Calabria

Pino Pasquino e quella domanda scomoda che l’Italia continua a non porsi: può davvero essere la mafia a decretare la propria fine?

In “Solo la mafia può distruggere sé stessa. Un’evoluzione da promuovere e favorire”, Giuseppe Pasquino propone una lettura controcorrente di uno dei fenomeni più radicati nella storia italiana. Un libro che mette in discussione decenni di strategie antimafia, affronta il rapporto tra criminalità, economia e istituzioni e invita a guardare oltre la repressione. Una riflessione che, alla luce delle trasformazioni delle mafie contemporanee, conserva una straordinaria attualità.

Pino Pasquino, vent’anni di riflessioni per affrontare un problema che l’Italia non ha ancora risolto

Ci sono argomenti sui quali sembra che tutto sia già stato detto. Ci sono parole che appartengono ormai al patrimonio della memoria collettiva, pronunciate nelle commemorazioni, ripetute nei dibattiti pubblici, utilizzate nei discorsi istituzionali e richiamate ogni volta che un’inchiesta giudiziaria riporta alla luce la presenza della criminalità organizzata. La mafia è certamente uno di questi argomenti.

Eppure, nonostante decenni di investigazioni, arresti, processi, sequestri, confische e sacrifici di uomini dello Stato, la criminalità organizzata continua a rappresentare una delle questioni più complesse per il futuro del nostro Paese.

È proprio in questo spazio, tra i risultati conseguiti e le domande rimaste senza una risposta definitiva, che si inserisce il lavoro di Giuseppe Pasquino, conosciuto anche come Pino, autore di un volume che già dal titolo dichiara apertamente la propria ambizione: “Solo la mafia può distruggere sé stessa. Un’evoluzione da promuovere e favorire”, pubblicato nel 2024 da Edizioni Clandestine.

Non siamo davanti a un libro nato sull’onda di una particolare emergenza giudiziaria o di un fatto di cronaca. La sua genesi è molto più lontana. Pasquino racconta infatti di aver maturato le riflessioni contenute nell’opera nell’arco di circa vent’anni, facendo risalire al 2005 la prima elaborazione di una tesi già allora destinata a mettere in discussione le convinzioni dominanti.

Questo elemento merita attenzione perché restituisce il senso di un percorso intellettuale sviluppato nel tempo, attraverso l’osservazione della realtà e la volontà di non accettare automaticamente le risposte considerate convenzionali.

Pino Pasquino sceglie di non limitarsi a descrivere la mafia, né di ripercorrerne esclusivamente le vicende criminali. La sua ambizione è più impegnativa: capire perché un fenomeno tanto combattuto continui a sopravvivere, quali condizioni ne alimentino la forza e, soprattutto, se sia possibile immaginare una strategia capace di intervenire sulle ragioni profonde della sua esistenza.

È un’impostazione che richiede al lettore disponibilità al confronto, anche quando le conclusioni dell’autore possono apparire radicali o difficilmente condivisibili.

Il titolo non è uno slogan: è una tesi che ribalta il punto di osservazione

La prima impressione che si ricava dal titolo è quella di una provocazione. Come può essere la mafia stessa a distruggere la mafia? Non dovrebbe essere compito dello Stato, della magistratura, delle forze dell’ordine e della società civile sconfiggere definitivamente le organizzazioni criminali?

Naturalmente sì. E il libro non cancella il valore della repressione, né mette in discussione la necessità di perseguire i responsabili dei reati.

La questione posta da Pasquino è un’altra: può la repressione, da sola, eliminare un fenomeno che trova continuamente nuove condizioni per rigenerarsi?

È qui che si sviluppa la sua riflessione più importante. Secondo l’autore, le mafie non sono soltanto organizzazioni criminali composte da singoli individui, ma sistemi economici e sociali capaci di esercitare un’influenza che supera ampiamente i confini dei propri affiliati.

Esistono territori nei quali la criminalità ha rappresentato, e in determinate situazioni continua a rappresentare, un’alternativa distorta all’assenza di opportunità, alla disoccupazione, alla povertà e alla debolezza delle istituzioni.

La capacità di offrire denaro, protezione, lavoro, relazioni e una forma di riconoscimento sociale ha consentito a queste organizzazioni di costruire nel tempo un consenso che non può essere spiegato soltanto attraverso la paura e l’intimidazione.

È una considerazione particolarmente importante per comprendere la storia di alcune aree del Mezzogiorno, dove la criminalità ha saputo inserirsi nelle fragilità economiche e nelle carenze amministrative, trasformando il bisogno in uno strumento di controllo.

Pasquino invita quindi a guardare alla mafia non soltanto come a un nemico da combattere, ma anche come a un fenomeno da privare progressivamente delle condizioni che ne consentono la sopravvivenza.

Il ragionamento può essere sintetizzato in un principio: se la criminalità trova forza nell’economia illegale, nella povertà, nella mancanza di alternative e nella disponibilità di risorse finanziarie enormi, allora la sua sconfitta deve passare anche attraverso la costruzione di un sistema economico e sociale capace di rendere sempre meno conveniente e attrattiva la strada dell’illegalità.

Il Mezzogiorno, la Calabria e il prezzo di uno sviluppo incompiuto

Uno dei passaggi più significativi del volume riguarda il rapporto tra mafia e territorio.

La Calabria, in particolare, non viene osservata soltanto come luogo di origine di una delle organizzazioni criminali più potenti a livello internazionale, ma come una realtà attraversata da contraddizioni economiche, sociali e istituzionali che hanno contribuito alla crescita della ‘Ndrangheta.

L’autore si sofferma sulle conseguenze dell’assenza dello Stato, sulle inefficienze amministrative, sulle difficoltà della giustizia, sulle distorsioni della sanità, sulla gestione degli appalti e sulle occasioni di sviluppo perdute.

La sua analisi non risparmia critiche alla politica e agli apparati pubblici, sostenendo che la criminalità prospera anche quando trova istituzioni incapaci di garantire servizi efficienti, opportunità e fiducia.

È una lettura che richiama un problema ancora oggi centrale: non si può chiedere ai cittadini di scegliere la legalità se lo Stato non riesce contemporaneamente a garantire condizioni concrete per esercitarla.

La legalità non può essere soltanto un principio da invocare nelle manifestazioni pubbliche. Deve tradursi in servizi, lavoro, istruzione, infrastrutture, tempi ragionevoli della giustizia e possibilità di costruire un futuro senza dover lasciare la propria terra.

In questo senso, il libro supera la dimensione strettamente giudiziaria e diventa una riflessione sul modello di sviluppo italiano.

La questione meridionale e quella mafiosa, pur non essendo sovrapponibili, si incontrano in un punto decisivo: l’esistenza di territori nei quali la debolezza delle opportunità legali può diventare un vantaggio competitivo per chi opera nell’illegalità.

Ecco perché la lotta alla mafia non può essere considerata una responsabilità esclusiva delle procure e delle forze di polizia. È anche una questione di politica economica, amministrazione pubblica, responsabilità imprenditoriale e capacità dello Stato di essere presente nella vita quotidiana delle comunità.

Le mafie del 2026: meno appariscenti, più internazionali e sempre più vicine all’economia legale

Se il libro è stato pubblicato nel 2024, il quadro che emerge dalle analisi istituzionali del 2026 rende alcune delle sue considerazioni ancora più attuali.

La criminalità organizzata contemporanea non coincide più con l’immagine tradizionale del boss, del territorio controllato militarmente e della violenza ostentata. Quella dimensione non è scomparsa, ma convive con forme di potere molto più sofisticate.

Le organizzazioni mafiose hanno imparato a muoversi nei mercati internazionali, a costruire rapporti con interlocutori stranieri, a utilizzare società e attività economiche apparentemente regolari e a sfruttare le opportunità offerte dalla globalizzazione.

La ‘Ndrangheta, in particolare, ha consolidato una proiezione internazionale che rende insufficiente qualsiasi lettura esclusivamente locale del fenomeno.

Oggi il problema non è soltanto quello delle cosche presenti in Calabria, ma quello delle reti finanziarie, commerciali e criminali che collegano territori differenti, attraversano le frontiere e penetrano nei circuiti economici legali.

La relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza presentata nel marzo 2026 descrive proprio uno scenario nel quale la tecnologia è diventata un fattore determinante nell’evoluzione delle minacce. Le organizzazioni criminali possono sfruttare comunicazioni cifrate, strumenti digitali, cripto-attività e sistemi finanziari complessi per rendere più difficili le attività di individuazione e ricostruzione dei flussi illeciti.

La questione è tutt’altro che teorica. Nel luglio 2026 la Commissione parlamentare antimafia ha approvato una relazione specificamente dedicata alla rete invisibile della mafia, dalle criptovalute alle comunicazioni cifrate, evidenziando anche la necessità di aggiornare gli strumenti investigativi e normativi.

È un passaggio che dialoga direttamente con una delle intuizioni fondamentali di Pasquino: le organizzazioni criminali si evolvono, mentre lo Stato non può permettersi di affrontare le nuove forme di illegalità con strumenti inadeguati o strategie ferme al passato.

Il problema riguarda anche l’intelligenza artificiale, il commercio digitale, la circolazione dei capitali e la capacità di utilizzare nuove tecnologie per costruire sistemi di riciclaggio sempre più articolati.

La mafia di oggi può non avere bisogno di imporre la propria presenza attraverso manifestazioni eclatanti. Può avere interesse a essere invisibile, a non disturbare gli affari, a presentarsi come un interlocutore economico e a confondersi con il tessuto produttivo.

È probabilmente questa una delle sfide più difficili per il futuro: riconoscere il potere criminale anche quando non assume più le sembianze tradizionali della criminalità.

Il grande nodo economico: togliere alle mafie il loro principale potere

Uno dei capitoli più interessanti del volume è quello dedicato al traffico di stupefacenti e al ruolo che i relativi profitti hanno avuto nella crescita delle organizzazioni criminali.

Pasquino affronta il tema partendo da una considerazione: combattere il narcotraffico attraverso arresti, sequestri e confische è indispensabile, ma non significa necessariamente aver eliminato la fonte economica che permette alle organizzazioni di continuare a operare.

Il mercato illegale continua infatti a generare enormi disponibilità finanziarie, che possono essere reinvestite in attività apparentemente lecite, immobili, imprese, commercio e settori produttivi.

Da qui nasce la parte più controversa e coraggiosa del libro: la proposta di superare il proibizionismo attraverso forme di legalizzazione e regolamentazione della cannabis e della cocaina, con un ruolo diretto dello Stato nella produzione e nella distribuzione.

L’autore prende in esame esperienze internazionali, richiama il fallimento storico del proibizionismo sugli alcolici negli Stati Uniti e si interroga sulle conseguenze economiche e sociali delle politiche adottate in diversi Paesi.

La sua tesi è che sottrarre alle mafie il monopolio di alcuni mercati possa ridurne sensibilmente le entrate, indebolendone la capacità finanziaria e, di conseguenza, il potere di condizionamento.

Si tratta di una posizione che merita di essere discussa senza pregiudizi, ma anche senza semplificazioni. La regolamentazione delle sostanze stupefacenti pone questioni importanti di salute pubblica, tutela dei minori, prevenzione delle dipendenze, sicurezza e controllo della distribuzione. I risultati delle esperienze internazionali non sono automaticamente trasferibili da un ordinamento all’altro.

La proposta di Pasquino, soprattutto quando riguarda la cocaina, è particolarmente radicale e non può essere considerata una soluzione dimostrata.

Ma proprio qui emerge il valore del confronto: è possibile continuare a discutere esclusivamente di repressione senza interrogarsi sui meccanismi economici che rendono tanto redditizio il mercato illegale?

È una domanda che non dovrebbe essere liquidata semplicemente perché scomoda.

Recuperare le persone, prima ancora di perdere le nuove generazioni

Il libro affronta anche una dimensione che spesso rimane ai margini del dibattito pubblico: quella educativa e familiare.

La criminalità organizzata non si trasmette soltanto attraverso le strutture economiche e le relazioni di potere. In determinati contesti può diventare un modello culturale, un’identità imposta, un’eredità familiare che condiziona le possibilità di scelta delle nuove generazioni.

Pasquino richiama esperienze di recupero dei minori provenienti da famiglie mafiose e sostiene la necessità di intervenire prima che i ragazzi diventino gli eredi di un sistema criminale.

È una prospettiva che attribuisce grande importanza alla libertà individuale, all’istruzione e alla possibilità di sottrarsi a un ambiente nel quale la sopraffazione viene presentata come normalità.

Il ragionamento si estende anche agli adulti. L’autore ritiene che una parte delle capacità organizzative, imprenditoriali, strategiche e relazionali presenti negli ambienti criminali potrebbe essere indirizzata verso attività lecite.

È una delle idee più delicate del volume, perché impone una distinzione fondamentale: recuperare una persona non significa assolvere i suoi comportamenti, cancellare le responsabilità penali o rinunciare alla giustizia.

Significa, piuttosto, riconoscere che una società realmente capace di sconfiggere la criminalità deve anche saper offrire una strada alternativa a chi decide di abbandonarla.

La riconversione alla legalità non può essere un premio per chi ha commesso reati, ma uno strumento di politica sociale, sottoposto a regole rigorose, responsabilità e controlli.

Il concetto di fondo è importante: una società che si limita a punire senza riuscire a prevenire rischia di ritrovarsi continuamente a inseguire nuove generazioni di criminali.

Quando anche i simboli devono cambiare: il riscatto dei territori

Un’altra intuizione particolare di Pasquino riguarda il rapporto tra mafia, identità territoriale e immaginario collettivo.

L’autore si interroga sulla possibilità di sottrarre alcuni luoghi alla rappresentazione esclusivamente criminale che li accompagna da decenni.

L’Aspromonte, Platì e il santuario di Polsi vengono richiamati come esempi di realtà che, nell’immaginario comune, sono state spesso associate alla presenza della ‘Ndrangheta.

La proposta è quella di trasformare anche la memoria di queste vicende in uno strumento di conoscenza, valorizzazione e riscatto economico.

L’idea può apparire provocatoria, soprattutto quando Pasquino ipotizza forme di rappresentazione storica e turistica di vicende legate alla criminalità. Ma il principio che la sostiene merita una riflessione: un territorio non può essere condannato per sempre a coincidere con la sua pagina più oscura.

La storia va raccontata, non rimossa. E raccontarla significa anche restituire voce a chi ha vissuto, lavorato e costruito la propria esistenza lontano dalla criminalità.

La Calabria non è la ‘Ndrangheta, così come nessuna comunità può essere identificata esclusivamente con le organizzazioni criminali che hanno operato al suo interno.

Il riscatto passa anche dalla capacità di valorizzare il patrimonio culturale, ambientale, storico e umano di luoghi troppo spesso raccontati soltanto attraverso le cronache giudiziarie.

Lo Stato davanti alla propria responsabilità: prevenire non basta se non si garantisce lo sviluppo

Un aspetto che rende particolarmente interessante la lettura è il confronto tra le critiche di Pasquino e le responsabilità che oggi lo Stato è chiamato ad assumersi.

La prevenzione antimafia è fondamentale, soprattutto nella gestione delle grandi opere, degli appalti e dei finanziamenti pubblici. Ma non può diventare un sistema burocratico fine a sé stesso, incapace di distinguere tra la necessità di impedire le infiltrazioni e quella di consentire alle imprese sane di lavorare.

La questione diventa ancora più importante in una fase storica nella quale investimenti infrastrutturali, transizione energetica, digitalizzazione e fondi pubblici rappresentano opportunità decisive per lo sviluppo del Paese.

La relazione del Ministero dell’Interno sull’attività di prevenzione antimafia nelle grandi opere, aggiornata al 2026, documenta proprio l’evoluzione degli strumenti amministrativi e tecnologici destinati a individuare tempestivamente i tentativi di infiltrazione.

Il problema, dunque, non è scegliere tra controlli e sviluppo. È riuscire a garantire entrambi.

Un territorio nel quale le opere pubbliche non partono, le infrastrutture rimangono incompiute, le imprese sane incontrano ostacoli e i cittadini perdono fiducia nelle istituzioni rischia di offrire nuove occasioni a chi sa sfruttare le debolezze del sistema.

Pasquino richiama ripetutamente questa contraddizione e invita a considerare l’efficienza dello Stato come parte integrante della lotta alla mafia.

Una giustizia tempestiva, una pubblica amministrazione trasparente, una sanità funzionante e un’economia capace di generare occupazione sono strumenti antimafia tanto importanti quanto le operazioni investigative.

Le tesi discutibili sono anche quelle che meritano di essere affrontate

Una recensione seria non può limitarsi a condividere ogni affermazione dell’autore.

Nel volume ci sono passaggi che possono suscitare perplessità, giudizi molto severi sulle istituzioni e proposte che richiederebbero approfondimenti legislativi, economici e scientifici ulteriori.

La stessa idea di favorire una riconversione sociale di persone che hanno vissuto all’interno di ambienti mafiosi pone interrogativi complessi. Non tutti sono recuperabili, non tutti intendono abbandonare la criminalità e nessuna strategia di inclusione può prescindere dalla tutela delle vittime e dall’accertamento delle responsabilità.

Anche la legalizzazione delle sostanze stupefacenti, soprattutto nelle forme più ampie immaginate da Pasquino, resta una proposta controversa e non una conclusione scientificamente acquisita.

Ma un libro di riflessione non deve necessariamente consegnare al lettore una verità definitiva. Può avere il merito di mettere in discussione un sistema di convinzioni, proporre scenari alternativi e obbligare chi legge a confrontarsi con questioni che spesso vengono evitate.

Il pensiero critico non consiste nell’accettare tutto, ma neppure nel respingere un’idea soltanto perché non coincide con quella prevalente.

Ed è proprio questa la caratteristica che rende il lavoro di Pasquino interessante: la volontà di affrontare il problema mafioso nella sua complessità, anche a costo di sostenere posizioni che non incontreranno un consenso unanime.

La vera sconfitta della mafia sarà quando non servirà più alla società

Alla fine della lettura rimane una considerazione che attraversa l’intero volume.

La mafia non è invincibile. Non è un destino geografico, non è una caratteristica genetica di un territorio, non è una componente inevitabile della storia italiana.

È un fenomeno umano, economico, sociale e criminale. E, come tale, può essere contrastato, ridimensionato e sconfitto.

Ma per riuscirci occorre qualcosa in più della risposta giudiziaria, pur indispensabile.

Occorre costruire una società nella quale il lavoro non dipenda dalle relazioni criminali, il successo economico non sia legato alla disponibilità di capitali illeciti, i giovani non debbano scegliere tra emigrazione e subordinazione, le imprese non siano costrette a cercare protezione e i cittadini possano riconoscere nello Stato un interlocutore credibile.

Occorre soprattutto sottrarre alle mafie il potere di presentarsi come un’alternativa.

È questa, probabilmente, la chiave di lettura più importante del libro di Giuseppe Pasquino. La sua proposta di evoluzione verso la legalità non va intesa come una rinuncia alla repressione, ma come il tentativo di affiancarle una strategia capace di incidere sulle cause profonde della criminalità organizzata.

In un’Italia che nel 2026 deve confrontarsi con mafie sempre più internazionali, con il riciclaggio digitale, con la penetrazione nell’economia legale e con l’utilizzo di tecnologie che cambiano rapidamente le modalità operative dei gruppi criminali, il tema conserva una rilevanza straordinaria.

La sfida non è soltanto arrestare chi commette un reato, ma impedire che il sistema che lo produce continui a trovare risorse, consenso, opportunità e nuove generazioni da coinvolgere.

Il titolo scelto da Pino Pasquino, dunque, va letto fino in fondo. Non è la mafia che deve essere lasciata libera di autodistruggersi. È la società che deve riuscire a renderla sempre meno necessaria, sempre meno conveniente e sempre meno capace di esercitare il proprio potere.

La vera vittoria dello Stato non sarà soltanto vedere le organizzazioni criminali private dei loro capi e dei loro patrimoni. Sarà vedere interi territori capaci di prosperare senza di esse, giovani che non ne subiscono più il fascino, imprese che non ne temono le intimidazioni e comunità che non devono più fare i conti con il loro condizionamento.

Perché una mafia privata del proprio potere economico, del proprio consenso e della possibilità di riprodursi socialmente è una mafia destinata a perdere la propria ragione di esistere.

E forse è proprio questa la domanda che Giuseppe Pasquino consegna al lettore: abbiamo davvero il coraggio di cambiare il modo in cui combattiamo la mafia, oppure continueremo a misurare le nostre vittorie contando arresti e confische, senza domandarci quanto sia ancora fertile il terreno sul quale quella criminalità continua a crescere?

Un libro che non pretende di chiudere il dibattito, ma che ha il merito di riaprirlo. E, soprattutto, di ricordarci che la lotta alla mafia non si vince soltanto nelle aule dei tribunali: si vince ogni giorno, nella scuola, nel lavoro, nelle istituzioni, nell’economia e nella libertà delle persone.

Redazione

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