In pochi Paesi le carte da gioco raccontano il territorio come in Italia. Chi è cresciuto a Napoli gioca con un mazzo diverso da chi è cresciuto a Treviso, a Bergamo o a Palermo, e spesso basta un’occhiata alle figure per capire da dove arriva una partita a scopa. I mazzi regionali sono più di una dozzina e si distinguono per semi, disegni, dimensioni e, in qualche caso, per il numero di carte.
Le carte da gioco sono arrivate in Europa nella seconda metà del Trecento, con ogni probabilità attraverso i commerci con il mondo dei Mamelucchi, che governavano l’Egitto e la Siria. Le prime testimonianze europee certe risalgono al 1377. In Italia si diffusero rapidamente, e ogni area sviluppò nel tempo il proprio stile grafico, legato alle stamperie locali e ai giochi più praticati.
Per orientarsi tra i mazzi regionali conviene partire dai semi, che dividono le carte italiane in quattro grandi famiglie. La prima è quella a semi spagnoli, con coppe, denari, spade e bastoni: ne fanno parte le napoletane, le piacentine, le siciliane, le sarde e le romagnole. La seconda è quella a semi italiani, con gli stessi quattro semi ma un disegno diverso: è il caso delle trevigiane, delle bergamasche, delle bresciane, delle trentine, delle triestine e delle bolognesi.
La terza famiglia usa i semi francesi, cioè cuori, quadri, fiori e picche: appartengono a questo gruppo le piemontesi, le genovesi, le milanesi e le toscane, dette anche fiorentine. L’ultima, la più rara, è quella a semi tedeschi, con cuori, ghiande, foglie e sonagli: le carte salisburghesi, diffuse quasi solo in Alto Adige.
Il modo più semplice per distinguere un mazzo a semi spagnoli da uno a semi italiani è guardare le spade. Nelle napoletane e nelle piacentine sono corte e dritte, ben separate l’una dall’altra. Nelle trevigiane o nelle bergamasche sono invece lunghe e ricurve, simili a scimitarre, e si intrecciano al centro della carta. Anche le coppe cambiano: nei mazzi spagnoli hanno una forma panciuta, simile a un calice, mentre in quelli italiani appaiono più squadrate. Le figure, nella maggior parte dei mazzi da 40 carte, sono tre: fante, cavallo e re, che seguono le carte numerate dall’asso al sette. I dettagli però variano molto. Le piacentine sono riconoscibili per l’aquila sull’asso di denari, le trevigiane per i motti che accompagnano gli assi, le milanesi per alcuni richiami alla storia della città.
Le napoletane sono il mazzo più diffuso nel Mezzogiorno e negli anni si sono fatte strada anche al Centro-Nord. Le piacentine sono diffuse soprattutto in Emilia, in alcune aree lombarde e in varie zone dell’Italia centrale, tra Marche, Toscana, Umbria e Lazio. Le trevigiane sono molto diffuse in Veneto, le siciliane e le sarde restano legate alle rispettive isole. Quasi tutti i mazzi regionali più comunemente usati sono da 40 carte, il formato tipico di grandi classici italiani come scopa, briscola e tressette. Una delle eccezioni tradizionali più note è il mazzo bresciano da 52 carte, utilizzato per giochi locali come la Cicera; esistono però anche versioni da 52 carte di altri modelli settentrionali, come Trevigiane e Trentine. La catalogazione specialistica di Pagat distingue infatti proprio questi tre modelli regionali in versione da 52 carte: è un dettaglio utile perché mostra che il numero di carte dipende anche dai giochi locali, non soltanto dalla famiglia grafica del mazzo.
Alle volte, però, nemmeno i mazzi regionali possono bastare per determinati giochi, magari semplicemente perché presentano un numero troppo inferiore di carte. Anche in Italia ci sono infatti grandi appassionati dei giochi americani, ma la comparsa di rivisitazioni virtuali di questi passatempi come il blackjack online o il poker in formato digitale, ad esempio, non ha inficiato più di tanto la popolarità dei giochi legati ai mazzi regionali, con annessa tradizione.
Le carte regionali sono ancora oggi stampate da storiche aziende italiane, come la triestina Modiano e la trevigiana Dal Negro, che continuano a produrre i disegni tradizionali accanto ai mazzi più moderni. Perché dietro ogni mazzo c’è una piccola storia locale fatta di tipografie, giochi e abitudini familiari che porta nella storia alla creazione di una serie di varianti di mazzi di carte italiane. È anche per questo che una partita a scopa resta qualcosa di più di un passatempo: è un pezzo di identità che passa di generazione in generazione, dal tavolo della cucina a quello del bar sotto casa. E il mazzo che si sceglie, spesso, dice da dove si viene.
Il Gruppo Editoriale La Prima Pagina, diretto dall’editore Antonio Nesci, ringrazia il comitato organizzatore del…
Dalla conduzione radiofonica alla criminologia, passando per il giornalismo e la critica gastronomica: Ada Cosco…
New Delhi – È stato presentato oggi a New Delhi il calendario Pirelli 2027 che…
Roma si prepara a un fine settimana caratterizzato da manifestazioni preavvisate e mobilitazioni spontanee. La…
di Giuseppe Lalli La geografia politica dei nostri giorni somiglia sempre più a…
Il Comune di Crotone punta sulla rigenerazione urbana, sulla ripartenza dell’edilizia e su cinque direttrici…