Nel corso dell’ultimo appuntamento dell’approfondimento dedicato alla storia dell’Estremo Oriente, Marco Maovaz, studioso del Giappone e profondo conoscitore delle civiltà asiatiche, ha accompagnato il pubblico in un lungo viaggio attraverso oltre duemila anni di storia, sfatando molti luoghi comuni e offrendo una chiave di lettura sorprendentemente attuale. Il tema della puntata era tanto semplice quanto provocatorio: l’Occidente ha sempre invidiato l’Oriente?
Secondo Marco Maovaz, la risposta è decisamente affermativa.
“L’Occidente ha invidiato l’Oriente per millenni, perché l’Oriente possedeva manufatti e sostanze che in Europa non potevano essere né prodotte né coltivate.”
Un’affermazione che, nel corso dell’intervista, viene sostenuta con numerosi esempi storici, dimostrando come il rapporto tra Europa e Asia sia sempre stato caratterizzato da un forte desiderio di acquisire conoscenze, tecnologie e prodotti esclusivi.
Uno dei primi esempi portati da Marco Maovaz riguarda il pepe.
Oggi il peperoncino è presente praticamente in ogni cucina del pianeta, ma per secoli la situazione era completamente diversa.
Lo studioso ricorda infatti che l’unica sostanza piccante disponibile in Europa era il pepe, coltivato esclusivamente nel Sud-est asiatico.
“Prima della scoperta dell’America, se volevi il piccante dovevi necessariamente acquistare il pepe proveniente dall’Asia. Il monopolio si rompe soltanto con l’arrivo del peperoncino dalle Americhe.”
Secondo Marco Maovaz, perfino simboli gastronomici italiani come la ‘nduja calabrese non sarebbero mai esistiti senza l’introduzione del peperoncino proveniente dal Centro e Sud America.
Uno dei passaggi più affascinanti dell’intervento di Marco Maovaz riguarda la storia della porcellana.
Lo studioso spiega come la vera porcellana sia stata inventata in Cina e sia arrivata in Europa durante la dinastia Yuan, la stessa epoca di Marco Polo.
“Quando i primi oggetti di porcellana arrivarono in Europa, le corti impazzirono. Erano considerati oggetti straordinari sia per la loro bellezza sia perché si credeva potessero rivelare la presenza di veleni nei cibi.”
Una convinzione priva di fondamento scientifico, ma estremamente diffusa nelle corti rinascimentali, dove gli avvelenamenti rappresentavano una minaccia concreta.
Nel suo racconto, Marco Maovaz ricorda come la produzione cinese della porcellana subì un duro colpo nel 1644, con la caduta della dinastia Ming.
La distruzione dei principali centri produttivi aprì improvvisamente nuove opportunità commerciali.
“Furono i giapponesi, attraverso gli olandesi, a sostituire la Cina nell’esportazione della porcellana verso l’Europa.”
Secondo Marco Maovaz, il Giappone riuscì così a conquistare un ruolo centrale nel commercio internazionale grazie alla qualità delle proprie manifatture.
Uno degli aspetti più sorprendenti sottolineati da Marco Maovaz riguarda il lungo monopolio tecnologico esercitato dalla Cina.
“Il segreto della porcellana venne scoperto in Europa soltanto nel 1715, in Sassonia. Fino ad allora, se volevi la vera porcellana, dovevi comprarla dalla Cina o dal Giappone.”
Da quella scoperta nacquero poi le grandi manifatture europee, comprese quelle italiane di Capodimonte e Ginori.
Nel corso dell’approfondimento, Marco Maovaz ha ricordato anche il ruolo del tè.
Per secoli la Cina mantenne il controllo quasi assoluto della produzione mondiale.
Solo nell’Ottocento gli inglesi riuscirono a trasferire le coltivazioni in India.
Lo stesso discorso vale per la seta.
“Le sete orientali hanno continuato a essere le migliori del mondo anche dopo la diffusione dell’allevamento dei bachi in Europa.”
Tra gli esempi citati da Marco Maovaz figurano anche le celebri lacche giapponesi.
Secondo lo studioso rappresentano uno dei rarissimi casi in cui l’Occidente non è mai riuscito a replicare davvero una tecnica orientale.
“Richiedono anni di lavorazione e una tradizione tramandata di generazione in generazione. Ancora oggi sono considerate capolavori assoluti.”
Un altro passaggio molto interessante riguarda il caffè.
Marco Maovaz ricorda che fu il viaggiatore romano Pietro della Valle, al ritorno dai suoi lunghi soggiorni nell’Impero Ottomano, a introdurre la bevanda in Italia attraverso Venezia.
Una ricostruzione storica che smentisce la convinzione secondo cui il caffè sarebbe nato direttamente nella tradizione napoletana o triestina.
Marco Maovaz dedica poi ampio spazio alle rotte commerciali.
Le navi impiegavano circa sei mesi per raggiungere l’Europa e trasportavano merci dal valore incalcolabile.
Lo studioso cita il celebre galeone portoghese Madre de Dios, catturato dagli inglesi alla fine del Cinquecento.
“Quando gli inglesi calcolarono il valore del carico scoprirono che equivaleva a circa metà del tesoro della Corona inglese.”
Secondo Marco Maovaz, proprio quell’episodio convinse Londra a investire nella futura Compagnia delle Indie Orientali, dando il via all’espansione dell’Impero britannico.
Per Marco Maovaz, una delle lezioni più attuali della storia riguarda il commercio marittimo.
“Chi controlla i mari controlla il mondo.”
Una frase che lo studioso collega direttamente alle attuali tensioni internazionali e all’importanza strategica dello Stretto di Malacca, del Mar Rosso e delle principali rotte commerciali mondiali.
L’ultima riflessione di Marco Maovaz guarda al presente.
Se nei secoli passati l’Europa dipendeva dall’Oriente per pepe, porcellana, seta e tè, oggi la situazione si ripropone con prodotti completamente diversi.
Terre rare, batterie, componenti elettronici e automobili elettriche rappresentano il nuovo patrimonio strategico dell’Asia.
Secondo Marco Maovaz, non bisogna quindi interpretare la crescita della Cina come una sorpresa.
“Per secoli la Cina è stata una delle principali potenze economiche del pianeta. Il periodo di predominio occidentale rappresenta piuttosto un’eccezione storica.”
Lo studioso ricorda anche il pensiero del giornalista Federico Rampini, autore de Il secolo cinese, secondo cui Pechino starebbe semplicemente tornando al ruolo centrale che aveva occupato per gran parte della storia.
L’intervento di Marco Maovaz si chiude con una riflessione destinata a far discutere.
Per comprendere il mondo contemporaneo non basta osservare gli ultimi decenni: bisogna guardare ai lunghi cicli della storia.
Le grandi rotte commerciali, il valore delle materie prime, la capacità manifatturiera e il peso demografico dell’Asia dimostrano che l’Oriente non è una potenza emergente, ma una civiltà che, dopo una parentesi storica di predominio occidentale, sta progressivamente recuperando il ruolo centrale che aveva già ricoperto per millenni. Una lettura che, secondo Marco Maovaz, aiuta a comprendere non solo il passato, ma anche le grandi trasformazioni economiche e geopolitiche che stanno ridisegnando il mondo del XXI secolo.
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