Il centrosinistra può davvero vincere le elezioni politiche del 2027? E soprattutto: può farlo con Giuseppe Conte capace di dettare l’agenda politica all’intero campo progressista? La domanda, fino a qualche settimana fa, sarebbe sembrata prematura. Oggi non lo è più.
Il dibattito sul woke, aperto dal leader del Movimento 5 Stelle con una riflessione sulla necessità di riportare al centro della sinistra la questione sociale, ha infatti aperto una partita molto più grande di quella apparentemente culturale. Conte non sta semplicemente criticando gli eccessi del politicamente corretto: sta tentando di ridefinire che cosa debba essere il centrosinistra italiano in vista del 2027.
E il dato politicamente più sorprendente è arrivato da Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva, certamente non sospettabile di simpatie grilline, ha scritto su Repubblica che «si vince mettendo al centro la questione sociale, il benessere economico, la vita quotidiana, non la cultura woke». E ha aggiunto, senza ambiguità: «Su questo la penso come Giuseppe Conte».
Non significa che Conte e Renzi abbiano costruito un’alleanza. Significa però qualcosa di politicamente più interessante: il terreno scelto da Conte può diventare il terreno sul quale una parte molto ampia del centrosinistra sarà costretta a confrontarsi.
Il leader M5S ha capito una cosa elementare ma decisiva: se la prossima sfida sarà ancora una volta tra Giorgia Meloni e il campo largo, non basterà dire che Meloni è il problema.
Bisognerà spiegare agli elettori perché il centrosinistra dovrebbe governare meglio la loro vita.
Da qui la svolta sul woke. Conte sostiene che la difesa dei diritti civili non debba essere abbandonata, ma che non possa diventare «l’ossatura ideologica» di una forza progressista. Il nemico, nella sua impostazione, torna a essere la disuguaglianza.
È una mossa politicamente intelligente perché consente al M5S di provare a occupare contemporaneamente più spazi: quello della sinistra sociale, quello del voto popolare e quello dell’elettorato deluso dalla politica tradizionale.
Ed è proprio qui che nasce l’idea di una possibile scalata di Conte al centrosinistra.
Non necessariamente per conquistare il PD. Al contrario: per costringere il PD a inseguire una nuova agenda.
Se nel 2027 gli italiani arriveranno alle urne con una percezione di impoverimento, precarietà e insicurezza economica, il centrosinistra potrebbe avere davanti un’occasione enorme.
La guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, gli shock energetici, le tensioni commerciali e l’incertezza internazionale stanno già pesando sulle prospettive economiche. La Banca d’Italia segnala che la guerra in Medio Oriente ha peggiorato le prospettive dell’economia globale e aumentato i rischi su energia, trasporti e catene di approvvigionamento.
In Italia, inoltre, resta aperto il problema del rapporto tra salari e costo della vita. Alcune stime recenti indicano che dal 2021 i salari dei dipendenti sono aumentati meno dei prezzi, con una perdita significativa di potere d’acquisto.
Questa potrebbe diventare la vera grande partita elettorale del 2027.
Non il woke.
Non l’antifascismo.
Non soltanto i diritti civili.
Ma una domanda molto più concreta: quanto costa vivere e quanto resta in tasca a una famiglia italiana alla fine del mese?
Se Conte riuscisse a trasformare il M5S nel partito che risponde a questa domanda, avrebbe compiuto un salto politico enorme.
Qui, però, comincia la parte difficile.
Dire che bisogna mettere più soldi nelle tasche degli italiani è elettoralmente potentissimo. Farlo governando è tutt’altra cosa.
Conte potrebbe costruire una piattaforma fondata su salari, pensioni, sanità pubblica, sostegno alle famiglie, casa, riduzione delle disuguaglianze e redistribuzione della ricchezza.
Ma dovrebbe spiegare come finanziarla.
È questo il punto sul quale il M5S rischierebbe di tornare a confrontarsi con la propria storia: Reddito di cittadinanza, Superbonus, politica dei sussidi, rapporto con il debito pubblico.
Renzi, non casualmente, nel suo intervento ha accompagnato il «meno woke e più economia» con un’altra formula: «meno sussidi e più sussidiarietà».
Ed è una distinzione tutt’altro che secondaria.
Perché il centrosinistra potrebbe vincere promettendo più protezione sociale, ma dovrebbe convincere gli elettori che quella protezione è sostenibile, non semplicemente finanziata a debito.
È qui che la strategia del leader M5S incontra il suo limite più delicato.
Conte ha già detto chiaramente che il Movimento non voterà il sostegno militare all’Ucraina e ha proposto di affidare alle primarie anche la decisione sulla linea da seguire sulle forniture militari a Kiev.
Schlein ha immediatamente risposto che prima viene il programma condiviso della coalizione e soltanto dopo le primarie.
Il problema è evidente.
Conte può dettare l’agenda economica del centrosinistra, ma può imporre anche la propria linea sulla guerra?
È molto più difficile.
Perché un conto è dire che la sinistra deve tornare a parlare di salari e disuguaglianze. Un altro è costruire una coalizione di governo nella quale convivano posizioni radicalmente diverse sulla sicurezza europea, sulla NATO, sull’Ucraina e sul rapporto con gli Stati Uniti.
E qui emerge un paradosso.
La questione Ucraina produce una situazione quasi surreale.
Conte, con il suo no al sostegno militare a Kiev, rischia di avvicinarsi politicamente a una parte dell’elettorato che guarda con interesse alle posizioni di Roberto Vannacci.
Non perché Conte e Vannacci abbiano la stessa visione politica. Non ce l’hanno.
Ma perché su un punto specifico — la critica al prolungamento del sostegno militare all’Ucraina — possono intercettare una parte dello stesso malcontento.
Non è soltanto una suggestione giornalistica: alcune reazioni provenienti dall’area dem hanno esplicitamente descritto la posizione di Conte come vicina a quella di Vannacci.
Ed è qui che la strategia di Conte diventa rischiosa.
Se il leader M5S vuole conquistare il voto popolare, deve contendere a Meloni e alla destra il disagio economico.
Ma se sulla politica estera assume una posizione molto netta contro il riarmo e gli aiuti militari, rischia di contendere a Vannacci e all’area più pacifista e sovranista anche il disagio geopolitico.
E questo potrebbe essere contemporaneamente un vantaggio e un problema.
La partita del 2027, dunque, potrebbe essere molto diversa da quella immaginata oggi.
Il centrosinistra avrebbe potenzialmente una carta forte: unire la questione sociale alla stanchezza per le guerre e alla richiesta di maggiore sicurezza economica.
Ma per farlo dovrebbe trovare una sintesi tra Conte, Schlein, Renzi, il PD, AVS e le altre componenti del campo largo.
E quella sintesi oggi non esiste.
Anzi, la questione Ucraina ha già prodotto una frattura. La segretaria PD ha contestato apertamente l’idea di Conte di affidare alle primarie la scelta sulla politica militare, mentre nel centrosinistra sono emerse posizioni fortemente divergenti.
Il rischio, quindi, è che la stessa agenda che potrebbe far vincere il centrosinistra sia anche quella capace di farlo esplodere.
Conte ha davanti una possibilità concreta: trasformare il M5S da alleato del PD a motore politico del campo largo.
Il suo ragionamento è semplice: se la destra governa da anni parlando di identità, sicurezza, sovranità e migranti, il centrosinistra deve tornare a parlare di ciò che accade dentro le case degli italiani.
Quanto guadagni.
Quanto paghi di affitto o di mutuo.
Quanto costa la spesa.
Quanto aspetti per una visita medica.
Quanto costa mandare un figlio all’università.
Quanto vale oggi il tuo stipendio rispetto a cinque anni fa.
È una piattaforma che potrebbe essere elettoralmente molto potente.
E il fatto che Renzi abbia riconosciuto a Conte la bontà dell’intuizione sul rapporto tra questione sociale e woke dimostra che il tema non è più confinato al Movimento 5 Stelle.
Ma Conte dovrà rispondere a una domanda decisiva: come trasformare il disagio in un programma di governo credibile?
E soprattutto dovrà decidere se il suo pacchetto politico sarà soltanto «più soldi agli italiani, meno woke e più pace» oppure qualcosa di molto più complesso: crescita, lavoro, welfare, riduzione delle disuguaglianze, difesa degli interessi nazionali e contemporaneamente una collocazione internazionale compatibile con il governo di un grande Paese europeo e della NATO.
È questa la vera sfida.
Perché nel 2027 il centrosinistra potrebbe effettivamente avere una strada per battere Giorgia Meloni.
Ma non è ancora affatto detto che quella strada passi da Giuseppe Conte.
E soprattutto: se Conte riuscirà davvero a imporre l’agenda del campo largo, la sua sfida potrebbe non essere soltanto contro Meloni.
Potrebbe essere contro Vannacci sul voto popolare, contro Schlein per la leadership del centrosinistra e contro Renzi sul modo in cui trasformare la questione sociale in una politica economica credibile.
La partita, insomma, è appena cominciata. E il paradosso è che la discussione sul woke potrebbe essere soltanto il primo capitolo di una battaglia molto più grande: decidere chi rappresenterà il disagio degli italiani alle elezioni politiche del 2027.
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