Lazio

Il nucleare torna in Italia: il Senato approva definitivamente la legge Pichetto

Il ritorno dell’energia nucleare entra in una nuova fase. L’Aula del Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge delega sull’energia nucleare sostenibile, già approvato dalla Camera il 4 giugno 2026. Il provvedimento, di iniziativa del Governo e promosso dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, è passato con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni. Con il via libera di Palazzo Madama si completa così l’iter parlamentare della legge delega.

La legge non autorizza automaticamente la costruzione di una centrale nucleare, ma delega il Governo a definire entro un anno una disciplina organica sull’intero ciclo di vita dell’energia nucleare sostenibile. Il nuovo quadro dovrà riguardare, tra l’altro, la costruzione e l’esercizio degli impianti, la sicurezza, la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi, la ricerca, la vigilanza e la localizzazione degli impianti, con il coinvolgimento degli enti territoriali. La delega comprende inoltre lo sviluppo della produzione di idrogeno attraverso l’energia nucleare e un programma nazionale dedicato al nucleare sostenibile e alla fusione.

Pichetto: «Giornata storica»

Il ministro Pichetto Fratin ha definito il voto del Senato una «giornata storica per l’Italia», sostenendo che il nucleare sostenibile, insieme alle fonti rinnovabili, possa contribuire alla sicurezza energetica, alla competitività e alla riduzione delle emissioni. Il ministro ha inoltre indicato l’obiettivo di predisporre i decreti attuativi entro la fine dell’anno.

Secondo quanto riferito da Pichetto, l’obiettivo successivo è arrivare alla realizzazione dei primi nuovi impianti nell’ambito del nuovo quadro normativo. La legge delega rappresenta quindi l’apertura di un percorso regolatorio, non l’immediata riattivazione delle vecchie centrali italiane.

Dal referendum del 1987 al voto del 2011: la lunga storia del nucleare italiano

Il voto del Senato riapre una questione che in Italia affonda le proprie radici nella storia energetica e politica della Prima Repubblica.

L’Italia aveva avviato il proprio programma nucleare già negli anni Cinquanta e Sessanta. Negli anni Ottanta, tuttavia, il tema divenne sempre più controverso, fino ad arrivare alla consultazione dell’8 novembre 1987, organizzata dopo il disastro di Chernobyl dell’anno precedente.

Quel referendum comprendeva tre quesiti collegati al nucleare. Gli elettori furono chiamati a pronunciarsi, tra l’altro, sulla localizzazione delle centrali nucleari, sui contributi agli enti locali che ospitavano impianti per la produzione di energia elettrica e sulla partecipazione dell’Enel a impianti nucleari all’estero.

L’affluenza fu del 65,1%. I tre quesiti ottennero rispettivamente il 79,7%, l’80,6% e il 71,9% di voti favorevoli all’abrogazione, secondo i dati ufficiali del Senato.

È importante però precisare cosa significò giuridicamente quel voto: il referendum del 1987 non ordinò direttamente la chiusura delle centrali nucleari italiane. L’esito abrogativo eliminò specifiche disposizioni legislative e contribuì al successivo processo politico che portò alla rinuncia all’energia nucleare.

Il tentativo di ritorno e il referendum del 2011

La questione tornò al centro della politica energetica oltre vent’anni dopo. Tra il 2008 e il 2010 venne avviato un nuovo programma legislativo per consentire la realizzazione di impianti nucleari in Italia. Il decreto legislativo n. 31 del 2010 disciplinò, tra l’altro, localizzazione, costruzione ed esercizio dei nuovi impianti.

Poi arrivò Fukushima, l’11 marzo 2011.

Dopo l’incidente in Giappone, il Governo intervenne sulla normativa e sospese il programma di localizzazione e realizzazione delle nuove centrali. La Corte di Cassazione trasferì quindi il quesito referendario sulle nuove disposizioni, mentre la Corte costituzionale ne confermò l’ammissibilità.

Il referendum si svolse il 12 e 13 giugno 2011. Il quesito riguardava l’abrogazione delle norme che consentivano la realizzazione di nuovi impianti nucleari. Il quorum venne raggiunto e, tra i votanti, il 94,05% si espresse per il Sì all’abrogazione. Il risultato portò all’abrogazione delle disposizioni interessate e alla cancellazione del quadro normativo che il Governo aveva predisposto per il ritorno al nucleare.

Da allora l’Italia è rimasta senza un programma nazionale per la costruzione di nuove centrali, pur mantenendo una struttura normativa e tecnica legata alla sicurezza nucleare, alla gestione dei rifiuti radioattivi e al decommissioning degli impianti esistenti.

Quasi quarant’anni dopo, cambia nuovamente il quadro

La legge approvata dal Senato nel settembre 2026 segna dunque un nuovo passaggio nella lunga storia del nucleare italiano. Dopo i referendum del 1987 e del 2011, entrambi caratterizzati da un voto abrogativo sulle norme oggetto delle consultazioni, il Parlamento ha approvato una nuova delega legislativa finalizzata a costruire un quadro regolatorio per il nucleare sostenibile.

Il prossimo passaggio sarà affidato al Governo, che dovrà trasformare i principi contenuti nella legge delega nei relativi decreti legislativi. Solo attraverso questi provvedimenti, insieme alle successive procedure autorizzative e alle decisioni sulla localizzazione, sarà possibile definire concretamente se, dove e con quali tecnologie potranno essere realizzati nuovi impianti nucleari in Italia.

Redazione

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