La crisi migratoria diventa una crisi sociale. Manifestanti contro il passaggio della Croce Rossa, poi l’assalto agli insediamenti sulla spiaggia e l’intervento della Polizia. Vivas: «Dobbiamo restare uniti». Il presidente chiede da settimane il ritorno in Marocco di chi è entrato irregolarmente
A Ceuta la crisi migratoria ha ormai assunto i contorni di una vera e propria emergenza sociale e di ordine pubblico. Dopo settimane di tensione seguite all’ingresso massiccio di migranti tra il 30 e il 31 luglio, la protesta di una parte della popolazione è arrivata a un punto di rottura: prima il blocco del convoglio della Croce Rossa diretto alla spiaggia del Trampolín per portare cibo e assistenza, poi l’irruzione di alcuni manifestanti negli insediamenti improvvisati sulla spiaggia di Benítez e l’incendio di alcune strutture.
Non è più soltanto una discussione politica sull’immigrazione. La frattura è scesa nelle strade, coinvolgendo residenti, migranti, forze dell’ordine, organizzazioni umanitarie e istituzioni. E il rischio, ormai evidente, è che la contrapposizione produca nuovi episodi di violenza.
La giornata del 27 agosto ha segnato una nuova escalation. Un gruppo di manifestanti si è radunato nei pressi della spiaggia di Benítez per impedire il passaggio dei mezzi della Croce Rossa diretti verso il Trampolín, dove sono presenti migranti che ricevono assistenza.
La protesta è stata motivata dai partecipanti con la convinzione che la permanenza dei migranti stia condizionando la vita quotidiana della città e che la distribuzione di cibo e altri beni contribuisca, secondo loro, a prolungare una situazione che dovrebbe invece essere risolta attraverso il trasferimento o il ritorno dei migranti.
Il convoglio è stato bloccato per un periodo significativo, mentre sulla strada aumentavano la tensione e le proteste. Successivamente la situazione è degenerata sulla spiaggia di Benítez.
Alcuni manifestanti hanno superato il cordone della Polizia e raggiunto le strutture improvvisate utilizzate dai migranti.
Sono state distrutte alcune tende e strutture di fortuna e sono stati appiccati incendi. Le immagini diffuse da diverse testate mostrano le fiamme e l’intervento delle forze dell’ordine per impedire che la situazione degenerasse ulteriormente.
Secondo EFE, in un altro piccolo insediamento vicino alla desalinizzatrice sono state incendiate anche due strutture di paglia. I migranti presenti nell’area si sono allontanati verso la zona retrostante la desalinizzatrice mentre i manifestanti raggiungevano l’insediamento.
La Polizia è quindi intervenuta per separare i gruppi e riportare la situazione sotto controllo. Un passaggio che rende evidente quanto la questione migratoria sia ormai intrecciata con un problema di sicurezza e convivenza civile.
Ceuta è una città di circa 84 mila abitanti e la concentrazione di migliaia di persone arrivate in maniera irregolare ha prodotto una pressione straordinaria sulle strutture di accoglienza e sui servizi.
Il problema non riguarda soltanto il numero delle persone presenti, ma anche le condizioni nelle quali una parte dei migranti si trova. Alcuni hanno trascorso settimane all’aperto, in prossimità delle spiagge, in attesa di una decisione sul loro futuro.
È in questo contesto che è cresciuto il malcontento di una parte della popolazione locale.
La protesta non può però essere confusa con la totalità dei cittadini di Ceuta. Lo stesso presidente della città autonoma, Juan Jesús Vivas, ha scelto nelle ultime ore di rivolgersi alla popolazione chiedendo unità e sottolineando la necessità di preservare l’immagine di Ceuta come città di convivenza.
«Usciremo da tutto questo», è il senso del suo messaggio, accompagnato dall’invito a rimanere uniti.
Il presidente Vivas sostiene da settimane che l’emergenza non possa essere risolta semplicemente aumentando i servizi di assistenza.
La sua posizione è netta: le persone entrate irregolarmente che non hanno titolo per rimanere devono essere riportate in Marocco, utilizzando gli strumenti previsti dalla legge.
Già il 17 agosto Vivas aveva chiesto al Governo centrale di mettere a disposizione i mezzi necessari per procedere ai rimpatri, indicando anche un orizzonte temporale di circa 30 giorni. Il presidente della città autonoma ha sostenuto che l’amministrazione centrale dispone degli strumenti necessari per effettuare le restituzioni e ha accusato Madrid di non avere dato una risposta sufficientemente rapida.
Anche il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha affermato che le persone che si trovano irregolarmente sul territorio saranno restituite, mentre il Governo ha ribadito che ogni procedura dovrà avvenire nel rispetto del quadro giuridico.
Il nodo più delicato riguarda proprio questo punto: non tutti i migranti possono essere trattati allo stesso modo. Chi ha presentato domanda di asilo, chi è minorenne o chi rientra in altre categorie protette deve essere sottoposto alle procedure previste dalla legislazione spagnola ed europea.
Per questo il dibattito politico sulla necessità di «mandare via tutti» non coincide automaticamente con una possibilità giuridica immediata di espulsione collettiva.
La situazione di Ceuta è diventata anche uno dei principali terreni dello scontro politico spagnolo.
Il leader del Partido Popular Alberto Núñez Feijóo ha chiesto il rimpatrio degli immigrati irregolari presenti a Ceuta, includendo nel dibattito anche i minori non accompagnati. Il Governo, tuttavia, sostiene che le procedure relative ai minori debbano rispettare le specifiche garanzie previste dalla legge.
Nel frattempo, il ministro della Politica territoriale Ángel Víctor Torres ha indicato come obiettivo il ritorno dei migranti entrati il 30 e 31 luglio, precisando che ciò dovrà avvenire «nei margini della legge».
La questione è dunque diventata un confronto tra sicurezza, gestione dell’emergenza, diritto d’asilo, tutela dei minori e rapporti con il Marocco.
La vera emergenza di Ceuta, a questo punto, non è soltanto quantificare quante persone siano ancora presenti.
È impedire che una crisi migratoria si trasformi in una crisi permanente della convivenza civile.
Il blocco di un mezzo della Croce Rossa rappresenta già un salto di qualità. L’incendio degli insediamenti rappresenta un salto ulteriore. Quando la protesta arriva a impedire la distribuzione di cibo e assistenza umanitaria e quando vengono distrutte le strutture occupate dai migranti, il conflitto non è più soltanto politico: diventa fisico, territoriale, quotidiano.
E la risposta non può essere lasciata alle piazze.
Ceuta ha bisogno di una decisione istituzionale chiara: quante persone possono rimanere, chi ha diritto alla protezione, chi deve essere trasferito e chi può essere legalmente restituito al Paese di provenienza.
Il Governo spagnolo deve accelerare le procedure previste dalla legge e dare alla città tempi e strumenti concreti. Allo stesso tempo, le istituzioni locali devono impedire che la protesta degeneri in violenza e che i migranti diventino bersaglio di azioni collettive.
Perché una cosa è chiedere con forza che l’emergenza venga risolta. Un’altra è sostituire alle decisioni dello Stato la legge della strada.
Ceuta è arrivata a un punto di non ritorno. La richiesta di una soluzione rapida alla crisi migratoria è ormai parte integrante del dibattito pubblico della città. Ma proprio per evitare che la tensione sociale diventi incontrollabile, la soluzione dovrà arrivare dalle istituzioni: con rimpatri quando legalmente possibili, trasferimenti e accoglienza quando necessari, procedure rapide per le richieste di protezione e soprattutto una strategia chiara.
Il tempo delle risposte provvisorie sembra essere finito. La città chiede di tornare alla normalità. Ora tocca a Madrid dimostrare di avere un piano per riportarla.
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