L’AQUILA – La vigilia della festività del Santo Patrono San Massimo, invitato dalla Chiesa aquilana, Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo, è tornato a L’Aquila consolidando un’amicizia nata dopo il terremoto del 2009. Nell’Aula magna dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Fides et Ratio”, dopo il saluto dell’Arcivescovo dell’Aquila, Mons. Antonio d’Angelo, e l’introduzione di Don Artur Sidor, direttore dell’Ufficio Beni Culturali della diocesi, Mons. Lorefice ha tenuto la conferenza “La bellezza che resiste. Cultura, arte e comunità come risposta all’illegalità e alla violenza del nostro tempo”. Al cronista il compito di resocontare l’evento, i numerosi e forti spunti venuti dalla conversazione proposta da Mons. Lorefice. Un compito che, per quanto fatto con la debita cura, mai renderebbe adeguatamente lo straordinario contributo che il presule ha donato alla comunità aquilana, e non solo. Chi scrive ha quindi chiesto a Mons. Lorefice il testo del suo intervento e l’autorizzazione a pubblicarlo, autorizzazione che volentieri egli ha concesso. Nella serata Mons. Lorefice è stato poi a Paganica, ospite della comunità della Parrocchia di Santa Maria Assunta, con la quale ha un rapporto di fraternità ed amicizia da quando egli era parroco di San Pietro Apostolo a Modica e tra le due parrocchie nacque un gemellaggio spirituale, dopo il sisma del 2009. Qui di seguito il testo integrale dell’intervento di Mons. Lorefice. (Goffredo Palmerini)
Don Artur Sidor, Mons. CorradoLorefice, Mons. Antonio D’Angelo
La bellezza che resiste
Cultura, arte e comunità come risposta all’illegalità e alla violenza nel nostro tempo
L’Aquila 10 giugno 2026
Delle cattedrali dei poveri che si innalzano / invisibili nella nebbia nessuno parla.
Sono in cerca delle tue città segrete. / Il tuo regno è qui, nascosto nelle cattedrali dei poveri.
A. Mosca Mondadori
Care Amiche e Cari Amici,
un caro saluto a tutti voi. Vi ringrazio di cuore per l’invito. Ritornare a L’Aquila è sempre una gioia profonda. Rivolgo un ringraziamento speciale a Sua Eminenza Giuseppe Petrocchi e all’Arcivescovo Antonio D’Angelo. Un saluto particolare ai Servitori delle Istituzioni Accademiche Civili e Militari.
Una premessa: «avviare processi di bene e lasciarli maturare»
A quale titolo oggi possiamo trattare di un tema come il nostro: «La bellezza che resiste. Cultura, arte e comunità come risposta all’illegalità e alla violenza nel nostro tempo»?
Non posso esimermi dal fare riferimento alla Lettera Enciclica Magnifica Humanitas del Santo Padre Leone XIV sulla custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza Artificiale, del 15 maggio 2026. Al n. 25 il Santo Padre scrive: «… ho ribadito che la Chiesa “non vuole alzare la bandiera del possesso della verità”, perché la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere. Questa stessa prospettiva è stata riassunta da Papa Francesco nelle note parole secondo cui “il tempo è superiore allo spazio”: non conta anzitutto occupare spazi di potere o presidiare roccaforti culturali, ma avviare processi di bene e lasciarli maturare; così la verità del Vangelo non si impone dall’alto, ma cresce nel tempo, dentro l’intreccio concreto delle vite, delle comunità e delle culture. È una verità che non teme la diversità, ma la accoglie e la ordina; che non elimina i conflitti, ma li trasfigura; che ricompone ciò che la storia tende a disperdere».
Un incontro come il nostro si colloca all’interno della maturazione dei processi di bene che anche la nostra generazione deve avviare e portare avanti in questo nostro tempo con le sue tante sfide antropologiche, culturali e sociali. Abitare la Casa comune come casa giusta, fraterna e pacifica, è il compito e la sfida di ogni generazione umana, delle comunità e delle culture. Di questa nostra generazione. Delle nostre Chiese dentro il travaglio di questo cambiamento d’epoca. Un travaglio che le tocca dal di dentro – siamo nel mondo, ma non del mondo (cfr Gv 17,14-18) –, le provoca e le invia a dare voce al gemito della creazione che «attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19).
Ma che cos’è il Vangelo? L’Evangelo, cioè la Bella Notizia? La bellezza per noi cristiani è una Notizia Bella, un Racconto Meraviglioso che vuole continuare la sua corsa. Credo che su questo punto si giochi il senso stesso della presenza ecclesiale nella città degli uomini, per come la teologia del Vaticano II l’ha intesa e interpretata. Il Vangelo infatti non è una dottrina, non è un insieme di norme né la fonte immediata di una morale, tanto meno l’ispirazione diretta di una politica. Il Vangelo non è un possesso da conquistare né un’arma da brandire. Il Vangelo non separa, non distingue, non discerne il grano dalla zizzania, non è il vessillo di nessuna battaglia e di nessuna identità. Il Vangelo non è un libro per i puri, né una parola per i sicuri di sé. Non è una verità da sistematizzare né una logica riconducibile alla ragione naturale. Non è un sistema filosofico né può essere la sorgente di un monolite dogmatico senza storia. Questo perché il Vangelo è un racconto. È il racconto della fede (G. Ruggieri) di Gesù di Nazareth, un giovane uomo nato in Galilea e morto in croce a Gerusalemme, un uomo che è stato bambino, ha avuto due genitori e una grande famiglia, ha scoperto il senso di una presenza speciale di Dio nella sua esistenza, fino a farglielo chiamare ‘Papà’ (Abbà), e per questo ha intrapreso un cammino nella Palestina del tempo, dopo essere stato discepolo di Giovanni Battista.
Lungo le strade della sua terra ha annunciato la prossimità di Dio agli uomini e in particolare agli ultimi e ai disperati, portando in giro una buona notizia – la notizia del Regno di Dio –, che grazie a un’audace donna cananea (una sorta di Antigone dei Vangeli) ha capito, un giorno, essere rivolta non solo ai Giudei ma a tutti gli uomini, a quelli che erano ritenuti cani, pagani, i goîm, il popolo delle genti (cfr Mt 15,21-28). Su questa fede nel suo Abbà e in forza di questa notizia ha raccolto intorno a sé dei discepoli, ha vissuto un’esistenza da vero amante della vita, da amico delle donne e dei bambini, da compagno dei pubblicani e delle prostitute, e si è consegnato alla sua passione per gli uomini, verosimilmente il 15 di Nisan del 37 d.C., confidando nell’energia di risurrezione annidata nella sua morte e dunque esaltata dal Padre suo, la mattina di Pasqua.
Da lì è scaturita una pluralità di eventi, di tradizioni, di irruzioni di Dio, che hanno interpretato e portato nel mondo e nel tempo la storia di quest’uomo di Nazareth. Non l’uomo in generale, non un ‘dio’ come una categoria del pensiero, ma quest’uomo determinato, in cammino accanto al Padre, condotto dalla dynamis dello Spirito, dal dinamismo della vita che ci supera e ci proietta avanti (A. Sichera). È questo, se volete, lo scandalo del Vangelo. Affermare con coraggio intrepido e con incredibile candore che l’esistenza di Gesù di Nazareth, l’esistenza di un uomo, di ‘questo’ uomo, «l’esserci per altri di Gesù» (D. Bonhoeffer), ci ha raccontato Dio, ce ne ha fatto l’esegesi, come dice meravigliosamente il Vangelo di Giovanni: «ἐκεῖνος ἐξηγήσατο», lui ci ha spiegato Dio (Gv 1,18). In questo senso – lo sapeva bene Paolo VI – il Vangelo, se vogliamo pensarlo come un manuale, altro non è che «un manuale di umanità». E dove c’è l’umano c’è Dio, e dove c’è Dio non può non esserci l’umano, il corpo vivente, senziente, amante, aperto agli altri, che ci costituisce nel profondo e che Gesù di Nazareth ci ha mostrato nel racconto forte e vibrante delle prime comunità dei credenti.
E da questa porta che arrivo alla Costituzione. Perché anche la Costituzione nasce da un racconto. Un racconto di liberazione di un popolo, come era stato il racconto dell’Esodo. Un piccolo libro nato da un lungo travaglio, da un incrocio di miseria e di grandezza, di aneliti e di cadute. Uno scritto profetico, espressivo del desiderio profondo di pace e di giustizia che alberga nel cuore degli umani e che – a sentire il Paolo della Lettera ai Romani, al capitolo 8 – risiede e grida con potenza nel grembo stesso della creazione tutta. Perché abbiamo sbagliato a contrapporre per secoli l’ordine della creazione e l’ordine della redenzione. Il mondo creato buono da Dio è il mondo delle creature, del loro dinamismo e della loro fioritura, segno di una presenza e testimonianza di un bene che la distanza non sfigura ma fa semplicemente anelare alla pienezza. È il mondo la prima ‘parola di Dio’, la luce di un dire che si incunea nel caos dell’informe, nell’abbandono del deserto, per conferire un’energia creativa ed esplosiva, in cui Dio si mostra all’opera nel coraggio della differenza, nello spazio della relazione.
L’umano e la creazione tutta sono sotto la benedizione di Dio. Ce lo ricorda e lo canta Francesco d’Assisi nel sublime Cantico delle Creature che ha iniziato la poesia italiana. Questo significa che ogni movimento vitale o simbolico del creato è sotto il segno della bontà divina, della Berakah b’shem YHWH, la benedizione nel nome di Dio. Credo stia qui il senso profondo della religione e della cultura. Nell’istituzione della vita mondana e nella configurazione necessaria della distanza, della differenza propria della creazione, si apre lo spazio del desiderio, della ricerca del senso e dell’incontro da parte degli umani e, per mezzo loro, di tutte le creature, che nell’uomo si comunicano a Dio (W. Benjamin). È questa tensione verso l’alto, questo voler parlare con Dio, questo primario raccontarsi a Lui che fonda le pratiche originarie dell’arte e della religione umana, come un esprimere e un manifestare in segni un radicale rivolgimento verso l’Altro che ti fonda, che ci fonda. Religione e cultura sono dunque sfere distinte eppure collocate nella medesima sorgente del desiderio, nella stessa tensione, nella comune ricerca d’altri, d’autrui (E. Lévinas) in vista di un incontro, per conferire un senso. Lo ha ribadito Papa Leone XIV parlando agli studenti delle Facoltà Pontificie (27.10.2025) quando ha definito il ricercatore, comunque lo si voglia intendere, come uno che vive un’esperienza di grazia, la grazia di «ricevere uno sguardo ampio, che sa andare lontano, che non semplifica le questioni, che non teme le domande, che vince la pigrizia intellettuale e, così, sconfigge anche l’atrofia spirituale».
Da questo punto di vista, ogni anelito di pace e di giustizia, ogni attesa della verità, ogni espressione del desiderio di bene per tutti è cultura, e la Costituzione italiana ne è un esempio fulgido, come un frutto prezioso del travaglio culturale degli umani. Vedo la Costituzione insomma come il punto finale (e pur sempre provvisorio) di un lungo cammino, durato millenni, di Homo sapiens (ma già dei suoi contemporanei e predecessori, dai Neanderthal agli Erecti) verso una autocomprensione profonda di sé, una ricerca di un senso collettivo e individuale dell’esistenza, che approda a un testo sublime per apertura di orizzonti, nato dal cedimento, dalla distruzione, dal rinnovato caos primordiale dei totalitarismi e della seconda guerra mondiale. Dal mio punto di vista, la Costituzione equivale al soffio dello Spirito che fa rinascere l’informe.
Paganica, Mons. Lorefice e Mons. D’Angelo, con i parroci di Paganica, Pettino e Parrocchia Universitaria
Infatti, il senso ultimo dell’Evangelo e della Costituzione è quella fraternità universale, quell’unità del genere umano di cui parla la Dichiarazione Nostra Aetate e che Papa Francesco – discepolo e interprete del suo eponimo, Francesco d’Assisi – ha sviluppato mirabilmente e sapientemente attualizzato nell’enciclica Fratelli tutti. Fratelli tutti è uno dei pilastri della profezia di Francesco, su cui si fonda anche il pontificato di Leone XIV: scommettere sulla salvezza del genere umano e della creazione tutta in forza di una radice comune, di un’arcana familiarità che il Vangelo ha reso tangibile e che fa parte della consapevolezza dei popoli, come un legame che ci supera, come un entanglement originario (per dirla con il linguaggio della fisica quantistica).
Ecco, oggi vi condivido l’ideale esposizione parallela del Vangelo e della Costituzione sotto il segno della fraternità universale, quale spazio di incontro ultimo e concreto tra la fede cristiana e la cultura degli uomini. Nel 2013 Francesco aveva posto il fortissimo gesto profetico di Lampedusa, a cui seguirà uno sforzo immane di dialogo interreligioso, sulla scia della preghiera di Assisi, di quell’incontro spiazzante e intimamente evangelico del 27 ottobre 1986 voluto da Giovanni Paolo II. Presidente degli USA era allora Barack Obama, primo afroamericano della storia, pur tra contraddizioni e ondeggiamenti sinceramente teso verso la creazione di ponti e di opportunità di dialogo, contro la logica del più forte e l’uso della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti (Obama, ricordiamolo, fece sedere allo stesso tavolo Iran, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, Germania insieme agli Stati Uniti e a tutta l’Unione europea per firmare l’accordo sul nucleare iraniano). La percezione della necessità di una svolta ambientalistica della politica mondiale, già propugnata da Obama, sarebbe approdata nel 2019 al Green Deal dell’Unione europea. E così via.
Non sono così ingenuo da sostenere che la svolta degli ultimi cinque anni non affondi le proprie radici negli anni precedenti, ma l’incrudelirsi dei governi europei nei confronti del migranti (con migliaia di morti nel Mediterraneo e sulla cosiddetta rotta balcanica, e con i campi di concentramento libici e tunisini sempre all’opera in virtù dei finanziamenti dell’Europa); la strumentalizzazione delle religioni quali armi diverse ma altrettanto letali di conflitto e di divisione tra i popoli, fino al folle estremismo politico-religioso del movimento MAGA; l’esplosione dell’epidemia di Covid-19 con la lancinante messa in mostra degli squilibri sociali, sanitari ed economici mondiali; il ritorno prepotente della guerra e del diritto del più forte sulla scena internazionale, ben visibile nei conflitti armati che continuano a insanguinare il mondo (dal Congo al Sudan, ecc.), ma rappresentato in maniera altamente simbolica dalla guerra in Ucraina e dal conflitto israelo-palestinese, con il 7 ottobre di Hamas e con il progetto israeliano di distruzione della Palestina, l’Iran, il Libano, la crisi dell’ambientalismo e l’abbandono della cura della Terra quale stella polare delle politiche planetarie (ovvero l’implementazione delle stesse, in maniera molto problematica, da potenze mondiali come la Cina); il declino del welfare e la scommessa sull’economia di guerra e sulla corsa agli armamenti: sono solo alcuni dei fenomeni macroscopici che dovrebbero far tramontare definitivamente ai nostri occhi la speranza. Si può aggiungere la situazione disastrosa di una parte della gioventù delle nostre Città, tra mancanza di lavoro, dipendenza da sostanze e uso sfrenato della violenza. Per me che vengo dalla Sicilia, il cinismo affaristico delle organizzazioni mafiose…
Il limite umano genera cultura, è spinta e risorsa di maturazione culturale
«Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Una visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo la “contingenza” delle cose di questo mondo» (Magnifica Humanitas, MH 118).
«Persino quando l’essere umano si disumanizza e provoca tragedie, una piccola luce continua a brillare nell’umanità e rimane capace di riaccendersi, con la grazia di Dio, in cammini di conversione e di riconciliazione. Viktor Frankl diceva giustamente che nei momenti di orrore “siamo giunti a conoscere l’uomo come realmente è. Dopo tutto, l’uomo è quell’essere che ha inventato le camere a gas di Auschwitz; tuttavia è anche quell’essere che è entrato proprio in quelle camere a gas con la preghiera del Signore o lo Shemá Israel sulle labbra”. La finitudine, quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio e dell’altro. Del resto, proprio perché sperimenta il limite – la vulnerabilità, il dolore, il fallimento – egli può riconoscere la propria e l’altrui dignità come inviolabile. E nella stessa esperienza del limite, resta capace di intuire una fraternità più grande di sé e di riconoscere l’ingiustizia come scandalo. La cultura e l’arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla, impedendo la normalizzazione del male. Così alcune opere hanno assunto un valore quasi profetico: la Nona di Beethoven come desiderio di unità; Guernica [Picasso 1937] come denuncia della disumanizzazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio. La storia non appare solo come il catalogo delle nostre violenze, ma anche come la prova che l’umano sa generare istituzioni capaci di proteggere la vita comune» (MH 121-123).
«In questo scenario, la domanda sulle garanzie reali contro nuove violenze rimane aperta. Quando una cultura normalizza e giustifica il conflitto, si apre una deriva pericolosa: ciò che oggi appare impensabile può diventare domani accettabile in base a calcoli di utilità o di sicurezza. In Paesi segnati da gravi tensioni sociali, non possiamo escludere che qualcuno finisca per considerare il conflitto armato come un modo efficace di distogliere l’attenzione dai problemi interni e come strumento di gestione cinica delle difficoltà» (MH 208).
«Nei tempi che viviamo si va consolidando una cultura della potenza, nella quale la disponibilità di mezzi e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda e i criteri della decisione, relegando il bene comune dell’umanità sullo sfondo e riducendo il dramma concreto dei popoli in guerra a variabile secondaria rispetto agli interessi strategici. Questa cultura della potenza penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti, si espande normalizzando la guerra, inseguendo una potenza militare sempre maggiore, approfittando della crisi del multilateralismo e alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono» (MH 188).
Eppure io credo che non dobbiamo disperare. Non parlo della speranza nell’intervento dei potenti, delle soluzioni possibili per mano di classi dirigenti sempre più asservite o compiacenti rispetto alle logiche della guerra e del conflitto sociale ed economico, dello sfruttamento dei poveri e della madre Terra. No, non è questa la strada della speranza. La mia speranza, che è insieme l’appello con cui voglio concludere il mio intervento, è quella riposta nei movimenti dal basso, generati, come in Congo, dal desiderio di riscatto dei poveri nel Nord Kivu; dalla difesa della Terra, da parte dei giovani dei Fridays for Future; dalla preservazione della comune umanità, dalla difesa della fraternità da parte della gente comune, dei tanti bambini, giovani, adulti e anziani che sono scesi in piazza per fermare la guerra mostruosa di Gaza, inferno insensato per decine di migliaia di donne e bambini; dalla resistenza alla mafia e dalla ricerca di giustizia da parte delle migliaia di persone convenute allo Zen dopo i fatti di Palermo. Queste onde, queste maree umane sparse per il mondo, più o meno grandi che siano, sono l’antidoto più efficace che ci sia all’Alzheimer dei potenti, al folle misconoscimento del volto dei poveri e dei piccoli (G. Salonia).
Il Vangelo ci dice che sono loro, le vittime innocenti e i loro difensori disarmati il vero asse della storia, mentre la Costituzione pensa alla politica come una cosa pubblica, capace di creare pace e giustizia per tutti. Ed è da lì allora, dal Vangelo e dalla Costituzione, che vogliamo insieme ricominciare. Insieme, se è vero, com’è vero, che «per educare un bambino serve un intero villaggio» (Proverbio africano). Vi ringrazio!
Corrado Lorefice
Mons. Corrado Lorefice al Centro Parrocchiale di Paganica.
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