Le uscite di sei esponenti in Calabria e l’addio di Paolo Talla Diop nelle Marche, annunciati tra il 1° e il 2 novembre, riportano al centro una questione decisiva per il futuro di Futuro Nazionale: la costruzione della classe dirigente. Non basta raccogliere consenso, servono figure nuove, credibili e competenti. Il 3 settembre La Prima Pagina aveva già posto il problema, facendo emergere anche il nome di Paolo Fedele.
Le ultime ore consegnano a Futuro Nazionale due vicende che meritano di essere lette insieme, pur nella loro diversa dimensione territoriale.
In Calabria, sei esponenti hanno annunciato l’uscita definitiva dal movimento guidato dal generale Roberto Vannacci. Si tratta di cinque referenti territoriali, Eugenio Salerno, Simona Russo, Francesca Rosito, Gianfranco Groccia e Vincenzo Borrelli, ai quali si aggiunge Gaetano Falabella, cofondatore del Comitato di Francavilla Marittima.
Nelle Marche, appena il giorno precedente, Paolo Talla Diop aveva comunicato la propria uscita dopo sei mesi di adesione, accompagnando la decisione con una critica all’organizzazione regionale e alle scelte politiche del movimento.
Due episodi diversi, ma con un elemento comune: la distanza denunciata tra le aspettative di rinnovamento che avevano accompagnato l’adesione a Futuro Nazionale e il funzionamento concreto delle strutture territoriali.
Naturalmente, le dichiarazioni dei fuoriusciti rappresentano la loro versione dei fatti e le contestazioni rivolte ai dirigenti dovranno essere valutate anche alla luce delle eventuali repliche. Ma sarebbe riduttivo liquidare tutto come una semplice questione personale.
La questione è politica e riguarda direttamente Roberto Vannacci.
C’è un precedente che oggi assume un significato particolare.
Il 3 settembre 2026 La Prima Pagina pubblicava l’approfondimento «Vannacci prepara la squadra. E in Calabria emerge il nome di Paolo Fedele».
Il tema era già allora quello della trasformazione di Futuro Nazionale da movimento identificato con il proprio fondatore a organizzazione politica capace di esprimere una classe dirigente nazionale e territoriale.
In quell’articolo si sottolineava come la crescita delle intenzioni di voto avrebbe inevitabilmente portato Vannacci ad affrontare una fase molto più delicata: scegliere le persone alle quali affidare responsabilità, rappresentanza e candidature.
Tra i profili che venivano indicati come potenzialmente interessanti figurava quello di Paolo Fedele, ufficiale della Guardia Costiera originario di Vibo Valentia, con un percorso professionale nella Marina e nelle Capitanerie di Porto e responsabilità nell’ambito della rappresentanza del personale militare.
Fedele, interpellato allora sul possibile coinvolgimento politico, aveva risposto con un prudente «No comment», senza confermare candidature o incarichi.
Il suo nome, tuttavia, offriva lo spunto per una riflessione più ampia: perché un movimento che promette di rinnovare la politica dovrebbe limitare la ricerca della propria classe dirigente a persone che hanno già attraversato i tradizionali circuiti dei partiti?
Una domanda che, alla luce delle notizie delle ultime ore, diventa ancora più attuale.
Uno degli errori che Futuro Nazionale dovrebbe evitare è confondere il consenso elettorale già sperimentato con la capacità di contribuire alla costruzione di un progetto politico nuovo.
La politica conosce bene i cosiddetti portatori di voti: persone che hanno già partecipato a competizioni elettorali, ricoperto incarichi, costruito relazioni e possono rivendicare un proprio seguito.
Non c’è nulla di sbagliato nell’esperienza politica. Anzi, amministratori capaci, persone che conoscono le istituzioni e figure con una storia elettorale consolidata possono rappresentare risorse importanti.
Ma non possono essere l’unico bacino dal quale attingere.
Un movimento che intercetta il malcontento verso i partiti tradizionali deve comprendere che una parte dei suoi potenziali elettori non cerca semplicemente un nuovo contenitore nel quale ritrovare gli stessi protagonisti di ieri.
Cerca persone diverse, storie professionali riconoscibili, competenze e credibilità.
Cerca soprattutto la possibilità che la rappresentanza politica non sia riservata a chi ha già frequentato per anni i circuiti delle candidature.
Il passato elettorale può essere un elemento di valutazione, non un titolo automatico per ottenere un incarico.
È qui che si gioca una parte importante della partita.
In Calabria, come nelle Marche e nelle altre regioni, esistono professionalità che potrebbero contribuire alla crescita di Futuro Nazionale senza provenire necessariamente dalla politica.
Ufficiali, professionisti, imprenditori, medici, docenti, dirigenti, amministratori di comprovata esperienza, persone che hanno costruito una reputazione nel proprio settore e che conoscono concretamente i problemi delle comunità.
Non significa che queste figure siano automaticamente adatte a ricoprire incarichi politici. Anche chi arriva dalla società civile deve dimostrare capacità di ascolto, conoscenza delle istituzioni, equilibrio e disponibilità al confronto.
Ma escluderle, o non riuscire a coinvolgerle, significherebbe rinunciare a una parte importante delle risorse disponibili.
Il caso del profilo di Paolo Fedele, richiamato nell’analisi del 3 settembre, va letto proprio in questa prospettiva. Non come una candidatura da sostenere o un’investitura da anticipare, ma come esempio di una professionalità maturata fuori dai tradizionali percorsi elettorali, che può essere valutata insieme a tante altre.
La questione non è Fedele. La questione è il criterio con cui Futuro Nazionale decide chi può rappresentarlo.
Nel comunicato che accompagna l’uscita dei sei esponenti calabresi, le critiche investono il modello organizzativo, le decisioni dei vertici e la partecipazione degli iscritti.
I firmatari contestano in particolare alcune nomine riconducibili alla gestione regionale del deputato Domenico Furgiuele e sollevano interrogativi su incarichi che, secondo la loro ricostruzione, coinvolgerebbero persone legate da rapporti familiari a esponenti politici.
Il riferimento è alla presunta contraddizione tra la battaglia pubblica contro il familismo politico e alcune scelte organizzative contestate dagli ormai ex aderenti.
Sono accuse e valutazioni dei firmatari, non fatti che si possano considerare accertati sulla sola base del comunicato. Ma il tema della trasparenza nella selezione dei dirigenti resta centrale.
Perché se un movimento dichiara di voler superare le logiche della politica tradizionale, deve dimostrare di applicare criteri diversi anche al proprio interno.
E non basta affermare che le decisioni vengono assunte nell’interesse del progetto. Bisogna rendere comprensibili i criteri, coinvolgere i territori e riconoscere il lavoro di chi ha contribuito a costruire l’organizzazione.
Un comitato locale non può essere considerato soltanto una macchina per raccogliere tessere, organizzare manifestazioni e sostenere candidature decise altrove.
Chi lavora sul territorio deve poter partecipare, proporre, discutere e avere una prospettiva concreta di crescita politica.
Anche il quadro dei sondaggi merita attenzione.
Futuro Nazionale conserva una presenza significativa nelle rilevazioni, ma rispetto ai picchi di settembre si registrano segnali di ridimensionamento.
La rilevazione SWG del 28 settembre indicava l’8%, mentre quella del 26 ottobre riportava il 5,6%. BiDiMedia, nella propria rilevazione di ottobre, indicava il 7,2%.
Sono dati di istituti differenti, da leggere con le rispettive metodologie e senza costruire confronti impropri. Non dimostrano che le uscite in Calabria e nelle Marche abbiano provocato una flessione elettorale.
Ma pongono una questione: come consolidare il consenso e impedire che le aspettative iniziali si trasformino in delusione?
Un movimento può continuare a ottenere attenzione e mantenere una presenza nei sondaggi anche mentre incontra difficoltà organizzative. Ma se la base territoriale comincia a sfaldarsi, se persone che hanno contribuito alla sua nascita scelgono di andarsene e se le nuove professionalità non trovano spazio, il problema può diventare più ampio.
La fiducia degli elettori non si costruisce soltanto attraverso le dichiarazioni del leader. Si costruisce anche attraverso le persone che vengono scelte per rappresentarlo.
E un partito che promette rinnovamento deve prestare particolare attenzione alla percezione che le proprie scelte producono.
Roberto Vannacci si trova davanti a un passaggio che non riguarda soltanto la Calabria o le Marche.
È una questione nazionale.
Un movimento nato attorno a una leadership fortemente riconoscibile deve riuscire progressivamente a esprimere una squadra autonoma, composta da persone capaci di rappresentare il progetto anche senza dipendere continuamente dalla presenza del fondatore.
Per farlo occorre una selezione attenta, che tenga insieme esperienza politica e competenze professionali, radicamento territoriale e reputazione personale, capacità organizzativa e disponibilità al confronto.
Soprattutto, occorre evitare che la ricerca della classe dirigente diventi una gara tra chi ha già occupato posizioni in altre formazioni politiche.
Non è necessario che tutti siano nuovi alla vita pubblica. È necessario che il loro contributo sia nuovo e riconoscibile rispetto alle aspettative che hanno accompagnato la nascita del movimento.
Il vero rinnovamento non consiste nel cambiare le tessere di appartenenza mantenendo immutati i meccanismi di selezione.
Le vicende delle ultime ore non decretano il destino di Futuro Nazionale. Ma rappresentano un’occasione per interrogarsi sulle scelte compiute e su quelle che dovranno essere fatte.
Se le contestazioni provenienti dai territori non trovassero ascolto, il rischio sarebbe quello di perdere proprio le persone che hanno contribuito a costruire il movimento nella sua fase iniziale.
E se la selezione della classe dirigente venisse percepita come prevalentemente verticistica e poco innovativa, la distanza tra le promesse di rinnovamento e la realtà organizzativa potrebbe alimentare ulteriore disaffezione.
Non basta cercare chi porta voti. Bisogna individuare chi porta valore.
Non basta una persona che possa vantare una precedente candidatura. Serve qualcuno che possa presentarsi agli elettori con una storia professionale, una competenza riconoscibile e una credibilità costruita nel tempo.
Non basta avere referenti territoriali. Bisogna mettere i territori nelle condizioni di esprimere le proprie risorse.
La Calabria e le Marche, con le vicende emerse tra il 1° e il 2 novembre, consegnano a Futuro Nazionale un campanello d’attenzione. Non necessariamente una crisi irreversibile, ma una questione che non può essere ignorata.
Il 3 settembre La Prima Pagina aveva posto il problema della costruzione della squadra di Vannacci. Oggi, a distanza di due mesi, quella riflessione torna di stretta attualità.
La vera sfida del generale non è soltanto mantenere il consenso raccolto attorno al proprio nome. È dimostrare di saper riconoscere, valorizzare e coinvolgere le persone capaci di dare sostanza al progetto.
Perché un movimento può nascere grazie al carisma di un leader, ma non diventa un partito duraturo se non sa costruire una classe dirigente credibile.
E il rischio più grande, per Futuro Nazionale, sarebbe quello di disperdere le proprie risorse prima ancora di aver raggiunto l’obiettivo per cui è nato.
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