Ogni volta è così, accade sempre alla stessa maniera di formulare un titolo di un “ pezzo “ da scrivere; rimane in testa e non da tregua.

Va a finire che distratto da altre cose e lettura di un buon libro, Calvino l’ho adorato e ancora oggi dopo tanti anni il piacere di leggerlo è sempre intenso uguale a ieri.

Io scrivo.

Non ritengo di essere uno scrittore, per coloro che da anni ormai in ogni parte del mondo, ( tranne l’Italia) mi leggono e mi seguono, sono uno scrittore, io invece sento di essere un “ ladro di coriandoli “ .

Sono uno che vive in un fuoriscena, esiliato e cercato da un gioco narrativo che favorisce l’anima di un uomo la cui storia si va costituendo attraverso le testimonianze di varie voci di sogni mai dimenticati.

E lo fa con una scrittura rastremata ed estruosa, sigillata e fervida, disponibile ad ogni interpretazione e a ristrutturarsi ogni qualvolta l’occasione ne reclama la pronuncia e distendersi in una costellazione verbale di sapienza, trasmette un’aria antica, fiabesca,estroversa, di una vita passata ai crocevia di sogni e speranze, rubando coriandoli alle stelle nelle selenie luminosità e misteri, e la bellezza notturna !

Raccordate alle cose, le parole esprimono l’incanto di un altrove pronto a crepitare come brace sotto la cenere della comune esistenza centrifugata nel coinvolgente assurdo corso giornaliero che s’impossessa dei destini degli uomini in una sorta di recita fatale e grottesca, innervata in una scrittura volutamente alternante, ora seriosa, ora avvolta da onde e vento di pianure assolate.

Sventagliati da un fiabesco rito e insieme regolati dal rigore del senso, del significato.

E’ una scrittura che nasce e segue le influenze dei sogni, che si apre al concetto di un altrove nell’anima e temporale, è un raccontarsi tra un sentire e un andare, ma anche di attese a volte disattese nel chiarore di un sogno o di un ricordo.

Ma mai serva, e lontana dalla logica e dalla razionalità, di questo odierno paradossalmente banale e stupido, servo di barbarie.

Serpeggia intanto la malinconia, un contrappunto amaro di dolcezza sfiorita, dell’andare del tempo inarrestabile e pure di quel grande deserto che si vive dentro e fuori dell’anima.

Nella dorata conchiglia in cui vivo lontano da tutto, risuona la voce del grande dispensatore, cinico e perverso, che offre l’immortalità, quando è di breve vita che si tratta.

Come una farfalla.

Come una Mariposa!

Vincenzo Calafiore

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