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Alla Cappella dei Mercanti di Torino, un delitto nel 1864: «I numeri non mentono»

Intervista a Claudio Pasqua, autore del racconto I numeri non mentono nella raccolta Cold Land (Land Editore)


Torino, 1864. La nebbia sale dal Po con la lentezza di un pensiero non confessato.

In questo scenario, Claudio Pasqua ambienta I numeri non mentono — racconto incluso nell’antologia Cold Land (Land Editore) — trascinando il lettore nella Cappella dei Banchieri, Negozianti e Mercanti di Torino. Protagonista è Beatrice Lanfranchi, donna che ragiona per misure esatte in un mondo che non la misura affatto.

 

 

Lo abbiamo incontrato, e i numeri — come promesso — non mentono.

Il tuo racconto è ambientato nella Cappella dei Banchieri, Negozianti e Mercanti  di Torino e ruota attorno alla Pia Congregazione che la governa. Un luogo reale, nel cuore storico di Torino, quasi mai frequentato dalla narrativa. Come ci sei arrivato?

Lasciatemi prima prima ringraziare Claudio Secci, curatore dell’opera Cold Band, che mi ha esortato a partecipare a un concorso letterario indetto Land Editore.

Un grande ringraziamento va anche al Prefetto Arturo Sansise della Pia Congregazione dei Banchieri, Negozianti e Mercanti che mi ha permesso di accedere a documenti  storici importanti contenuti nei libri mastri della Cappella.

Cercavo un luogo che fosse insieme sacro ma umano — un posto dove la devozione e il commercio convivessero senza troppa ipocrisia, come spesso accade nelle città di banchieri come era la Torino Capitale del Regno d’Italia. La Cappella dei Mercanti è esattamente questo: un gioiello nascosto nel cuore mercantile di Torino, frequentato da chi fa affari e prega con la stessa freddezza. E la Pia Congregazione, con la sua rete di obblighi, contratti e segreti, era il contesto perfetto per un omicidio in cui vittime e colpevoli appartengono allo stesso mondo — dove la comunità è insieme testimone e complice.


La narrazione si apre con una scena memorabile: la nebbia che sale dal Po «con la lentezza di un pensiero non confessato». Torino 1864 è quasi un personaggio autonomo. Quanto ha pesato la scelta dell’ambientazione storica?

È stata la scelta fondante, quella da cui tutto il resto è disceso. Il 1864 non è un anno qualunque per Torino: è l’anno in cui la città scopre di non essere più la capitale del Regno d’Italia, tradita da una Convenzione firmata in segreto a settembre. Quella ferita collettiva — l’umiliazione di essere stati venduti senza saperlo — mi sembrava il terreno perfetto per un giallo. Il crimine e il tradimento politico hanno la stessa grammatica: qualcuno sa qualcosa che gli altri non sanno, e qualcuno pagherà il prezzo di questa asimmetria.


Beatrice Lanfranchi è una protagonista insolita per l’epoca: investigatrice di fatto, in una società che non la riconosce come tale. Come hai costruito il suo profilo?

Beatrice non è un’anomalia romantica — non è “la donna avanti coi tempi” del romanzo storico di maniera. È una donna che ha ereditato dal padre, un ingegnere —  Scuola di Applicazione che diventerà il Regio Politecnico di Torino —  un metodo: osservare, misurare, non accontentarsi delle spiegazioni più comode.

 

Beatrice Lanfranchi

 

Il medaglione con le date incise è la chiave del suo carattere: lei vuole che il mondo sia misurabile, controllabile. E proprio per questo soffre quando capisce che i numeri non bastano — che per fare giustizia serve qualcosa di meno esatto e più coraggioso.


Nel palcoscenico mozzafiato della Cappella dei Banchieri, Negozianti e Mercanti di Via della Dora Grossa (oggi Via Garibaldi), uno scenario ben noto ai lettori torinesi ma ancora poco frequentato dalla narrativa: come ti ci sei imbattuto?

Cercavo un luogo che fosse insieme sacro e venale: uno spazio dove devozione e denaro convivessero senza troppa ipocrisia, come spesso accade nelle città mercantili. La Cappella dei Banchieri è esattamente questo: un gioiello nascosto nel cuore commerciale di Torino, frequentato da chi trattava affari e pregava con la stessa fredda naturalezza.


Nel racconto compare il Calendario Meccanico Perpetuo di Giovanni Plana — uno strumento reale, usato dai Congregati per comunicare in codice. Come ti è venuto in mente questo dettaglio?

Giovanni Plana era un matematico e astronomo torinese di primissimo piano, morto pochi mesi prima che il racconto fosse ambientato. Il suo Calendario Meccanico è uno di quegli oggetti meravigliosi dell’Ottocento in cui la scienza e l’ingegneria si incontrano in qualcosa di quasi poetico.

 

 

Scoprire il suo meccanismo a rulli e cilindri numerati, un vero calcolatore ante litteram, è stato uno di quei momenti in cui la ricerca storica ti offre qualcosa di meglio di quello che avevi immaginato. E poi: cosa c’è di più appropriato, in un racconto in cui i numeri sono la chiave di tutto, di un calendario meccanico usato per nascondere messaggi?


La data del 21 settembre attraversa il racconto come un conto alla rovescia. Quanta Storia — con la S maiuscola — hai voluto mettere nel giallo?

Tutta quella che non si vedesse troppo. Mi infastidisce la narrativa storica che interrompe la storia per fare lezione. Il 21 settembre 1864 a Torino ci fu davvero una rivolta: la folla scese in piazza quando la notizia della Convenzione di Settembre divenne pubblica, la Guardia sparò, i morti furono decine. È un episodio quasi rimosso dalla memoria collettiva, eppure fu uno dei momenti più violenti della storia cittadina post-unitaria. Volevo che il lettore arrivasse all’epilogo e capisse che dietro al giallo c’era qualcosa di più grande — che l’omicidio di Marchisio — uno dei Congregati della Cappella — era una minuscola particella di un tradimento su scala nazionale.


Elena, la vedova devota che tiene pulito questo luogo sacro e che «non parla con nessuno perché nessuno “la vede” davvero», è forse il personaggio più commovente del racconto. Perché le hai dato così tanto spazio?

Perché nei gialli — e nella storia — i testimoni più preziosi sono sempre quelli invisibili. I potenti si guardano tra loro, si sorvegliano, si temono a vicenda. Ma chi pulisce con umiltà i pavimenti vede tutto e non viene visto.

Elena porta il gesto narrativo più importante del racconto: consegna a Beatrice non solo i documenti, ma la testimonianza oculare. E lo fa perché qualcuno, per la prima volta, la ha guardata davvero. È una piccola storia di dignità dentro una storia di potere.


Cold Land debutta al Salone Internazionale del Libro di Torino il 16 maggio. Cosa significa presentare un racconto ambientato nell’Ottocento torinese proprio qui, in questa città?

C’è qualcosa di circolare in questo, e mi piace. Torino è una città che ha un rapporto speciale con la propria storia — la abita, la frequenta, ci cammina sopra ogni giorno senza sempre rendersene conto. Che un racconto ambientato nella Torino del 1864 esca qui, al Salone, mi sembra giusto. Come se la città stesse leggendo un capitolo di se stessa.


Cold Land – Racconti dalle terre del delitto, a cura di Claudio Secci, sarà presentato sabato 16 maggio alle ore 10:30 allo Spazio Dialoghi del Padiglione 3 del Salone Internazionale del Libro di Torino (stand Land Editore: Q18-R17/R27), con firmacopie a seguire.

 

Redazione

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