Trentino Alto Adige/Suedtirol

“Dillortan”, la violenza come risposta all’ingiustizia nell’ucronia politica di Clambagio

Bolzano – Lo scrittore bolzanino Clambagio (alias Claudio Bianchetti), dopo il successo di Ironta. Pazzo per Victor (12 premi letterari vinti e recensioni di Dacia Maraini, Luca Liguori e Franco Manzoni), esce con il settimo romanzo Dillortan. A volte la violenza paga? Dopo l’anteprima nazionale tenuta al palazzo Kolping di Bolzano, il libro sarà presentato venerdì 15 maggio presso lo stand degli autori italiani al Salone Internazionale del Libro di Torino.

Dedicato «a tutti i popoli oppressi: passati, presenti, futuri», il romanzo affronta un tema di grande attualità: quello delle minoranze etniche e linguistiche sottoposte a processi di nazionalizzazione forzata e cancellazione della loro identità.

La vicenda è ambientata nel Südtirol / Alto Adige, negli anni Sessanta. Chiari i riferimenti alle tensioni tra la minoranza di lingua tedesca / ladina e lo Stato italiano. Ma l’autore usa anagrammi fantasiosi e riformulazioni immaginarie degli eventi storici, secondo i dettami di quel laboratorio narrativo che è l’ucronia. Dillortan è l’anagramma di Land Tirol. L’Italia diventa Esperia. La narrazione, «un sabotaggio della memoria, un esperimento morale».

Il Dillortan, dopo la guerra, è annesso all’Esperia. Un trattato dovrebbe garantirne l’autonomia. Ma è inapplicato da un decennio. Il governo esperiano attua una politica di assimilazione delle minoranze: occupazione demografica, espropri, cancellazione linguistica e repressione poliziesca. La popolazione locale si divide. Una parte è per il dialogo istituzionale. Una, minoritaria, per la guerriglia. A portarla avanti è il movimento clandestino irredentista SAD guidato da un misterioso personaggio che si fa chiamare Dominus. Lo Stato risponde con una escalation repressiva: militarizzazione del territorio, arresti di massa, torture nelle carceri, uccisione di due detenuti politici. Dominus, in un’intervista, denuncia tutto ciò all’opinione pubblica internazionale. Il governo cede. E concede l’autonomia al Dillortan, che diventa un modello di convivenza.

Sullo sfondo, si inseriscono come matrioske mini storie di conflitti e convivenze. Come quella dell’amore avversato tra l’operaio esperiano Gino e la figlia di un oste dillortano, Weibi.
Il romanzo solleva alcuni interrogativi. È mai lecito rispondere alla violenza con altra violenza? Quando un popolo reagisce violentemente dopo aver subito per lungo tempo pressioni psicologiche, violenze sociali, economiche, istituzionali, spesso invisibili o diluite nel tempo, è corretto considerare la sua reazione come ingiustificabile? Oppure va valutato l’accumulo di provocazioni che l’hanno scatenata? E chi è il vero terrorista tra uno Stato inadempiente, sordo e oppressivo e chi non ha altra voce che la violenza per far sentire le proprie ragioni? Clambagio non fornisce risposte. Consegna al lettore un’ucronia politica che profetizza il futuro rileggendo il passato. E lascia che sia ognuno a decidere se, alla fine, la violenza paghi davvero.

INPress

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