Londra sperimenta farmaci contro gli impulsi sessuali problematici nei condannati per reati sessuali. Il trattamento è volontario e potrebbe arrivare a migliaia di detenuti. Ma il dibattito sulla cosiddetta castrazione chimica riapre interrogativi etici e scientifici
Una terapia farmacologica per ridurre il desiderio sessuale e gli impulsi problematici dei detenuti condannati per reati sessuali. È questa la sperimentazione che sta facendo discutere nel Regno Unito e che potrebbe trasformarsi, nei prossimi anni, in un programma molto più ampio nelle carceri di Inghilterra e Galles.
Il progetto, denominato Medication to Manage Problematic Sexual Arousal (MMPSA), è già operativo in dieci istituti penitenziari britannici e sarà esteso a venti carceri entro novembre. L’ipotesi, se la sperimentazione darà risultati positivi, è arrivare a una diffusione molto più ampia entro la fine del 2028. Secondo le stime citate nell’ultimo aggiornamento sul programma, potrebbero essere circa 3.750 i detenuti potenzialmente eleggibili, vale a dire all’incirca uno su quattro tra quelli detenuti per reati sessuali.
Non si tratta, però, di una misura automatica e soprattutto non di una terapia imposta indistintamente a tutti i condannati. Il programma è pensato come volontario, con una valutazione clinica individuale e l’affiancamento di interventi psicologici. È proprio questo uno degli elementi centrali della discussione: il farmaco non viene presentato come una cura del comportamento criminale, ma come uno strumento aggiuntivo per alcune persone nelle quali il desiderio sessuale incontrollabile o i pensieri sessuali intrusivi rappresentano un fattore di rischio.
La terapia può comprendere diverse categorie di medicinali. Tra queste ci sono alcuni antidepressivi SSRI, utilizzati anche per intervenire sui pensieri sessuali intrusivi e sui comportamenti compulsivi, e gli antiandrogeni, farmaci capaci di ridurre l’azione degli ormoni sessuali maschili e, in particolare, i livelli di testosterone.
L’effetto cercato non è semplicemente quello di “spegnere” la sessualità, come potrebbe suggerire il termine giornalistico “pillola della castrazione chimica”. L’obiettivo è piuttosto ridurre l’intensità degli impulsi nei soggetti che vengono ritenuti maggiormente esposti al rischio di comportamenti sessuali problematici.
La distinzione è importante. Gli esperti sottolineano infatti che non tutti i reati sessuali sono riconducibili a un eccesso di desiderio sessuale. In alcuni casi possono prevalere dinamiche di violenza, rabbia, controllo, coercizione o abuso di sostanze. In situazioni di questo tipo, diminuire la libido non significa necessariamente eliminare il rischio di comportamento violento.
Per questo motivo il progetto britannico insiste sulla necessità di associare il trattamento farmacologico al lavoro psicologico e alla valutazione individuale.
Il numero di 3.750 potenziali destinatari ha attirato particolare attenzione. Ma è importante evitare una lettura imprecisa del dato: non si tratta di 3.750 uomini condannati specificamente per stupro, bensì della stima relativa a circa un quarto della popolazione carceraria britannica detenuta per reati sessuali che potrebbe risultare idonea al trattamento.
L’estensione da dieci a venti carceri rappresenta quindi un passaggio significativo. Il progetto consentirà di raccogliere una quantità maggiore di dati sull’efficacia, sull’adesione dei detenuti, sugli effetti collaterali e soprattutto sulla capacità del trattamento di contribuire alla prevenzione della recidiva.
Ed è proprio questo il punto sul quale si concentrerà la valutazione finale: la riduzione della libido porta davvero a una diminuzione dei nuovi reati?
La risposta non può essere data semplicemente osservando se un detenuto dichiara di avere meno desiderio sessuale. Il vero obiettivo è capire se l’intervento farmacologico, inserito in un percorso più complesso, contribuisca concretamente a ridurre il rischio di nuove aggressioni.
La sperimentazione riporta inevitabilmente alla ribalta il tema della cosiddetta castrazione chimica, un’espressione utilizzata soprattutto nel dibattito politico e mediatico. In realtà, il progetto britannico viene presentato come un trattamento medico volontario e non come una punizione aggiuntiva.
La questione diventa però molto più delicata quando si parla di detenuti prossimi alla scarcerazione o sottoposti a condizioni per la libertà vigilata. Se un trattamento farmacologico diventasse, direttamente o indirettamente, una condizione per ottenere la libertà, il concetto di “volontarietà” potrebbe diventare molto più difficile da definire.
È uno dei motivi per cui gli esperti invitano alla cautela. Una terapia che modifica la risposta ormonale e sessuale di una persona non può essere considerata una semplice misura amministrativa. Richiede consenso informato, controllo medico e un’attenta valutazione dei possibili effetti a lungo termine.
Gli antiandrogeni, in particolare, possono provocare effetti collaterali significativi. Tra quelli segnalati figurano alterazioni dell’umore, aumento di peso, vampate, perdita di massa muscolare e riduzione della densità ossea. Anche gli antidepressivi utilizzati per ridurre gli impulsi sessuali possono avere effetti indesiderati e non sono necessariamente tollerati allo stesso modo da tutti i pazienti.
Per questo il trattamento deve essere sottoposto a monitoraggio clinico e non può essere considerato una soluzione universale.
Il dibattito britannico, dunque, va ben oltre la suggestione della “pillola che spegne il desiderio”. Sul tavolo ci sono una domanda di sicurezza pubblica, la necessità di prevenire nuove vittime, i diritti delle persone detenute e la verifica scientifica dell’efficacia di una terapia che interviene direttamente sulla sessualità.
Il Regno Unito, per ora, sceglie la strada della sperimentazione controllata. Dieci carceri diventano venti, mentre l’ipotesi di una diffusione più ampia viene collegata ai risultati che emergeranno nei prossimi anni. Secondo gli esperti coinvolti nella valutazione, un programma più esteso potrebbe essere operativo entro la fine del 2028.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: ridurre farmacologicamente gli impulsi sessuali può davvero contribuire a impedire nuove violenze, oppure il rischio è affidare a una terapia medica un problema che richiede soprattutto interventi psicologici, sociali e giudiziari?
Il Regno Unito ha deciso di provare a trovare una risposta sul campo. E il risultato di questa sperimentazione potrebbe riaprire, anche nel resto d’Europa, uno dei dibattiti più controversi sul rapporto tra medicina, pena e prevenzione della criminalità.
La Rai lo ha rimosso dalla conduzione di Report e Sigfrido Ranucci reagisce con una…
La prossima stagione di Report si aprirà con un cambiamento destinato a segnare una nuova…
Un attacco informatico ha colpito tre importanti aeroporti del Regno Unito gestiti dal Manchester Airports…
Avevano 17 e 16 anni e vivevano con le loro famiglie a San Martino in…
È morto all’età di 89 anni re Harald V di Norvegia. Il sovrano si è…
Due vite giovanissime spezzate nella notte, tre ragazzi feriti e una comunità sotto choc. È…