al raptus omicida le ha sfigurato il volto con delle canne appuntite.

Una violenza barbara e brutale che ha fatto raccapricciare anche il medico legale Maurizio Rizzo, che ha dovuto compiere i primi accertamenti sul luogo del delitto di Lamezia Terme (CZ) e che poi svolgerà l’esame autoptico.

“Un crimine orrendo”. Questa la definizione del procuratore della Repubblica Salvatore Vitello, che con il sostituto Luigi Maffia per ore ha sottoposto l’omicida ad interrogatorio nel corso del quale il giovane ha confessato di avere ucciso la ragazza con la quale era fidanzata da circa un anno e mezzo.

Sulla base della confessione è scattato il fermo d’indiziato di delitto con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. Un delitto inspiegabile ma che trova il suo movente nel fatto che il giovane non voleva che la sua ragazza lo lasciasse. Una decisione che Gatto non ha accettato ed ha reagito in maniera violenta prima strangolando la fidanzata con un corda, poi infilandole le canne appuntite in gola e nella testa. Sulla scena del crimine schizzi di sangue e di materia cerebrale. La giovane era irriconoscibile quand’è arrivata la polizia.

Daniele Gatto si è recato al commissariato accompagnato dall’avvocato. Una decisione maturata nella notte quando ha fatto rientro a casa dopo essersi recato a casa di suo zio, un prete che gli avrebbe consigliato appunto di costituirsi.

Adelina domenica pomeriggio era stata data per dispersa dallo stesso fidanzato che intorno alle ore 20:50 con cinica freddezza era andato a casa dei genitori della ragazza riferendo della sua sparizione. Poi con il padre della giovane hanno raggiunto la Stazione dei carabinieri di Sambiase alle ore 21:00 per denunciare la sparizione. Ma Adelina era morta. Il suo corpo senza vita giaceva sotto un ulivo, con la testa adagiata sulle radici di un ulivo, con attorno al collo una corda e il bel volto tumefatto. Era stata brutalmente assassinata dal suo fidanzato con il quale un’ora prima del delitto erano andati al centro commerciale “Due Mari”, facendo poi rientro in città. Lui invece di accompagnarla a casa, l’ha portata in un luogo isolato dove dopo una violenta lite l’ha assalita.

Dopo aver commesso il delitto Daniele Gatto è andato a casa, ha fatto la doccia, ha buttato i vestiti nella spazzatura e poi via a casa dei genitori della fidanzata per montare la messa in scena.

“L’ho picchiata, ma non l’ho uccisa”, ha detto inizialmente agli investigatori che l’hanno interrogato per ore nel commissariato lametino. Il dirigente Antonio Borelli al fianco dei due magistrati. Raccontando del litigio, della decisione di abbandonare la fidanzata nell’uliveto di Via Montesanti, estrema periferia Sud della città.

Redazione

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