Il calcio italiano perde uno dei suoi grandi protagonisti. Sandro Mazzola è morto all’età di 83 anni. La notizia è stata comunicata dall’Inter nella notte tra venerdì 18 e sabato 19 settembre 2026, affidando a un messaggio ufficiale il dolore della società per la scomparsa di una delle figure più importanti della propria storia.
Con Mazzola se ne va un pezzo irripetibile del calcio italiano. Un uomo che ha attraversato quasi vent’anni di storia nerazzurra, diventando uno dei simboli della Grande Inter di Helenio Herrera, ma anche un protagonista della Nazionale italiana, campione d’Europa nel 1968 e vicecampione del mondo nel 1970.
La sua carriera è stata legata quasi interamente a una sola maglia. Quella dell’Inter.
Mazzola ha giocato in nerazzurro dal 1960 al 1977, dopo essere cresciuto nel settore giovanile del club. In 17 stagioni ha collezionato centinaia di presenze e 161 gol, conquistando quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. È stato anche capocannoniere del campionato italiano nel 1964-65 e miglior realizzatore della Coppa dei Campioni nella stagione 1963-64. Nel 1971 arrivò secondo nella classifica del Pallone d’Oro, alle spalle di Johan Cruijff.
Ma i numeri raccontano soltanto una parte della storia.
Sandro Mazzola era nato il 8 novembre 1942. Fin da bambino portava sulle spalle un cognome destinato a pesare enormemente nella storia del calcio italiano: quello di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino, morto nella tragedia di Superga del 4 maggio 1949.
Sandro aveva poco più di sei anni.
La scomparsa del padre avrebbe accompagnato tutta la sua vita. Ma il figlio non si limitò a vivere all’ombra del mito paterno. Costruì una propria leggenda, con un percorso completamente diverso eppure altrettanto straordinario.
Fu l’Inter a raccoglierlo e accompagnarlo nel suo percorso calcistico. Da giovanissimo entrò nell’ambiente nerazzurro e incontrò anche un’altra figura destinata a essere fondamentale nella sua formazione: Giuseppe Meazza.
Poi arrivò Helenio Herrera.
Il tecnico argentino seppe valorizzare le caratteristiche di quel ragazzo leggero, rapidissimo, tecnico e capace di attaccare gli spazi. Mazzola diventò progressivamente uno degli uomini fondamentali della squadra che avrebbe dominato l’Europa nella seconda metà degli anni Sessanta.
Il debutto in Serie A arrivò nel 1961, in una partita diventata celebre anche per le circostanze particolari che la accompagnarono: la sfida tra Juventus e Inter fu rigiocata dopo la controversa sospensione dell’incontro originario. L’Inter schierò una formazione giovanile e perse 9-1. L’unico gol nerazzurro fu segnato proprio da Mazzola, allora appena diciottenne.
Fu l’inizio di una storia destinata a diventare leggenda.
La consacrazione arrivò pochi anni dopo.
Il 27 maggio 1964, allo stadio Prater di Vienna, l’Inter affrontò il Real Madrid nella finale di Coppa dei Campioni. Di fronte c’erano alcuni dei più grandi nomi del calcio mondiale, a partire da Alfredo Di Stéfano e Ferenc Puskás.
Mazzola aveva appena 21 anni.
Quella sera segnò due gol e contribuì in maniera decisiva alla vittoria per 3-1 dell’Inter. Fu il primo grande trionfo europeo della storia nerazzurra e uno dei momenti fondanti della Grande Inter. Dopo la partita, Puskás si avvicinò al giovane attaccante e gli dedicò parole che sarebbero rimaste nella memoria di Mazzola, ricordandogli il padre Valentino e riconoscendone il valore.
La stagione successiva arrivarono anche la Coppa Intercontinentale e un altro titolo europeo. Mazzola segnò in momenti decisivi, comprese le sfide contro l’Independiente e la semifinale contro il Liverpool.
Era il volto giovane di una squadra destinata a diventare un riferimento mondiale.
Accanto a lui c’erano campioni come Giacinto Facchetti, Luis Suárez, Armando Picchi, Jair, Mario Corso e tanti altri protagonisti di quella straordinaria formazione.
Mazzola, con il suo celebre baffo, era però qualcosa di diverso da un semplice attaccante.
Era velocità, tecnica, intuizione e capacità di trasformare una giocata individuale in un’occasione da gol.
Tra le immagini rimaste nella memoria degli appassionati c’è soprattutto quella delle sue progressioni palla al piede.
Una delle più celebri arrivò contro il Vasas Budapest in Coppa dei Campioni. Mazzola partì dalla propria metà campo offensiva, superò diversi avversari, arrivò davanti al portiere e completò una delle azioni individuali più spettacolari della sua carriera.
Quella giocata contribuì a trasformare il termine “serpentina” in una delle parole associate immediatamente al suo calcio.
Mazzola non era soltanto il giocatore della Grande Inter. Era anche un calciatore capace di interpretare ruoli diversi e di adattarsi alle esigenze tattiche della squadra.
Fu attaccante, seconda punta, mezzala offensiva e riferimento avanzato. La sua capacità di muoversi tra le linee e di attaccare gli spazi lo rese particolarmente moderno per la sua epoca.
Se all’Inter Mazzola rappresentava il nerazzurro, dall’altra parte di Milano c’era Gianni Rivera.
Mazzola e Rivera furono i due grandi simboli del calcio milanese e italiano tra gli anni Sessanta e Settanta. Due campioni diversi per caratteristiche tecniche, personalità e modo di interpretare il gioco.
La loro rivalità divenne ancora più evidente in Nazionale.
Mazzola esordì con l’Italia nel 1963 contro il Brasile e segnò su rigore. Con la maglia azzurra avrebbe totalizzato 70 presenze e 22 reti, conquistando il titolo europeo nel 1968 e arrivando alla finale del Mondiale del 1970 in Messico, persa contro il Brasile di Pelé.
Proprio nel Mondiale messicano nacque una delle vicende più famose della storia della Nazionale: la cosiddetta “staffetta” tra Mazzola e Rivera.
Nella finale contro il Brasile, Mazzola partì titolare e Rivera entrò soltanto nel finale. Quella scelta tattica avrebbe alimentato discussioni per decenni.
La carriera da calciatore di Mazzola si concluse nel 1977.
L’ultima partita fu quasi un simbolo perfetto della sua storia: una finale di Coppa Italia contro il Milan di Gianni Rivera.
Il derby di Milano diventò così anche l’ultima pagina della carriera agonistica del grande numero nerazzurro.
Dopo 17 stagioni, Mazzola lasciò il campo.
Ma non lasciò l’Inter.
Negli anni successivi lavorò come dirigente, ricoprendo incarichi nel club nerazzurro e contribuendo anche a operazioni di mercato. Fu coinvolto, tra l’altro, nell’arrivo di grandi giocatori, mentre successivamente lavorò anche per Genoa e Torino, la squadra legata indissolubilmente alla memoria di suo padre Valentino.
Per molti anni diventò anche un volto familiare della televisione sportiva, commentando il calcio con la stessa personalità che aveva mostrato sul campo.
La particolarità più forte della carriera di Sandro Mazzola rimane forse questa: in Serie A indossò soltanto la maglia dell’Inter.
Diciassette stagioni, centinaia di partite, 161 gol e un palmarès che comprende quattro campionati italiani, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali.
Un legame diventato identità.
L’Inter lo ha salutato definendolo una leggenda nerazzurra e del calcio mondiale, ricordando il ragazzo entrato nel club da giovanissimo e rimasto legato ai colori nerazzurri per tutta la vita.
Con la morte di Mazzola non scompare soltanto un campione.
Scompare un testimone diretto di un calcio che non esiste più: quello degli stadi pieni, delle grandi sfide europee, dei campioni riconoscibili senza bisogno di sponsor sulla maglia, delle rivalità che attraversavano una città e diventavano parte della cultura popolare.
Sandro Mazzola è stato il figlio di Valentino, ma è diventato Sandro Mazzola.
Il ragazzo di Superga è diventato il campione della Grande Inter.
Il giovane che segnò in una finale contro il Real Madrid è diventato uno dei simboli della storia nerazzurra.
Il numero 10 dell’Inter è diventato una delle figure più riconoscibili del calcio italiano.
E ora, a 83 anni, quella corsa si è fermata.
Resta la memoria.
Restano i gol.
Restano le coppe.
Restano le immagini di un ragazzo magro e velocissimo che correva verso la porta, lasciandosi alle spalle gli avversari.
E resta soprattutto quella maglia nerazzurra che Sandro Mazzola ha indossato per 17 anni e che, molto probabilmente, non ha mai smesso davvero di portare.
Melicucco – la 4° edizione del Concorso di Poesia “Araba Fenice” ideato dal Rino LoGiacco…
Il Giappone supera per la prima volta nella sua storia la soglia dei 100mila centenari.…
Una lunga carriera costruita tra radio, televisione, cinema, spettacolo e cultura. È quella raccontata da…
Melicucco – Nella giornata del 6 settembre, in occasione dell'evento organizzato dall'Accademia Culturale di Lettere,…
Il presidente ucraino interviene al primo Carpathian Summit e lancia il nuovo formato C8. Al…
Roberto Vannacci alza il tono sul tema delle priorità politiche e delle risorse pubbliche. Al…