Il tema della rappresentanza e della tutela dei diritti dei militari in Italia è al centro di un profondo processo di trasformazione che, partendo dagli anni Settanta, arriva fino alle più recenti aperture giuridiche del panorama europeo. A ripercorrerne le tappe è Francesco Nastasia, segretario nazionale USIM, esponente del settore della rappresentanza militare, intervenuto nel corso di un confronto su Fast News Platform dedicato proprio all’evoluzione dei diritti sindacali nelle Forze Armate.
Secondo Nastasia, negli anni Settanta l’Italia compie un primo passo in avanti con la cosiddetta “legge dei principi”, risalente al 1978, che introduce forme di rappresentanza militare. Tuttavia, si tratta di organismi ancora pienamente inseriti nel sistema gerarchico delle Forze Armate. «In Italia negli anni 70, con la legge dei principi per esattezza nel 1978, c’è una prima concessione verso i militari attraverso l’istituzione di forme di rappresentanza», ha ricordato.
Questi organismi, però, avevano poteri limitati. Potevano soltanto produrre verbali e segnalare osservazioni o rimostranze, che venivano poi valutate – senza alcun obbligo di accoglimento – dai vertici militari competenti, come il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare o quello della Difesa, nel caso di questioni interforze. Un sistema quindi consultivo, ma non negoziale.
La situazione cambia radicalmente con l’introduzione delle associazioni professionali a carattere sindacale tra militari, costituite come soggetti di diritto privato da personale in servizio o in ausiliaria. Queste nuove forme organizzative, sottolinea Francesco Nastasia, garantiscono una maggiore libertà di espressione rispetto ai precedenti consigli di rappresentanza.
«Che cosa cambia? Cambia essenzialmente che ci sono adesso delle associazioni di diritto privato costituite dai militari in servizio o in ausiliaria che hanno una maggior libertà di espressione rispetto ai vecchi consigli di rappresentanza», ha spiegato.
Secondo questa impostazione, tali associazioni sono oggi in grado di tutelare in modo più efficace i diritti dei militari e di rappresentarne le istanze in maniera più strutturata, pur restando nel perimetro delle specificità del settore difesa.
Uno dei punti centrali del dibattito riguarda il diritto di sciopero. Nastasia chiarisce che tale diritto non è riconosciuto ai militari. «Non si può fare però uno sciopero? No, assolutamente», afferma.
Il divieto è stato confermato anche dalla giurisprudenza costituzionale. In particolare, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 120 del 2018, ha ribadito l’impossibilità per i militari di esercitare il diritto di sciopero, in quanto potenzialmente incompatibile con il dovere costituzionale di difesa della Patria.
Secondo questa interpretazione, la sospensione dell’attività militare attraverso lo sciopero rischierebbe di compromettere la funzionalità stessa dello strumento difensivo dello Stato, rendendo difficile garantire la sicurezza nazionale.
Per comprendere l’attuale assetto normativo, è necessario risalire agli anni Novanta. Nel 1999, infatti, la Corte Costituzionale italiana ribadì il divieto per i militari di costituire associazioni sindacali in senso tradizionale, consolidando quello che veniva definito un “tabù” giuridico.
Tuttavia, questo orientamento viene progressivamente superato a partire dal 2014, quando interviene la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) con due decisioni fondamentali. I casi riguardano, tra gli altri, il ricorso della tenente colonnello della gendarmeria francese Madeleine e dell’associazione DEF Deux Mille, sempre in Francia.
La Corte riconosce che, sulla base dell’articolo 11 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e dell’articolo 5 della Carta Sociale Europea, anche i militari hanno diritto di associarsi per tutelare i propri interessi professionali. Pur ammettendo possibili restrizioni da parte degli Stati, la CEDU stabilisce che non è legittimo un divieto assoluto.
«I militari, prima di essere tali, sono uomini e come tali hanno diritto a essere rappresentati da sindacati», sintetizza Anastasia riportando la posizione della Corte.
Il pronunciamento europeo produce un effetto diretto sull’ordinamento italiano. Nel 2018 la Corte Costituzionale ribalta infatti il proprio precedente orientamento, aprendo alla possibilità di associazioni sindacali tra militari, pur con limiti specifici legati alla natura del servizio.
Secondo Nastasia, questo cambiamento è il risultato di un processo giuridico e culturale più ampio, che ha visto il progressivo riconoscimento dei diritti individuali anche all’interno delle Forze Armate.
Il dibattito si arricchisce poi di un confronto internazionale che evidenzia forti differenze tra i vari sistemi nazionali.
In Argentina, ad esempio, non esistono sindacati militari. Le forze armate non godono di rappresentanza sindacale e il sistema resta fortemente gerarchico, anche in ragione della storia politica del Paese segnata dalla dittatura militare degli anni Settanta e Ottanta.
«Le forze militari non hanno rappresentazione sindacale e non hanno neanche il diritto di sciopero», viene sottolineato nel confronto.
Diverso il caso dell’Uruguay, dove si registrano richieste crescenti da parte dei militari per un maggiore riconoscimento dei propri diritti, anche se senza un vero sistema sindacale strutturato.
In Spagna, invece, la Costituzione garantisce forme di associazionismo e dal 2011 sono state introdotte associazioni militari con funzioni di tutela. In Germania, già dal 1966, esistono forme consolidate di rappresentanza interna, considerate tra le più avanzate in Europa.
Un quadro ancora più rigido emerge nei Paesi anglosassoni, come Regno Unito e Stati Uniti, dove non è prevista alcuna forma di sindacato militare, in ragione di una concezione fortemente gerarchica delle Forze Armate.
Nel dibattito emerge anche la questione della possibile corruzione all’interno dei sindacati. Nastasia respinge questa ipotesi per il contesto italiano, ricordando come il sistema di controlli e la storia recente del Paese abbiano rafforzato gli strumenti di trasparenza.
Viene inoltre evidenziato che le organizzazioni militari si finanziano attraverso contributi minimi dei militari stessi, circa 7-8 euro al mese, destinati sia alle attività associative sia a forme di tutela collettiva.
Un elemento centrale del racconto riguarda la natura volontaria dell’impegno sindacale. Nastasia sottolinea come l’attività venga svolta nel tempo libero, spesso sacrificando vita personale e familiare.
«Tutto ciò che noi facciamo lo facciamo nel nostro tempo libero», spiega, evidenziando che l’organizzazione non dispone ancora di distacchi sindacali strutturati.
Nonostante ciò, l’impegno viene portato avanti con continuità, anche attraverso incontri nelle basi militari e momenti di confronto sul territorio.
L’intervento delle associazioni sindacali militari non si limita alla teoria normativa, ma si traduce in azioni concrete. Tra gli esempi citati vi è l’intervento a tutela dei figli dei militari in relazione agli asili nido della Marina, evitando interruzioni improvvise del servizio e garantendo continuità educativa.
Un altro caso riguarda la tutela delle condizioni lavorative e familiari del personale, con particolare attenzione alle difficoltà legate ai trasferimenti e ai costi della vita militare.
Secondo Nastasia, la nascita delle associazioni sindacali rappresenta una svolta storica. Dieci o quindici anni fa, afferma, sarebbe stato impensabile immaginare una simile evoluzione.
Oggi, invece, il sistema si muove verso un modello più partecipativo, in cui i militari non sono più soltanto parte di una struttura rigidamente gerarchica, ma anche soggetti portatori di diritti da rappresentare e tutelare.
Un cambiamento ancora in corso, che segna un passaggio cruciale nel rapporto tra istituzioni militari e diritti fondamentali dei lavoratori in uniforme.
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