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Multe fino a 1.000 euro per chi non impara l’italiano e divieto di volto coperto a scuola: Meloni insegue Vannacci?

Il governo Meloni alza ancora il livello dello scontro sull’integrazione. Il decreto scuola approvato dal Consiglio dei ministri introduce un insieme di misure destinate a far discutere: un limite del 30% per determinati studenti stranieri nelle classi prime, corsi di italiano per i genitori in presenza di gravi difficoltà linguistiche che ostacolino il percorso scolastico dei figli e sanzioni fino a 1.000 euro per chi non rispetta il percorso previsto.

C’è poi il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto, salvo specifiche ragioni sanitarie o di sicurezza. La norma riguarda anche burqa e niqab e prevede una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro. Se la violazione riguarda un minore, la sanzione può ricadere sul genitore.

Il governo sostiene che l’obiettivo sia l’integrazione. Giorgia Meloni parla di strumenti per evitare le cosiddette “classi-ghetto”, mentre il ministro Giuseppe Valditara sostiene che la conoscenza dell’italiano sia fondamentale per l’inserimento scolastico.

Ma la domanda politica resta: dove finisce la richiesta legittima di integrazione e dove comincia una politica di esclusione?

È questo il punto sul quale il provvedimento sta provocando le reazioni più dure. Le opposizioni e alcune organizzazioni del mondo della scuola contestano soprattutto il criterio del tetto agli studenti stranieri, sostenendo che rischi di trasformare la cittadinanza o il luogo di nascita in un criterio di separazione scolastica. Il governo, al contrario, insiste sul fatto che il provvedimento serva proprio a evitare la concentrazione di studenti con difficoltà linguistiche nelle stesse classi.

E allora arriva la domanda più scomoda: la Meloni è diventata razzista?

Una risposta seria non può essere affidata a un’etichetta. “Razzista” è una qualificazione politica e morale, non un dato che possa essere semplicemente certificato dal contenuto di un decreto. È però legittimo discutere se alcune norme producano effetti discriminatori o se il criterio utilizzato dal governo sia compatibile con un’idea inclusiva della scuola.

C’è inoltre un altro elemento politico che non può essere ignorato: il terreno sul quale Meloni si sta muovendo coincide in parte con quello occupato da Roberto Vannacci.

Il limite alla presenza degli studenti stranieri nelle classi, l’accento sull’apprendimento dell’italiano e il contrasto ai simboli che coprono integralmente il volto sono temi che Vannacci ha portato da tempo nel dibattito pubblico. Reuters aveva già collegato le nuove proposte del governo alla crescente competizione politica a destra.

Da qui nasce l’altra domanda: Meloni sta inseguendo Vannacci?

Anche in questo caso bisogna distinguere i fatti dalle interpretazioni. La coincidenza delle battaglie politiche è osservabile; attribuire alla presidente del Consiglio l’intenzione di inseguire Vannacci richiede invece un’interpretazione politica. Il governo può sostenere di avere una propria linea sull’integrazione, mentre gli avversari possono leggere queste scelte come uno spostamento verso posizioni che Vannacci ha contribuito a rendere centrali nel dibattito nazionale.

Il dato politico, però, è evidente: la scuola torna a essere il campo di battaglia sull’identità italiana.

Italiano obbligatorio per alcune famiglie, limite alla concentrazione degli studenti stranieri, divieto del volto coperto e sanzioni economiche. Misure che il governo presenta come strumenti di integrazione e che i critici considerano invece segnali di una politica sempre più selettiva nei confronti dell’immigrazione.

La discussione, dunque, non riguarda soltanto burqa, niqab o corsi di lingua.

Riguarda una domanda molto più grande: che cosa significa integrarsi in Italia e fino a che punto lo Stato può imporre, anche attraverso sanzioni, il modo in cui una famiglia deve integrarsi?

È su questa frontiera che il governo Meloni ha deciso di giocare una partita politica destinata a far discutere.

Redazione

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