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Spole editoriali, Antonio Pugliese L’artista solitario

Dopo il positivo esordio, tra novità, curiosità e interesse, del 2 e del 7 con gli scrittori Santo Gioffré e Francesco Bevilacqua,  Spole editoriali o il filo delle parole, l’iniziativa che tesse un dialogo tra autori e spettatori attraverso la spola della parola parlata, martedì 16 agosto, avrà un altro significativo appuntamento, con inizio alle 20, nello scenario dell’anfiteatro di Torre Marrana, come prologo allo spettacolo di Antigone Pìetas, tratta da Sofocle, di e con Ilaria Drago. Verrà infatti presentato il libro di memorie e di testimonianze critiche sull’arte scultorea di Giuseppe Pugliese L’artista solitario, scritto dal figlio Antonio. La presentazione del volume avrà una cornice d’eccezione, in quanto verranno esposte alcune sculture realizzate dal Pugliese. L’arte elementare di questo contadino che ha patito delle esperienze drammatiche, avendo vissuto per ben due anni la tragedia dei lager, si caratterizza nella sua potenza evocativa, nella sua misteriosa e arcana corrispondenza con un mondo remoto rielaborato attraverso una vena creativa pura, senza alcuna sovrastruttura. Dentro si legge un innato bisogno di rappresentare la sua sofferenza e di liberarsi, attraverso la potenza catartica delle sue creazioni, dal peso che la sua esistenza è stata costretta a sopportare. Le sue creazioni portano il dolore di una lunga tragedia, fatta di volti che definiscono nella loro dimensione mitica, un mondo che tende verso l’assoluto e che vibra nel legno dell’ulivo, albero che racconta la lunga, silenziosa e sofferta storia di questa terra. Nello scavo di queste figure, è presente una tensione arcana, di una umanità senza più laceranti ricordi, e l’artista  ricrea l’armonia con il creato ed essere, come ha cantato Ungaretti nella poesia I fiumi, “docile fibra dell’universo”. Un atto di liberazione dalla violenza e dalle lotte per riappropriarsi della bellezza tradita, rinnegata, esiliata nelle dimore di un tempo perduto in cui l’artista ausculta l’eco di un originario dialogo tra mondo umano e mondo divino, per risentire la voce, il canto di un’identità primigenia. Il mondo contadino, la civiltà millenaria di cui è intriso il Pugliese, viene trasfigurata nei volti estatici, carichi di sublime nostalgia, di malinconica pensosità, sospese in un tempo assoluto, dove traspira una religione umana, che solo chi è a contatto con la terra, con le sue arcane energie, con le sue sacre zolle, può trasumanare (un verbo ricco di risonanze coniato da Dante, nel primo canto del Paradiso: “Trasumanar significar per verba/ non si poria; però l’essemplo basti/ a cui esperienza grazia serba”). Figure e oggetti legati al mondo sacro della terra, che rievocano un’età remota, sepolta dal tempo che l’artista-contadino, con la forza catartica, riesce a dissotterrare con la potenza dell’archetipo, scavando nella zolla più remota del nostro inconscio; e questo forse spiega il miracolo di un uomo che senza apprendimento (appena la V elementare), senza strumenti culturali ed estetici, è riuscito a dar vita a queste creazioni. Ma questa arte allo stato puro, è come l’ossigeno che noi respiriamo a contatto con la natura, in cui sono depositate le memorie delle generazioni passate e che scaturiscono come una fonte. Qui entra in gioco il mito della fonte di Mnemosyne, scaturita dallo zoccolo di Pegaso, dove si abbeveravano le Muse.

Redazione

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