Da Cateno De Luca a Marco Rizzo, da Andrea Crisanti ad Alessandro Onorato, fino alla sfida tra Carlo Calenda, Matteo Renzi, Più Europa ed Ernesto Maria Ruffini. La nuova legge elettorale accelera la ricerca di alleanze, mentre il centrosinistra si divide sulla leadership e il centrodestra cerca di allargare il proprio perimetro. A Montepulciano il PD prova a costruire un programma comune, ma il nodo delle candidature resta aperto. E al centro si moltiplicano i progetti che rischiano di contendersi lo stesso elettorato.
La corsa alle elezioni politiche del 2027 è già cominciata e non si gioca soltanto sui programmi, sui candidati alla guida del governo o sui rapporti tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Una parte decisiva della partita si sta svolgendo nelle stanze parlamentari, dove la formazione di gruppi e componenti politiche può fare la differenza tra una lista pronta a presentarsi alle urne e un movimento costretto a raccogliere migliaia di firme in numerosi collegi.
Il nuovo sistema elettorale, entrato in vigore il 24 ottobre con la legge 9 ottobre 2026, n. 180, ha cambiato le regole del gioco. La riforma introduce un sistema proporzionale con un premio di governabilità condizionato al raggiungimento del 42% dei voti validi in entrambe le Camere da parte della lista o coalizione più votata. Il premio previsto è di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, nel rispetto dei limiti stabiliti dalla legge.
Il 42%, dunque, è il traguardo che rende possibile il premio, non una soglia generale di accesso al Parlamento. Non basta raggiungerlo in una sola Camera: la normativa richiede che la stessa lista o coalizione risulti la più votata e raggiunga almeno quella percentuale sia alla Camera sia al Senato.
Questa distinzione è fondamentale per comprendere la frenesia di queste ore. I partiti non stanno semplicemente cercando di sommare voti: devono costruire alleanze abbastanza ampie da competere per il premio, mantenendo però identità, simboli e margini di autonomia. Contemporaneamente, i movimenti più piccoli devono risolvere un problema preliminare: riuscire a presentare le proprie liste.
È in questo incrocio tra ambizione elettorale e adempimenti organizzativi che si collocano i casi di Cateno De Luca, Marco Rizzo, Andrea Crisanti, Alessandro Onorato, Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli. Vicende differenti, che non possono essere ridotte tutte a cambi di casacca, ma che mostrano quanto la costruzione delle coalizioni sia diventata una partita fatta anche di regolamenti parlamentari, firme e disponibilità dei deputati e dei senatori.
La legge n. 180 del 2026 modifica il sistema di elezione di Camera e Senato. Il riparto dei seggi avviene con metodo proporzionale, con un premio di governabilità subordinato al raggiungimento del 42% dei voti validi in entrambe le Camere. Il premio è fissato in 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, con un tetto massimo di 220 seggi complessivi per la lista o coalizione beneficiaria alla Camera, esclusi i seggi della circoscrizione Estero.
La riforma interviene anche sulla presentazione delle liste. La regola generale porta il numero delle sottoscrizioni richieste da 1.500-2.000 a 6.000-7.000 elettori per collegio plurinominale. Sono previste eccezioni per partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare o componente politica di gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere, alla data di pubblicazione del decreto di convocazione dei comizi. Per queste formazioni il numero richiesto resta tra 1.500 e 2.000 firme. Il testo contempla inoltre specifiche esenzioni per le forze che rientrano nelle condizioni previste dalla normativa.
La differenza è notevole. Per una formazione con una struttura nazionale, migliaia di firme possono rappresentare un impegno gravoso ma affrontabile. Per un movimento appena nato, privo di sedi e militanti in molti territori, la raccolta può trasformarsi in una barriera pratica.
Il punto politicamente più delicato è che la rappresentanza parlamentare può offrire condizioni più favorevoli per la presentazione delle liste. Da qui l’importanza di costituire gruppi e componenti, ma anche la necessità di rispettare le date e i requisiti previsti dalla legge. Non basta annunciare un accordo, né è sufficiente che un parlamentare dichiari vicinanza a un movimento: l’effetto concreto dipende dalle condizioni normative e dalle procedure parlamentari applicabili.
Il risultato è una competizione su due livelli. Il primo è quello elettorale, in cui le coalizioni cercano di avvicinarsi al 42%. Il secondo è quello organizzativo, in cui ogni forza cerca una strada per partecipare alle elezioni senza essere schiacciata dagli oneri della raccolta delle firme.
È qui che il cosiddetto «Melonellum», nome giornalistico attribuito alla riforma, produce il suo effetto più immediato: spinge partiti e movimenti a definire prima del previsto i propri rapporti, anche quando le alleanze politiche non sono ancora del tutto consolidate.
Il caso di Cateno De Luca è uno dei più chiari perché l’intesa politica è stata dichiarata pubblicamente. Il leader di Sud chiama Nord ha annunciato un accordo con il centrodestra guidato da Giorgia Meloni in vista delle elezioni politiche. Ha precisato che l’intesa riguarda il livello nazionale e non modifica il suo progetto autonomista per la Sicilia.
De Luca ha rivendicato la scelta della coalizione di centrodestra, sostenendo di voler contribuire alla costruzione di un progetto nazionale nel quale il suo movimento possa conservare una propria identità. Tra le questioni poste ha indicato il rapporto tra Stato e Comuni e la necessità di riconoscere maggiore autonomia agli enti locali.
La vicenda dimostra che l’allargamento di una coalizione non avviene necessariamente attraverso la fusione tra partiti. Sud chiama Nord può mantenere il proprio nome e il proprio radicamento territoriale, accordandosi con una coalizione nazionale.
Occorre però distinguere l’accordo politico dalle conseguenze tecniche della legge. L’intesa con Meloni non implica una fusione con Fratelli d’Italia, né cancella l’autonomia del movimento in Sicilia. Il valore dell’operazione consiste proprio nella possibilità di combinare una collocazione nazionale con una distinta identità territoriale.
Per il centrodestra, l’ingresso di una forza autonomista può allargare il perimetro della coalizione. Per De Luca, l’accordo offre una collocazione nazionale senza rinunciare alla propria specificità. Il peso elettorale effettivo dell’operazione, tuttavia, potrà essere misurato soltanto attraverso i risultati delle urne.
Sul fondo c’è anche il rapporto con Roberto Vannacci e con Futuro Nazionale. De Luca ha presentato la propria iniziativa come un contributo a contenere lo spazio politico del generale. Questa è una strategia dichiarata, non la dimostrazione che il consenso di Vannacci sarà effettivamente ridotto.
Il centrodestra si trova così davanti a una questione delicata: integrare nuovi interlocutori senza destabilizzare i rapporti tra i partiti storici e senza alimentare ulteriormente la competizione interna.
Un’altra vicenda che ha attirato l’attenzione è quella di Marco Rizzo, già esponente del Partito dei Comunisti Italiani e oggi alla guida di un progetto politico distinto.
La componente parlamentare Italia Domani – Marco Rizzo si è formata attraverso un’operazione che coinvolge una presenza politica regionale e il senatore Antonio Guidi, già esponente di Fratelli d’Italia. L’operazione rafforza il collegamento parlamentare del progetto di Rizzo, ma non dimostra che il leader sia entrato formalmente in Fratelli d’Italia.
Il significato politico della vicenda è comunque rilevante. Rizzo, proveniente dalla tradizione comunista, si trova oggi a costruire un percorso che guarda al centrodestra. Il suo rapporto con quest’area va valutato sulla base delle alleanze e delle dichiarazioni effettive, senza trasformare automaticamente una convergenza elettorale in una conversione ideologica.
La componente parlamentare può agevolare la presentazione delle liste, ma il dato più importante resta la collocazione politica che Rizzo intende assumere nel 2027. Il centrodestra, dal canto suo, può essere interessato ad allargarsi a forze che si presentano come alternative a Vannacci, mantenendo però una propria identità.
È un esempio di come la competizione per il consenso possa produrre accordi tra soggetti provenienti da tradizioni politiche molto distanti. La domanda che resta aperta è se queste convergenze riusciranno a tradursi in un programma condiviso o se rimarranno intese costruite soprattutto in funzione elettorale.
Sul versante opposto, la vicenda di Andrea Crisanti presenta una logica differente. Il senatore, epidemiologo ed ex esponente del Partito Democratico, si è prestato a un’operazione parlamentare che consente a Rifondazione Comunista di costituire una componente. Il passaggio si è sviluppato attraverso il collegamento con una realtà politica regionale e ha permesso di rafforzare la presenza parlamentare della formazione comunista.
Crisanti ha chiarito che la sua disponibilità è temporanea e finalizzata a superare lo scoglio delle firme. Non è quindi corretto presentare l’operazione come un’adesione ideologica al comunismo o come la prova di una nuova collocazione politica definitiva.
Il caso è significativo perché dimostra che il rapporto tra rappresentanza parlamentare e partecipazione elettorale può essere utilizzato anche da formazioni molto distanti dal centrodestra. Rifondazione Comunista conserva la propria identità, mentre la disponibilità del senatore permette di creare una struttura parlamentare utile ai fini organizzativi.
L’effetto della norma è trasversale: non riguarda soltanto le forze che intendono entrare nella maggioranza o avvicinarsi al governo, ma anche quelle che cercano di presentarsi autonomamente all’interno del campo progressista.
Il parallelismo con Rizzo è inevitabile, ma non deve portare a confondere le due operazioni. Nel primo caso si discute di una possibile convergenza con il centrodestra; nel secondo, Crisanti ha descritto la propria partecipazione come un aiuto tecnico. La somiglianza riguarda il meccanismo parlamentare, non le motivazioni politiche.
Nel centrosinistra si colloca anche l’operazione che coinvolge Alessandro Onorato, assessore di Roma Capitale e promotore di Progetto Civico Italia, insieme al Partito Socialista Italiano guidato da Enzo Maraio.
Secondo le ricostruzioni pubblicate, l’operazione si è sviluppata con il sostegno del Movimento 5 Stelle e del senatore Luigi Nave, eletto con il M5S e passato al gruppo Misto. L’obiettivo è costruire una componente parlamentare che offra una sponda al progetto civico di Onorato e al PSI.
Il significato politico non è quello di una semplice adesione di Onorato al Movimento 5 Stelle. Il progetto punta a costruire uno spazio civico e socialista all’interno del campo progressista, mantenendo una propria identità e cercando condizioni organizzative favorevoli per la partecipazione alle elezioni.
Onorato ha richiamato il rischio delle «ammucchiate», sottolineando la necessità di una proposta politica riconoscibile. Il messaggio è rivolto anche alle formazioni centriste: la somma di sigle e parlamentari può risolvere problemi tecnici, ma non garantisce automaticamente un consenso elettorale.
Il caso dimostra che la frammentazione non riguarda soltanto il rapporto tra destra e sinistra. Si sviluppa anche all’interno del centrosinistra, dove socialisti, civici, riformisti, liberali e movimenti personali cercano uno spazio nella coalizione senza voler necessariamente rinunciare al proprio simbolo.
Il 10 ottobre Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli hanno presentato Più Uno, una nuova formazione di centro che guarda al campo progressista. Ruffini, già direttore dell’Agenzia delle Entrate, e Gabrielli, ex capo della Polizia, hanno lanciato il progetto con l’ambizione di contribuire alla costruzione di un’alternativa al centrodestra.
Ruffini ha chiesto al centrosinistra uno scatto di responsabilità per individuare un candidato alla guida della coalizione diverso dai nomi già in campo. Ha sostenuto che, se non fosse possibile trovare una figura condivisa, le primarie resterebbero una strada percorribile.
Più Uno ha presentato un programma di 43 proposte, che spaziano dal fisco alla sicurezza, dalle liste d’attesa alla casa e alle politiche per i giovani. I promotori hanno indicato un costo annuo a regime di 11,4 miliardi di euro, al netto dei risparmi previsti, oltre a 4 miliardi di spese una tantum per l’avvio delle misure. Si tratta di stime e proposte formulate dal movimento, non di costi già verificati attraverso l’attuazione di un programma di governo.
Il problema immediato è però organizzativo. Più Uno deve trovare una soluzione per la raccolta delle firme, che la nuova legge rende più impegnativa per le formazioni prive delle condizioni di esenzione.
Bruno Tabacci, esponente di Centro Democratico, ha cercato di aiutare il progetto attraverso la costituzione di una componente parlamentare. La strada si è però scontrata con la difficoltà di reperire i deputati necessari per completare l’operazione. Il sostegno del PD non si è materializzato nei termini sperati.
La vicenda mette in luce una tensione interna al centrosinistra. Ruffini vuole contribuire alla costruzione dell’alternativa, ma non intende limitarsi a entrare in un percorso già definito da Schlein e Conte. Il PD, a sua volta, deve valutare se favorire la nascita di un’ulteriore formazione centrista oppure contenere la frammentazione.
L’ipotesi di un ingresso di Ruffini e Gabrielli come indipendenti nelle liste del PD è stata indicata come una possibile strada, ma non può essere considerata un accordo concluso. Il futuro di Più Uno dipenderà dalla capacità di risolvere i problemi di presentazione delle liste e di trovare uno spazio politico riconoscibile.
La vicenda di Più Uno si intreccia con quella di Più Europa, che si trova a sua volta davanti a una scelta strategica. Il partito guidato da Riccardo Magi condivide con Carlo Calenda l’attenzione ai temi europei e liberali, ma deve decidere quale rapporto mantenere con il centrosinistra e con le altre forze che puntano a costruire un’area moderata.
Magi ha lavorato alla costituzione di una componente parlamentare più ampia, coinvolgendo esponenti come Bruno Tabacci e Aboubakar Soumahoro. L’obiettivo è rafforzare la struttura parlamentare e contestare, attraverso un eventuale ricorso, l’applicazione delle nuove regole sulla raccolta delle firme. La richiesta di costituzione di un gruppo non equivale tuttavia a un’esenzione già riconosciuta né a un’alleanza elettorale conclusa con Calenda.
Il problema è duplice. Sul piano organizzativo, Più Europa deve garantire la partecipazione alle elezioni nelle condizioni previste dalla legge. Sul piano politico, deve decidere se restare saldamente nel campo progressista o aderire a un progetto liberale autonomo.
Calenda, dal canto suo, ha escluso una ricostruzione del Terzo polo con Matteo Renzi e punta a un centro indipendente dai due schieramenti. La sua proposta si rivolge a interlocutori liberali ed europeisti, compresa Più Europa, ma non risulta conclusa un’intesa elettorale definitiva tra le due formazioni.
Il risultato è un centro diviso tra progetti concorrenti. Da una parte c’è chi vuole costruire un soggetto autonomo, capace di negoziare con entrambi i poli; dall’altra chi ritiene che lo spazio riformista debba essere esercitato dall’interno della coalizione progressista. Nel mezzo si collocano le esigenze dei singoli partiti, che devono proteggere la propria identità e, nello stesso tempo, evitare di restare esclusi dalla competizione.
Matteo Renzi ha scelto una strada diversa da quella di Calenda. Con Casa Riformista, Italia Viva vuole costruire un’area moderata e riformista all’interno del centrosinistra, aggregando amministratori, personalità civiche e interlocutori che non si riconoscono pienamente nelle componenti più tradizionali della coalizione.
Il progetto ha già una dimensione parlamentare: al Senato il gruppo ha assunto la denominazione Italia Viva – Casa Riformista. Questo dato distingue Casa Riformista da una semplice ipotesi di aggregazione futura.
La strategia di Renzi è anche una risposta al tentativo di Ruffini di creare un nuovo centro. Più Uno e Casa Riformista possono rivolgersi a segmenti in parte sovrapponibili dell’elettorato moderato, ma non sono lo stesso progetto. Renzi dispone di un partito già strutturato; Ruffini e Gabrielli devono consolidare una formazione appena nata e risolvere il problema della presentazione delle liste.
Il PD deve decidere quanto spazio concedere a queste realtà. Una coalizione ampia può sommare consensi e rappresentare sensibilità diverse, ma può anche moltiplicare i centri di veto, rendere più difficile la definizione del programma e alimentare conflitti sulle candidature.
È il dilemma che accompagna ogni tentativo di costruire una coalizione competitiva: allargare il perimetro senza perdere coesione. Il rischio è che il negoziato sulle liste e sui simboli finisca per occupare più spazio del confronto sui contenuti.
Mentre le formazioni centriste cercano un proprio spazio, all’interno del Partito Democratico si è aperto un confronto sulla strategia per le politiche del 2027. A Montepulciano, dal 23 al 25 ottobre, l’area guidata da Dario Franceschini, Andrea Orlando e Roberto Speranza ha presentato il documento «Pronti per l’alternativa», proponendo la costruzione di comitati territoriali e un programma comune delle forze progressiste.
L’iniziativa non è la fondazione di un nuovo partito e non costituisce, di per sé, una sfida formale alla segretaria Elly Schlein. È un tentativo di accelerare la preparazione dell’alternativa al centrodestra e di dare maggiore concretezza a un percorso unitario che finora ha incontrato difficoltà.
Il documento propone comitati permanenti nei territori, un coinvolgimento più forte delle associazioni e delle forze civiche e un programma capace di rispondere alle preoccupazioni sociali, economiche e generazionali. Il messaggio è che non basta unirsi contro la destra: occorre presentare agli elettori una proposta di governo riconoscibile.
Il nodo più delicato riguarda la leadership. L’area di Montepulciano punta a raggiungere un’intesa sui punti programmatici e a definire il percorso per la scelta del candidato alla guida della coalizione. Tra le ipotesi c’è quella delle primarie, con un possibile confronto tra Schlein e Giuseppe Conte. La segretaria del PD continua a sostenere che la guida della coalizione debba spettare al partito che ottiene più voti oppure essere decisa attraverso primarie condivise. Conte, invece, ha contestato l’idea che il perimetro della consultazione possa essere definito preventivamente dai due partiti maggiori.
Il confronto non riguarda soltanto i nomi. Restano differenze sulla politica estera, sul rapporto con l’Unione europea e sulle posizioni da assumere rispetto alla guerra in Ucraina. Il documento di Montepulciano prova a costruire una sintesi, ma l’intesa con il Movimento 5 Stelle deve ancora essere negoziata.
Anche la collocazione di Casa Riformista, Più Europa e Più Uno si intreccia con questa discussione. Ogni nuovo soggetto che chiede spazio nel campo progressista aumenta il potenziale bacino della coalizione, ma anche il numero di interlocutori con cui definire programmi, leadership e candidature.
Anche il centrodestra è chiamato a gestire una pluralità di interessi. Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani devono tenere insieme Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, oltre alle formazioni minori e ai nuovi interlocutori che cercano un accordo nazionale.
L’intesa con De Luca e il possibile avvicinamento di Rizzo si collocano in questo scenario. Sud chiama Nord ha dichiarato la propria adesione al progetto nazionale del centrodestra, mentre Italia Domani – Marco Rizzo dispone di una componente parlamentare che potrebbe agevolare la partecipazione alle elezioni. Le due operazioni non hanno lo stesso significato, ma entrambe ampliano il perimetro delle forze che possono gravitare nell’area.
Sul fondo c’è Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. De Luca ha dichiarato esplicitamente di voler contribuire a rendere meno influente il risultato del generale. La sua è una strategia dichiarata, non una prova che il consenso di Vannacci sarà effettivamente ridotto.
Per il centrodestra, la questione è come accogliere nuovi alleati senza destabilizzare i rapporti tra i partiti storici. Un movimento autonomista, una formazione personale o un soggetto proveniente da una tradizione politica diversa possono contribuire ad allargare la coalizione, ma chiedono anche visibilità, candidature e margini di autonomia.
Le vicende degli ultimi giorni permettono di individuare tre dinamiche differenti.
La prima è quella degli accordi politici espliciti, come l’intesa nazionale tra De Luca e Meloni. In questo caso esiste una dichiarazione pubblica di collocazione, pur con il mantenimento dell’autonomia regionale.
La seconda riguarda le operazioni parlamentari finalizzate a rendere possibile la presentazione delle liste. È il terreno sul quale si muovono Rizzo, Crisanti, il PSI e Progetto Civico Italia. Qui la presenza di un gruppo o di una componente può avere un valore organizzativo concreto, ma non dimostra necessariamente una fusione tra partiti o un cambiamento di appartenenza ideologica.
La terza è quella della competizione per lo spazio politico: Calenda cerca un centro autonomo, Renzi punta a consolidare Casa Riformista nel centrosinistra, Ruffini vuole contribuire alla coalizione con Più Uno, mentre Più Europa deve decidere come conciliare l’identità liberale con le alleanze elettorali.
A tutto questo si aggiunge il confronto interno al PD, dove Schlein, Conte e l’area riformista devono definire il percorso per scegliere il candidato alla guida del governo e costruire un programma comune.
Il rischio di frammentazione è evidente, ma non va confuso con l’assenza di qualsiasi strategia. Molti di questi movimenti stanno cercando di risolvere problemi diversi: chi vuole entrare in una coalizione, chi vuole negoziare da una posizione autonoma, chi deve garantire la presenza sulla scheda elettorale e chi cerca di evitare che il proprio spazio venga occupato da concorrenti più grandi.
La nuova legge elettorale sta accelerando la formazione delle alleanze, ma il risultato non è necessariamente una maggiore coesione politica. Le componenti parlamentari possono offrire una soluzione alle difficoltà burocratiche, ma non assicurano un consenso elettorale; gli accordi tra leader possono allargare una coalizione, ma non eliminano le divergenze sui programmi; le primarie possono individuare una leadership, ma non risolvono da sole il rapporto tra le forze che compongono il campo progressista.
Il centrodestra deve integrare nuovi interlocutori senza perdere il controllo della propria identità e dei rapporti tra i partiti. Il centrosinistra deve fare i conti con la concorrenza tra PD, Movimento 5 Stelle, Italia Viva, Più Europa, Più Uno, PSI, Progetto Civico Italia e Rifondazione Comunista, oltre alle altre realtà che cercano uno spazio.
In entrambi gli schieramenti, la ricerca di alleati è accompagnata da un problema: quanto può essere estesa una coalizione prima che le differenze interne ne rendano più difficile la gestione?
La questione non si risolve contando i simboli. Una coalizione è competitiva quando riesce a trasformare le diverse identità in un progetto comprensibile, quando le sue componenti accettano regole condivise e quando gli elettori riconoscono una ragione per votare l’insieme, non soltanto il singolo partito.
Il 42% è il traguardo previsto dalla legge per il premio di governabilità, ma non può essere raggiunto attraverso una semplice operazione aritmetica tra sigle. I voti devono arrivare davvero, e la coalizione deve superare la soglia in entrambe le Camere. La legge, inoltre, non attribuisce automaticamente il premio alla forza che raggiunge la percentuale in una sola assemblea.
La partita del 2027 si giocherà quindi su due fronti: la costruzione di alleanze abbastanza ampie da competere per il premio e la capacità di offrire un programma coerente, credibile e riconoscibile.
La fotografia del 25 ottobre 2026 restituisce un sistema politico in movimento, con accordi dichiarati, operazioni parlamentari, nuovi partiti e trattative ancora aperte. Alcune intese sono già pubbliche, altre restano ipotesi e altre ancora riguardano soltanto le condizioni per presentare le liste.
La conclusione è netta: la riforma ha reso più urgente la ricerca di alleati, ma non ha cancellato le divisioni. Semmai, le ha portate allo scoperto. A destra si cerca di ampliare il perimetro senza regalare spazio ai concorrenti interni; a sinistra si prova a costruire un’alternativa mentre restano aperti i conflitti sulla leadership e sul programma; al centro, più progetti competono per lo stesso elettorato.
Tutti cercano di fare massa critica per arrivare al 42%, ma la vera prova sarà trasformare le intese di palazzo in una coalizione capace di ottenere voti, governare e mantenere insieme le proprie componenti. Le firme possono aprire la porta delle elezioni. Non possono sostituire il consenso.
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