Calabria

Scuola, il professore Furlano risponde agli studenti anche a mezzanotte: “Non basta insegnare una materia, bisogna entrare nel loro cuore”

Nel dibattito sulla scuola italiana, spesso si parla di programmi, verifiche, voti, riforme e burocrazia. Molto più raramente si parla di relazioni umane. Eppure è proprio da qui che parte la riflessione del professor Pierpaolo Furlano, docente in una scuola privata di Cosenza, che negli ultimi mesi è finito più volte all’attenzione della cronaca per il suo particolare approccio all’insegnamento, fondato sull’ascolto, sulla vicinanza agli studenti e sulla convinzione che il ruolo di un insegnante non possa esaurirsi nella semplice trasmissione di nozioni.

Intervistato nel corso di una diretta su Fast News Platform, dedicata al tema della classe docente, Furlano ha raccontato la propria esperienza professionale, affrontando questioni che vanno dal rapporto con gli studenti alle differenze tra scuola pubblica e privata, fino alle difficoltà emotive vissute dai ragazzi e alle aspettative spesso eccessive degli adulti.

Uno dei primi temi affrontati riguarda proprio il confronto tra scuola pubblica e scuola privata. Furlano, che ha insegnato in entrambi gli ambiti, smonta alcuni luoghi comuni.

«Ho avuto esperienza anche nella scuola pubblica e sinceramente non noto tutta questa differenza», afferma. Secondo il docente, la qualità dell’insegnamento non dipende dalla natura dell’istituto ma dalla passione e dalla dedizione delle persone che vi lavorano. «I bravi docenti ci sono sia nel privato che nel pubblico. Tutto dipende da quanto si ama il proprio lavoro e gli studenti».

Pur riconoscendo che nelle scuole private, grazie a classi meno numerose, gli studenti possono essere seguiti più da vicino e che esistono percorsi particolari come il liceo scientifico biomedico o gli indirizzi bilingue, Furlano sottolinea che la vera differenza la fanno le persone.

«Se fai questo lavoro solo per lo stipendio, diventi una persona che entra in classe, spiega la lezione e se ne va. Rimane un rapporto freddo. Ma questo, secondo me, è sbagliatissimo».

Il cuore del suo pensiero emerge quando parla del rapporto quotidiano con gli studenti. Un rapporto che, a suo dire, spesso supera quello che i ragazzi riescono ad avere persino con le loro famiglie.

«Molti studenti mi confidano cose che non direbbero mai ai genitori. Alcune domande riguardano la sessualità, l’affettività, i rapporti personali. Altre volte mi parlano delle loro paure, della tristezza, delle difficoltà ad accettarsi o del senso di colpa che provano quando qualcosa va male».

Per Furlano, dietro l’apparente sicurezza mostrata dalle nuove generazioni si nasconde una fragilità molto più profonda.

«I ragazzi di oggi sembrano fortissimi, ma dentro sono morbidissimi. Quella forza che mostrano è spesso una corazza. Quando trovano qualcuno che riesce ad abbattere quel muro diventano persone dolcissime».

Una filosofia educativa che si traduce anche in scelte concrete. Il professore non nasconde di aver fornito ai suoi studenti persino il proprio contatto Instagram.

«Se hanno bisogno, possono scrivermi. Poco prima di questa intervista uno studente mi ha contattato perché gli era successa una cosa non bella. Ci ho parlato e l’ho tranquillizzato. Se un ragazzo mi scrive a mezzanotte, come faccio a non rispondere?».

Parole che fotografano una visione della scuola come presidio educativo permanente.

«I ragazzi possono cadere nel baratro in pochi secondi. Se in quel momento hanno bisogno di qualcuno e non trovano ascolto, quel disagio può trascinarsi per mesi».

Alla domanda se si senta un professore “speciale”, Furlano respinge ogni etichetta.

«Non mi sento speciale. Mi sento una persona normalissima che ha la capacità di entrare nel cuore dei ragazzi. E una volta che hai questa capacità, perché non usarla per aiutarli?».

Una risposta che richiama una concezione della professione docente come missione educativa prima ancora che lavorativa.

Il docente racconta anche un episodio che considera particolarmente significativo. Nella sua scuola è stata recentemente assegnata una borsa di studio legata al disegno anatomico, disciplina che insegna insieme alla bioetica.

Durante la premiazione di tre studentesse vincitrici, Furlano ha voluto prendere la parola.

«Ho detto ai ragazzi che il premio, in realtà, l’avevo vinto io. Vedere studenti appassionarsi a una materia così particolare significa aver raggiunto l’obiettivo. Quando un professore riesce a far amare una disciplina, allora qualcosa ha funzionato».

Nel corso dell’intervista emerge anche il legame costruito con gli studenti incontrati durante il periodo di insegnamento nella scuola pubblica.

«Ancora oggi mi cercano. Alcuni ragazzi mi chiedono di tornare a salutarli. Come fai a dire di no?».

Un rapporto che, secondo lui, nasce soprattutto dall’abbattimento delle distanze.

«Io non faccio quasi mai lezione seduto in cattedra. Preferisco stare vicino agli studenti, per far capire che il professore non è una figura distante. Questo non significa perdere autorevolezza, ma costruire fiducia».

Il discorso si allarga poi a una riflessione più generale sul sistema scolastico.

Per Furlano, oggi esiste il rischio concreto che la scuola venga ridotta a un semplice accumulo di nozioni.

«La scuola non è solo nozionismo. È una comunità educante che deve aiutare i ragazzi a scoprire i propri talenti e a diventare cittadini consapevoli».

Una visione che lo porta a criticare anche l’eccesso di compiti e verifiche.

«Ci sono talmente tante materie che assegnare carichi enormi di lavoro non aiuta. I ragazzi finiscono per imparare a memoria senza comprendere davvero. Dopo l’interrogazione dimenticano tutto».

Secondo il docente, bisogna considerare anche la vita che esiste fuori dalla scuola.

«Molti studenti praticano sport a livello agonistico, fanno teatro, danza, musica, volontariato. Dopo sei ore di lezione arrivano a casa stanchi. Dobbiamo tenerne conto».

Particolarmente delicato il tema delle aspettative familiari. Furlano racconta di aver parlato più volte con genitori che, senza rendersene conto, stavano sottoponendo i figli a una pressione eccessiva.

«Alcuni ragazzi vivono con il terrore di deludere mamma e papà. Studiano continuamente, ma non per sé stessi. Lo fanno per soddisfare aspettative che percepiscono come enormi. Alla fine entrano in uno stato di stress che li blocca».

Il professore descrive situazioni che riguardano molti adolescenti: crisi prima delle interrogazioni, pianti, attacchi d’ansia, perfino episodi di vomito causati dalla paura di non essere all’altezza.

«Io dico sempre ai ragazzi: fate il massimo, ma non cercate la perfezione a tutti i costi. Se oggi arrivate a nove, non sforzatevi ossessivamente di arrivare a dieci. Il cervello si stanca e lo stress rischia di peggiorare tutto».

Tra i temi affrontati emerge anche una critica al registro elettronico e all’eccessiva burocratizzazione della scuola.

Pur riconoscendone l’utilità, Furlano ritiene che il sistema abbia contribuito a rendere più freddi alcuni rapporti.

«Una volta c’era più dialogo. Oggi arriva una notifica e tutto si riduce a un dato. Anche il rapporto tra scuola e famiglia rischia di diventare meno umano».

Secondo il docente, l’aumento delle valutazioni, delle griglie e degli adempimenti burocratici finisce per pesare sia sugli insegnanti sia sugli studenti.

«A volte si perde di vista la persona».

Infine, Furlano affronta un tema particolarmente sensibile: quello dei ragazzi che vivono situazioni familiari difficili.

«Molti studenti provenienti da famiglie separate o divorziate pensano che la fine del matrimonio dei genitori sia colpa loro. È una convinzione molto diffusa e profondamente sbagliata».

Anche in questi casi il ruolo dell’insegnante, secondo lui, diventa fondamentale.

«Cerco sempre di spiegare che non sono responsabili delle scelte degli adulti. Sono figli dell’amore dei loro genitori e non devono caricarsi colpe che non appartengono loro».

Una testimonianza che restituisce il ritratto di un docente convinto che la scuola debba essere molto più di un luogo dove si trasmettono conoscenze. Un luogo in cui gli studenti possano sentirsi accolti, ascoltati e compresi. Perché, come ripete più volte Pierpaolo Furlano, «prima ancora delle materie, vengono le persone».

Redazione

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