Umbria

L’eredità di Francesco: ritornare all’umano. Massimiliano Marianelli: «La sua grandezza non deriva dall’autosufficienza, ma dalla relazione»

Ad Assisi il cammino verso il 4 ottobre, giorno della festa di San Francesco, assume quest’anno un significato particolare. Il 2026 è infatti l’anno dell’ottavo centenario della morte del Santo e la città si prepara a vivere una celebrazione destinata ad assumere una dimensione nazionale e internazionale. Il 4 ottobre la Basilica di San Francesco sarà al centro della celebrazione eucaristica, prevista alle 9:45 e trasmessa dalla Rai, mentre alle 11:20, dalla Loggia del Sacro Convento, sono previsti i messaggi della Famiglia Francescana e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nel pomeriggio, alle 16, si terranno i Vespri pontificali, la processione e la benedizione all’Italia e al mondo.

Ma prima della grande giornata celebrativa c’è un’altra domanda, forse ancora più importante: che cosa rimane di Francesco, ottocento anni dopo la sua morte?

È una domanda che Assisi sta affrontando non soltanto attraverso la memoria, ma attraverso un intenso programma culturale. Il Cortile di Francesco 2026, dedicato proprio al centenario, si sviluppa in queste settimane tra incontri, dialoghi, presentazioni e momenti di approfondimento alla Basilica e al Sacro Convento. Tra gli appuntamenti dedicati specificamente alla figura del Santo c’è quello di oggi, 19 settembre, con la presentazione di Francesco. Un’eredità ancora viva, insieme a Marco Guida e Massimiliano Marianelli, Rettore Magnifico dell’Università degli Studi di Perugia.

È proprio a partire da questo appuntamento che abbiamo incontrato il Rettore Marianelli, in un’esclusiva intervista che va oltre la celebrazione e prova a riportare Francesco dentro le grandi questioni del nostro presente.

Perché l’eredità di Francesco, nella prospettiva proposta dal Rettore dell’Università degli Studi di Perugia, non coincide con un insieme di ricordi da custodire. Un’eredità è davvero viva quando continua a porre domande e, soprattutto, quando rende chi la riceve responsabile di ciò che può ancora accadere.

Da qui nasce una riflessione che attraversa l’antropologia, la povertà, l’economia, la storia dell’Università, il rapporto con la natura, la pace e persino l’intelligenza artificiale. Il filo conduttore è uno solo: ritornare all’umano.

Professor Marianelli, siamo a pochi giorni dalle celebrazioni del 4 ottobre e nel pieno del percorso dell’Ottocentenario. Quando parliamo oggi dell’eredità di Francesco, da dove dobbiamo partire?

Credo che la prima cosa da evitare sia considerare Francesco semplicemente come una grande figura del passato. Naturalmente Francesco appartiene alla storia: alla storia della Chiesa, della spiritualità cristiana, dell’Umbria, dell’Italia e dell’Europa. Ma esistono figure che appartengono al proprio tempo e figure che, proprio perché sono state radicalmente dentro il proprio tempo, riescono in qualche modo ad attraversarlo.

Francesco appartiene a queste ultime.

È per questo che, dopo ottocento anni, continuiamo a interrogarci sulla sua eredità. Un’eredità, infatti, è veramente viva quando non ci chiede soltanto di ricordare ciò che è stato, ma ci rende responsabili di ciò che ancora può essere.

E credo che Francesco continui a essere così straordinariamente contemporaneo perché, alle origini, la sua esperienza conteneva qualcosa di potentissimo e insieme di semplicissimo. Mi viene da utilizzare un’immagine quasi fisica: un nucleo di energia, un atomo nel quale erano concentrate possibilità capaci poi di irradiarsi nella storia.

Francesco non costruisce innanzitutto un sistema filosofico. Non elabora una teoria politica. Non scrive un trattato di economia. Non propone neppure, in senso proprio, una nuova antropologia.

Francesco vive.

Eppure, nella radicalità di quella vita, accade una delle trasformazioni antropologiche più profonde della cultura occidentale.

Lei parla di una possibile svolta antropologica e, con le necessarie cautele, di un “umanesimo francescano in nuce”. Perché questa definizione?

Francesco precede di molto quello che chiamiamo storicamente Umanesimo. L’Umanesimo di Pico, di Ficino e della cultura quattrocentesca sarà un umanesimo nel quale l’uomo riscopre se stesso anche attraverso il rapporto con i classici, con la paideia, con la propria capacità di formarsi attraverso la cultura.

Ma prima di quell’Umanesimo, a mio avviso, con Francesco accade qualcosa di ancora più originario. Accade una svolta antropologica.

L’essere umano torna al centro, ma paradossalmente vi torna proprio quando smette di considerarsi il centro di tutto.

Questa è la rivoluzione francescana.

L’uomo di Francesco non è l’individuo autosufficiente. Non è l’uomo definito da ciò che possiede, da ciò che produce o dal potere che esercita. È un essere fragile, esposto, finito, bisognoso dell’altro e proprio per questo capace di relazione.

Con gli altri esseri umani, con il povero, con il malato, con il diverso, con il creato, con Dio; ma anche, potremmo dire oggi, con l’umanità che lo ha preceduto e con quella che verrà dopo di lui.

Quello francescano è dunque, prima ancora che un umanesimo della cultura, un umanesimo della carne e del sangue, delle gioie e dei dolori dell’uomo di ogni tempo.

Ed è forse proprio questa essenzialità a renderlo universale.

La fragilità, quindi, non è una debolezza da superare, ma una dimensione costitutiva dell’uomo?

È una dimensione che permette la relazione. Francesco ci mette davanti a un uomo che non è autosufficiente, che non si definisce attraverso la propria capacità di bastare a se stesso. È un uomo che riconosce il proprio limite e proprio per questo può aprirsi all’altro.

Forse è anche per questo che Francesco continua a essere riconoscibile in culture lontanissime dalla sua. Prima delle appartenenze e delle costruzioni culturali, raggiunge qualcosa che appartiene alla condizione umana: la fragilità, la gioia, il dolore, il bisogno dell’altro, la meraviglia davanti al mondo, la paura della morte e la possibilità della fraternità.

Francesco dice l’umano in una lingua essenziale.

Arriviamo così alla povertà, una delle parole che più immediatamente associamo a Francesco. Rischiamo però di leggerla soltanto in termini economici?

Sì, ed è un rischio inevitabile se interpretiamo la povertà soltanto attraverso le categorie economiche contemporanee. Noi moderni abbiamo costruito una parte significativa della nostra comprensione del mondo intorno al valore economico e quindi la povertà francescana diventa facilmente non possedere denaro, rinunciare ai beni, vivere materialmente con poco.

Naturalmente tutto questo c’è.

Ma credo che ci sia molto di più.

La povertà di Francesco non riguarda soltanto ciò che l’uomo possiede. Riguarda il modo in cui l’uomo sta davanti al reale.

È rinuncia alla pretesa del possesso. E quindi non soltanto possesso delle cose, ma possesso dell’altro, possesso della natura, possesso del sapere, persino, in un senso molto profondo, possesso della verità.

Essere poveri significa allora fare spazio. Significa non occupare tutto. Significa riconoscere che ciò che incontro non esiste semplicemente perché io possa appropriarmene.

Francesco spoglia l’umano di ciò che non è essenziale per cercare di ritrovarlo, potremmo dire, allo stato puro. E ciò che rimane non è un individuo isolato.

Rimane una relazione.

Questo, per me, è il punto decisivo.

E proprio qui si apre il paradosso dell’economia francescana: dalla scelta della povertà nasce anche una riflessione sulla ricchezza e sul credito.

È uno degli aspetti più interessanti dell’eredità francescana. Francesco sceglie radicalmente la povertà e, tuttavia, proprio dal mondo francescano nascerà nei secoli successivi una delle riflessioni più originali sul mercato, sul credito, sul valore della ricchezza e sul bene comune.

Non direi naturalmente che Francesco abbia “inventato le banche”: sarebbe storicamente improprio. Il credito e i banchi esistevano già. Ma è vero che la tradizione francescana contribuì in maniera importante alla nascita di nuove istituzioni creditizie, soprattutto dei Monti di Pietà. Il primo fu fondato proprio a Perugia nel 1462.

Questo non è un incidente nella storia del francescanesimo. È una conseguenza profonda di quella concezione della povertà.

Se la povertà francescana fosse semplicemente il rifiuto del denaro, non comprenderemmo perché teologi e predicatori francescani abbiano dedicato tanta attenzione al prezzo, al profitto, al credito, allo scambio e alla funzione sociale della mercatura.

Il punto è un altro: la ricchezza non è condannata perché esiste; viene interrogata nel modo in cui circola e nelle relazioni che produce.

Il denaro può separare, escludere e dominare; ma può anche diventare strumento di fiducia, di intrapresa, di emancipazione e di costruzione comunitaria.

Ecco perché i Monti di Pietà non furono pensati come semplice elemosina. La loro intuizione fu più radicale: aiutare una persona non soltanto nel momento del bisogno, ma creare un’istituzione che le permettesse di accedere al credito, di lavorare, di non essere schiacciata dall’usura e di rimanere dentro la comunità civile.

La povertà, dunque, non conduce fuori dal mondo. Può produrre istituzioni e cultura civile.

Lei utilizza anche una formula molto particolare: “nulla-tutto”. Che cosa significa?

Mi viene da esprimere attraverso questo paradosso la condizione dell’essere umano francescano.

È quasi un nulla-tutto.

Nulla, perché è fragile, precario, destinato alla morte. Non possiede definitivamente neppure la propria esistenza.

E tuttavia tutto, non perché domini tutto, ma perché è profondamente relato alla propria origine, che è l’origine di tutto.

La sua grandezza non deriva allora dall’autosufficienza.

Deriva dalla relazione.

Ed è proprio questa consapevolezza del limite a renderlo capace di aprirsi.

Questa idea della relazione permette anche di comprendere il rapporto tra Francesco e l’Università?

Credo di sì. Può sembrare, a prima vista, un rapporto non immediato. Francesco non è un professore universitario e non costruisce una scuola filosofica nel senso accademico del termine.

E tuttavia dal movimento francescano nasce una delle grandi avventure intellettuali dell’Europa medievale. Bonaventura, Ruggero Bacone, Duns Scoto, Ockham e molti altri mostrano che la scelta dell’essenzialità non è affatto una rinuncia alla conoscenza.

È piuttosto una domanda radicale sul suo significato.

Questo rapporto tocca molto da vicino anche la storia dell’Università degli Studi di Perugia. Il nostro Studium viene formalmente riconosciuto nel 1308, con la Super specula di Clemente V. Siamo dunque a meno di un secolo dalla morte di Francesco, in una regione nella quale la presenza e l’influenza francescana erano ormai profondamente radicate.

Non voglio naturalmente proporre una relazione causale che sarebbe storicamente impropria: l’Università di Perugia non nasce “dal” francescanesimo.

Ma nasce e cresce dentro un mondo che il francescanesimo aveva profondamente attraversato.

E nella storia dello Studium perugino c’è anche la vicenda di Bartolo da Sassoferrato e di fra Pietro d’Assisi.

Sì, ed è una piccola traccia biografica che trovo particolarmente significativa.

Bartolo da Sassoferrato è uno dei grandi nomi della nostra storia universitaria, uno dei massimi giuristi del Medioevo. Arriva giovanissimo a Perugia, studia con Cino da Pistoia e diventa poi uno dei maestri che renderanno lo Studium perugino celebre in Europa.

Ma prima dell’Università c’è un incontro.

Bartolo stesso racconta di avere ricevuto la propria prima formazione da fra Pietro d’Assisi, un francescano che ricorda con parole di straordinaria commozione, riconoscendogli quella formazione intellettuale che gli consentì, appena quattordicenne, di affrontare gli studi giuridici a Perugia.

Trovo questa piccola traccia biografica molto bella perché un filo collega Assisi, la formazione francescana, Bartolo e lo Studium perugino.

Non significa trasformare Bartolo in un pensatore francescano.

Significa riconoscere che la storia della nostra Università è cresciuta dentro una trama culturale nella quale l’eredità francescana era presente e operante.

Da questa prospettiva possiamo arrivare anche al rapporto tra Francesco e l’Umanesimo?

Dobbiamo naturalmente evitare genealogie troppo semplici. Non possiamo dire che l’Umanesimo quattrocentesco “derivi” linearmente da Francesco.

Possiamo però riconoscere una continuità di domande.

Che cos’è l’uomo? In che cosa consiste la sua dignità? Qual è il rapporto tra libertà e limite? Che cosa significa formarsi? Che cosa significa essere nel mondo?

L’Umanesimo storico cercherà molte risposte attraverso la riscoperta dei classici e farà della cultura uno degli strumenti fondamentali attraverso i quali l’uomo forma se stesso.

Francesco aveva posto la domanda ancora più indietro: prima della cultura, che cosa resta dell’umano?

Rimane un essere vulnerabile e relazionale, capace di gioire e soffrire, capace di incontrare e di avere cura, capace di riconoscere un fratello nel sole e una sorella nell’acqua, capace persino di chiamare sorella la morte.

È un umanesimo radicalmente incarnato.

Ed è proprio per questo che Francesco può parlare all’Università contemporanea, anche davanti alla sfida dell’intelligenza artificiale?

Viviamo in un momento nel quale l’essere umano è costretto nuovamente a domandarsi che cosa lo definisca.

Pensiamo all’intelligenza artificiale. Paradossalmente l’uomo oggi si sente sfidato da qualcosa che egli stesso ha prodotto. Una macchina può elaborare conoscenza, produrre testi e immagini, tradurre, calcolare, apprendere.

E allora ritorna la domanda: che cosa significa essere umani?

Se definiamo l’umano soltanto attraverso la prestazione cognitiva, la domanda diventa inquietante.

Francesco ci suggerisce una strada diversa. L’umano non coincide con la prestazione, non coincide con la quantità di sapere accumulato e non coincide con il potere di trasformare il mondo.

L’umano è relazione. È vulnerabilità. È responsabilità. È capacità di cura. È capacità di fare spazio.

Per questo direi che Francesco non è semplicemente una chiave tra le tante per leggere il nostro tempo. In un senso particolare, può essere la chiave, proprio perché non chiude.

Apre.

E poi scompare.

Lascia spazio all’altro.

Tra i temi dell’eredità francescana che l’Università sta rilanciando ci sono pace e ambiente. Perché questi due temi sono così vicini?

Perché non si tratta necessariamente di due temi separati.

La pace riguarda il modo in cui abitiamo la relazione con l’altro. La sostenibilità riguarda il modo in cui abitiamo la relazione con il mondo.

Alla radice, però, c’è la stessa domanda: siamo proprietari o custodi?

Il Cantico delle creature compie una rivoluzione dello sguardo. Il sole diventa fratello, l’acqua sorella, la terra madre.

È poesia, naturalmente. Ma proprio la poesia riesce a dire qualcosa che un linguaggio puramente concettuale fatica a restituire: il mondo non è semplicemente davanti a noi; noi siamo in relazione con il mondo.

E allora pace e sostenibilità appartengono allo stesso orizzonte.

La logica che distrugge l’altro e quella che distrugge un territorio condividono una tentazione: considerare ciò che abbiamo davanti come completamente disponibile al nostro potere.

Francesco suggerisce il movimento opposto: riconoscere, ricevere, custodire, avere cura.

L’Università come può trasformare questa riflessione in una responsabilità concreta?

È proprio questo il passaggio decisivo. Non vogliamo limitarci a celebrare Francesco.

L’Ottocentenario deve certamente essere memoria, ma se rimane soltanto memoria rischia di non essere veramente un’eredità.

Abbiamo quindi iniziato a lavorare affinché Assisi possa diventare sempre più anche un luogo universitario nel quale l’eredità francescana venga studiata e fatta dialogare con le grandi questioni contemporanee.

Stiamo ragionando su percorsi formativi e insegnamenti capaci di mettere in relazione filosofia e storia, letteratura e sociologia, psicologia e diritto, economia e storia del credito, sostenibilità e studi sulla pace.

Non per costruire semplicemente “studi su Francesco”.

Ma per partire da Francesco e interrogare l’umano.

Che cosa significa fraternità oggi? Che cosa significa povertà dentro una società costruita intorno al consumo? Che cosa significa cura del creato nel tempo della crisi climatica? Che cosa significa pace in un mondo nuovamente attraversato dalla guerra? Che cosa significa essere umani nell’epoca dell’intelligenza artificiale?

Queste sono domande francescane proprio perché sono domande universali.

In questa prospettiva si colloca anche “Università, Ponti di Pace”?

Sì. Il 25 febbraio, ad Assisi, diverse Università italiane e internazionali si sono incontrate e hanno condiviso la Carta di Assisi.

L’idea è semplice: l’Università non può intervenire sulla pace soltanto quando la guerra è già cominciata.

La pace si costruisce prima: nella formazione, nella ricerca, nel dialogo, nella capacità di riconoscere l’altro e nella responsabilità con cui produciamo e utilizziamo la conoscenza.

Il prossimo 25 novembre torneremo ad Assisi per il secondo appuntamento, aprendo il percorso agli Atenei che vorranno condividerlo.

E credo che anche questa sia, in fondo, un’eredità francescana.

Perché un ponte non cancella le rive.

Le rende attraversabili.

E qui torna inevitabilmente l’incontro tra Francesco e il Sultano.

Francesco lo aveva compreso quando, nel pieno delle Crociate, incontrò il Sultano.

Non rinunciò alla propria identità.

Non chiese all’altro di non avere la propria.

Entrò nello spazio dell’incontro.

Credo che questa sia una delle immagini più forti che possiamo portare nel nostro presente: il dialogo non significa cancellare le differenze, ma creare lo spazio nel quale le differenze possano incontrarsi.

Arriviamo così alla domanda finale. Ottocento anni dopo, che cosa significa davvero ricevere l’eredità di Francesco?

Forse il modo migliore per celebrare gli ottocento anni non è domandarci soltanto che cosa Francesco abbia lasciato.

La domanda più importante è: che cosa possiamo ancora ricevere?

Perché un’eredità non è qualcosa che possediamo. È qualcosa che riceviamo e del quale diventiamo responsabili.

Francesco ci consegna una concezione dell’umano che, dopo ottocento anni, continua sorprendentemente a interrogarci.

Un essere umano che riconosce la propria fragilità senza vergognarsene; che proprio perché sa di non essere tutto può aprirsi al tutto; che non trova la propria grandezza nel possesso, ma nella relazione; che non incontra la natura come proprietario assoluto, ma come ospite; che non incontra l’altro per assimilarlo, ma per riconoscerlo.

E allora forse Francesco continua a essere contemporaneo proprio perché ci riporta continuamente all’essenziale.

All’umano allo stato puro.

Prima delle nostre prestazioni. Prima delle nostre appartenenze. Prima delle nostre ricchezze. Prima persino delle costruzioni attraverso le quali cerchiamo di definirci.

Un essere fragile, finito, relazionale.

Capace di gioia, capace di dolore, capace di riconoscere, capace di avere cura, capace di pace.

Ed è qui, credo, che l’eredità di Francesco incontra profondamente la missione dell’Università.

Perché anche l’Università, se vuole essere fedele alla propria vocazione, non può limitarsi a trasmettere competenze. Deve continuare a porre la domanda sull’umano. Deve custodire la conoscenza, certamente, ma anche interrogarsi sul suo fine. Deve formare persone capaci non soltanto di sapere e di fare, ma di abitare responsabilmente il mondo.

Forse è questo il filo che, con tutte le differenze della storia, può collegare Francesco, la terra umbra, lo Studium nato nel 1308, la formazione francescana del giovane Bartolo e l’Università che siamo chiamati a costruire oggi.

Non una continuità da dimostrare artificialmente.

Una eredità da interrogare.

E forse, ottocento anni dopo, il modo più autentico per essere fedeli a Francesco non è ripeterne le parole.

È lasciare che quelle parole tornino a interrogarci.

Che cosa significa essere umani?
Che cosa significa vivere insieme?
Che cosa significa abitare il mondo senza possederlo?
Che cosa significa costruire la pace?

Sono domande antiche.

E sono, ancora oggi, le nostre domande.

Forse proprio per questo, alla vigilia del grande appuntamento del 4 ottobre ad Assisi, l’eredità di Francesco è ancora viva.

Redazione

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