Ottantuno anni dopo Hiroshima e Nagasaki, il Giappone torna a interrogarsi sul proprio rapporto con le armi nucleari. Ed è una delle contraddizioni più profonde della storia contemporanea del Paese: la nazione che ha conosciuto direttamente la distruzione atomica è oggi impegnata nella più importante trasformazione della propria politica di sicurezza dal dopoguerra e, con il governo della premier Sanae Takaichi, sta valutando se modificare uno dei capisaldi della propria identità pacifista.
Il tema non è, almeno per ora, quello di una decisione del Giappone di costruire una propria bomba atomica. E non è corretto affermare che Tokyo abbia già deciso di ospitare permanentemente testate nucleari statunitensi.
La questione è più sottile, ma proprio per questo politicamente esplosiva: il governo Takaichi ha riaperto il dibattito sul terzo dei tre principi antinucleari giapponesi, quello che vieta di permettere l’introduzione di armi nucleari nel territorio nazionale.
È una discussione che riguarda direttamente l’alleanza con gli Stati Uniti, la deterrenza nucleare americana e, in prospettiva, la possibilità che navi o sottomarini statunitensi capaci di trasportare armi nucleari possano usufruire di porti giapponesi senza che ciò costituisca una violazione della politica nazionale.
Ed è proprio questo il punto che preoccupa maggiormente gli hibakusha, i sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.
Il Giappone ha costruito nel dopoguerra la propria identità internazionale anche attorno a una promessa: mai più Hiroshima, mai più Nagasaki.
Nel 1967 il primo ministro Eisaku Sato formulò i cosiddetti Tre principi non nucleari: il Giappone non avrebbe posseduto armi nucleari, non le avrebbe prodotte e non ne avrebbe consentito l’introduzione nel proprio territorio.
I tre principi sono diventati una sorta di pilastro morale della politica giapponese, anche se non sono una disposizione costituzionale equivalente all’articolo 9.
Per decenni Tokyo ha quindi cercato di conciliare due posizioni apparentemente difficili da tenere insieme: da una parte il rifiuto delle armi nucleari, dall’altra la protezione garantita dagli Stati Uniti attraverso il cosiddetto ombrello nucleare americano.
Il paradosso è evidente.
Il Giappone non possiede armi nucleari, ma la sua sicurezza dipende anche dalla deterrenza nucleare di una potenza che quelle armi le possiede.
È proprio su questa contraddizione che Sanae Takaichi ha concentrato una parte importante della sua riflessione politica.
Già negli anni precedenti alla sua ascesa alla guida del governo, Takaichi aveva messo in discussione la praticabilità del terzo principio. In particolare, aveva sostenuto che fosse difficile considerare realistico il divieto di introdurre armi nucleari nel Paese mentre Tokyo continua a fare affidamento sulla deterrenza estesa americana.
Secondo un’analisi del Carnegie Endowment, Takaichi aveva sostenuto che, in una crisi estrema, l’adesione rigida al principio del “non introdurre” avrebbe potuto diventare un ostacolo alla deterrenza americana.
Ed è qui che il dibattito assume una dimensione completamente nuova.
La distinzione è fondamentale.
Quando si parla di possibile revisione della politica nucleare giapponese, non si deve confondere la possibilità di consentire l’ingresso di armi nucleari americane con la decisione di dotarsi di un arsenale nucleare nazionale.
Sono due cose molto diverse.
Il Giappone continua formalmente a sostenere di non voler possedere né produrre armi nucleari. Il governo ha ribadito anche recentemente che i tre principi costituiscono ancora la sua posizione politica.
Il 23 luglio il capo di gabinetto Minoru Kihara ha dichiarato che il governo continua ad aderire ai tre principi: non possedere, non produrre e non permettere l’introduzione delle armi nucleari. Allo stesso tempo, però, ha evitato di chiudere definitivamente la porta a una futura discussione sulla loro revisione nel quadro dell’aggiornamento dei documenti strategici del Paese.
Questa ambiguità è diventata il cuore della questione.
Se il principio del “non introdurre” venisse modificato, in determinate circostanze potrebbe diventare possibile consentire l’accesso a strutture giapponesi a mezzi militari americani dotati di capacità nucleare.
Non significa automaticamente che gli Stati Uniti costruirebbero depositi di bombe atomiche in Giappone.
Significa però che una delle barriere politiche costruite dal Giappone dopo Hiroshima e Nagasaki potrebbe essere rimossa.
Ed è proprio questa eventualità a spaventare gli hibakusha.
Sanae Takaichi rappresenta una delle figure più conservatrici e nazionaliste della politica giapponese contemporanea.
La sua agenda comprende un rafforzamento della difesa, una maggiore autonomia strategica, un rapporto ancora più stretto con gli Stati Uniti e una revisione della politica di sicurezza costruita nel dopoguerra.
La sua linea non nasce dal nulla.
Il Giappone si trova in una regione caratterizzata dalla presenza di tre potenze nucleari o dotate di capacità strategiche estremamente rilevanti: Cina, Russia e Corea del Nord.
La Cina sta aumentando rapidamente le proprie capacità militari e nucleari. La Corea del Nord possiede armi nucleari e sistemi missilistici. La Russia mantiene uno dei più grandi arsenali nucleari del mondo.
Per Tokyo, quindi, il vecchio modello di sicurezza fondato principalmente sull’alleanza con Washington viene considerato sempre meno sufficiente.
La risposta è stata una profonda espansione delle capacità militari giapponesi.
Il governo sta aumentando la spesa per la difesa, sviluppando capacità missilistiche a lungo raggio, sistemi senza pilota, capacità spaziali e cyber e una più forte industria nazionale della difesa.
Il Libro bianco della difesa 2026 descrive questo processo non soltanto come una necessità di sicurezza, ma anche come un possibile motore di innovazione e crescita economica. Reuters ha definito quella impostazione la più ampia espansione militare giapponese dalla Seconda guerra mondiale.
È una trasformazione enorme.
E proprio per questo il dibattito nucleare non può essere considerato un episodio isolato.
Il Giappone ha già superato da tempo l’immagine di Paese completamente disarmato che spesso viene associata alla sua Costituzione pacifista.
Le Forze di autodifesa esistono dal 1954.
Negli ultimi anni, però, la loro funzione è cambiata profondamente.
Tokyo ha deciso di dotarsi anche di capacità di “contro-attacco”, cioè della possibilità di colpire basi e infrastrutture militari avversarie in determinate circostanze.
Il programma di rafforzamento prevede missili stand-off, sistemi di difesa antimissile, satelliti, capacità cyber, droni e una crescente integrazione operativa con le forze americane.
Il Ministero della Difesa giapponese ha già previsto, nel piano pluriennale 2023-2027, circa 43 trilioni di yen per il rafforzamento delle capacità di difesa.
La spesa militare è stata portata verso il 2% del PIL.
Il significato politico è evidente: il Giappone non vuole più essere soltanto una potenza economica protetta dagli Stati Uniti.
Vuole diventare una potenza militare regionale più autonoma.
Ed è proprio qui che il tema nucleare diventa inevitabile.
La sicurezza giapponese rimane strettamente legata agli Stati Uniti.
Washington garantisce a Tokyo la cosiddetta extended deterrence, la deterrenza estesa.
In parole semplici: gli Stati Uniti dichiarano che la loro capacità militare, comprese le forze nucleari, contribuisce alla protezione del Giappone.
Questa situazione produce un paradosso.
Tokyo dice di non voler consentire l’introduzione di armi nucleari nel proprio territorio, ma contemporaneamente considera fondamentale la deterrenza nucleare americana.
In tempo di pace questa contraddizione può essere gestita.
In caso di guerra, diventa molto più difficile.
Ed è questo lo scenario che i sostenitori della revisione dei tre principi utilizzano come argomento principale.
Se il Giappone dovesse affrontare una crisi militare con la Cina o la Corea del Nord, sostengono i fautori di una maggiore deterrenza, non avrebbe senso impedire a una nave o a un sottomarino americano dotato di capacità nucleare di utilizzare infrastrutture giapponesi.
La discussione è arrivata anche all’interno del gruppo di esperti incaricato di contribuire alla revisione dei principali documenti strategici giapponesi.
Nel giugno 2026 l’ex capo di stato maggiore congiunto delle Forze di autodifesa Koji Yamazaki ha sostenuto la necessità di rivedere il divieto di introdurre armi nucleari in Giappone.
Un altro membro del gruppo ha osservato che ciò potrebbe essere possibile qualora fosse richiesto dagli Stati Uniti.
Altri esperti hanno invece invitato alla prudenza.
La questione, dunque, non è più confinata ai commentatori politici.
È entrata nel cuore della revisione della strategia nazionale.
Ed è qui che entra in scena la voce più drammatica di questa storia.
Gli hibakusha non sono semplicemente un gruppo di pressione.
Sono la memoria vivente dell’unico caso nella storia in cui armi nucleari sono state utilizzate contro popolazioni urbane durante una guerra.
A Hiroshima e Nagasaki la questione nucleare non è astratta.
Non riguarda soltanto equilibri militari, deterrenza e strategie.
Riguarda corpi, famiglie, malattie, morte e memoria.
Nel 2024 Nihon Hidankyo, la principale organizzazione giapponese dei sopravvissuti alle bombe atomiche, ha ricevuto il Nobel per la pace proprio per la sua opera contro le armi nucleari e per aver mantenuto viva la testimonianza dei sopravvissuti.
Oggi quella generazione sta scomparendo.
L’età media degli hibakusha ha ormai superato gli 86 anni.
La paura è quindi anche quella che, insieme alla scomparsa dei testimoni diretti, si indebolisca il tabù nucleare che il Giappone ha costruito dopo il 1945.
Per gli hibakusha, discutere della possibilità di consentire l’ingresso delle armi nucleari americane significa mettere in discussione proprio quella eredità.
Non sorprende quindi che le organizzazioni dei sopravvissuti abbiano reagito duramente.
Già nei mesi scorsi, quando sono emerse ipotesi di revisione dei tre principi, le organizzazioni degli hibakusha hanno espresso la loro contrarietà.
E nel 2026 la protesta è diventata anche istituzionale.
Decine di assemblee locali giapponesi hanno chiesto al governo di mantenere i tre principi. Tra queste ci sono proprio Hiroshima e Nagasaki.
È un fatto politicamente molto significativo.
Le città che portano ancora nel proprio nome la memoria della bomba stanno chiedendo al governo nazionale di non cambiare rotta.
Il 6 agosto il Giappone ha commemorato l’81º anniversario della distruzione di Hiroshima.
La cerimonia si è svolta nel Peace Memorial Park.
Decine di migliaia di persone hanno osservato il minuto di silenzio alle 8:15, l’ora in cui nel 1945 la bomba atomica esplose sulla città.
Il sindaco Kazumi Matsui ha criticato la crescente normalizzazione della deterrenza nucleare e ha messo in guardia contro il rischio che l’umanità finisca per considerare nuovamente accettabile l’uso delle armi atomiche.
Per la prima volta in veste di premier, Takaichi ha partecipato alla cerimonia di Hiroshima.
Il suo messaggio ha cercato di mantenere insieme due posizioni apparentemente inconciliabili: il riconoscimento della tragedia atomica e la necessità, secondo il governo, di rafforzare la sicurezza del Giappone.
Ma proprio questa convivenza di memoria pacifista e riarmo militare rappresenta il nodo politico della nuova fase.
Oggi, 9 agosto 2026, è toccato a Nagasaki.
Sono trascorsi 81 anni dal secondo bombardamento atomico della storia.
Il sindaco Shiro Suzuki ha definito le armi nucleari un male assoluto e ha criticato la crescente dipendenza internazionale dalla deterrenza nucleare.
Il messaggio rivolto al governo di Tokyo è stato netto: il Giappone deve mantenere i propri tre principi antinucleari e deve continuare a svolgere un ruolo di primo piano nella lotta per l’abolizione delle armi atomiche.
La coincidenza temporale rende tutto ancora più significativo.
Mentre Nagasaki ricorda le vittime della bomba, il governo nazionale discute la possibilità di modificare proprio uno dei principi nati dalla memoria di Hiroshima e Nagasaki.
È difficile immaginare una contraddizione più potente.
Qui bisogna fermarsi e distinguere i fatti dalle interpretazioni.
No: non esiste oggi un annuncio ufficiale secondo cui il governo Takaichi abbia deciso di stoccare testate nucleari americane in Giappone.
Il governo continua formalmente a dichiarare di sostenere i tre principi.
Il capo di gabinetto Kihara lo ha ribadito a luglio.
E la stessa Takaichi, anche nelle recenti discussioni parlamentari, ha continuato a presentare i tre principi come la linea politica del governo.
Il problema è però che la premier non ha chiuso definitivamente la porta alla revisione del terzo principio.
Questa è la novità.
Ed è una novità enorme.
Perché finché il governo diceva semplicemente “i tre principi non si toccano”, il problema non esisteva.
Ora invece la revisione è diventata materia di discussione ufficiale.
Un gruppo di esperti la sta esaminando.
Il ministro della Difesa Shinjiro Koizumi ha sostenuto che la deterrenza nucleare deve essere discussa senza tabù.
E il governo sta preparando una revisione dei principali documenti strategici del Paese.
Quindi la notizia non è “il Giappone ha già le bombe americane”.
La notizia è:
il Giappone sta discutendo se eliminare il divieto politico che impedisce alle armi nucleari straniere di entrare nel suo territorio.
È una differenza sostanziale.
Ma non è una differenza che renda il processo meno importante.
Per gli oppositori, infatti, una volta eliminato il terzo principio sarebbe difficile prevedere dove potrebbe fermarsi il processo.
Oggi si parla di porti.
Domani potrebbero essere coinvolte altre infrastrutture.
E più in generale, la revisione del principio potrebbe contribuire alla progressiva normalizzazione della presenza della deterrenza nucleare americana sul territorio giapponese.
Per gli hibakusha è proprio questa la linea rossa.
Il Giappone ha costruito la propria identità postbellica sulla separazione tra la propria sicurezza convenzionale e il possesso delle armi nucleari.
Cambiare quella posizione significherebbe, secondo i critici, indebolire il messaggio politico che Hiroshima e Nagasaki hanno consegnato al mondo.
C’è poi una seconda questione.
La revisione dei principi giapponesi non avrebbe conseguenze soltanto interne.
Potrebbe modificare l’equilibrio strategico dell’intero Indo-Pacifico.
La Cina potrebbe interpretare una maggiore presenza nucleare americana in Giappone come un’ulteriore militarizzazione della regione.
La Corea del Nord potrebbe utilizzare il cambiamento per giustificare ulteriormente il proprio programma nucleare.
La Russia potrebbe considerarlo un altro passo verso il rafforzamento della presenza militare americana nell’Asia-Pacifico.
E altri Paesi della regione potrebbero sentirsi costretti a rafforzare le proprie capacità militari.
Il rischio è quello di una spirale.
Più armi per aumentare la sicurezza.
Più armi dall’altra parte per rispondere alla prima mossa.
E quindi ancora più armi.
È esattamente la logica della deterrenza che gli hibakusha contestano.
La vera domanda non è dunque se il Giappone voglia diventare una potenza nucleare.
Non è questo, almeno per ora, il progetto dichiarato del governo.
La domanda è un’altra:
quanto può spingersi il Giappone nel riarmo senza mettere in discussione l’identità pacifista costruita dopo il 1945?
Takaichi sembra avere una risposta diversa rispetto ai governi precedenti.
Per la premier, il mondo è cambiato.
La Cina è più potente.
La Corea del Nord è nucleare.
La Russia ha dimostrato con la guerra in Ucraina che l’ordine internazionale può essere sconvolto dalla forza militare.
E gli Stati Uniti stessi stanno chiedendo agli alleati di assumersi una quota maggiore della responsabilità della propria sicurezza.
Da questa prospettiva, rafforzare il Giappone non sarebbe un ritorno al militarismo.
Sarebbe, secondo la linea del governo, una risposta necessaria a un ambiente strategico diventato molto più pericoloso.
Gli oppositori rispondono invece che proprio il Giappone, più di qualsiasi altro Paese, dovrebbe rifiutare la logica secondo cui la sicurezza si costruisce aumentando la dipendenza dalle armi nucleari.
È la contrapposizione tra due idee di sicurezza.
Da una parte la deterrenza.
Dall’altra il disarmo.
E in mezzo ci sono Hiroshima e Nagasaki.
Per questo sarebbe sbagliato raccontare la vicenda con una formula semplicistica come “il Giappone torna nucleare”.
Non è ancora così.
Il Giappone non ha deciso di costruire una bomba.
Non ha annunciato un programma nucleare militare nazionale.
Non ha annunciato un deposito permanente di testate americane.
Ma è altrettanto sbagliato minimizzare quello che sta accadendo.
Per la prima volta da decenni, il principio secondo cui le armi nucleari non devono nemmeno entrare nel territorio giapponese è diventato oggetto di una revisione politica concreta.
Il governo Takaichi sta rafforzando contemporaneamente l’apparato militare convenzionale, le capacità missilistiche, la cooperazione con gli Stati Uniti e la discussione sulla deterrenza nucleare.
È questa combinazione a rendere la svolta storica.
E mentre il Giappone aumenta la propria capacità militare, gli ultimi sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki continuano a ripetere al mondo che la deterrenza non cancella le conseguenze dell’esplosione di una bomba atomica.
Oggi, a Nagasaki, questa voce è tornata a farsi sentire.
Il sindaco della città ha ricordato che affidarsi sempre di più alla deterrenza nucleare può aumentare, anziché ridurre, il rischio di una guerra atomica.
È il paradosso con cui il Giappone deve fare i conti.
La nazione nata dalla tragedia di Hiroshima e Nagasaki sta cercando di diventare militarmente più forte proprio mentre la generazione degli hibakusha, quella che ha vissuto sulla propria pelle la distruzione atomica, sta scomparendo.
E la domanda che resta sospesa è forse la più importante:
se il Paese che ha conosciuto Hiroshima e Nagasaki dovesse accettare domani la presenza delle armi nucleari americane nei propri porti, sarebbe ancora soltanto una modifica della propria politica di sicurezza oppure sarebbe l’inizio della fine di quella particolare identità pacifista costruita sulle macerie del 1945?
La risposta non è ancora scritta.
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