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Forza Italia tra correnti e futuro incerto: le fibrillazioni azzurre rafforzano il primato di Giorgia Meloni

C’è un paradosso che attraversa il centrodestra italiano e che, nelle ultime settimane, si fa sempre più evidente: mentre Fratelli d’Italia continua a presidiare il proprio primato senza scosse visibili, gli alleati appaiono attraversati da fibrillazioni interne che finiscono, oggettivamente, per rafforzare Giorgia Meloni. Non perché la premier debba intervenire o capitalizzare apertamente, ma perché un sistema di alleanze diviso e indebolito riduce al minimo qualsiasi margine di competizione interna alla coalizione.

È in questo quadro che va letto ciò che è accaduto a Palazzo Grazioli, luogo tutt’altro che neutrale per Forza Italia. L’evento si chiamava “In libertà”, ma la parola che aleggiava nella sala era un’altra: leadership. Roberto Occhiuto ha parlato di “scossa liberale”, consapevole però che, se portata fino in fondo, quella scossa rischia di diventare tellurica per il partito azzurro.

Il governatore calabrese è arrivato, ha parlato, ha rassicurato. Ha negato la volontà di fondare correnti, ha escluso ambizioni diverse dalla guida della Calabria, ha rivendicato il diritto di «produrre qualche pensiero liberale». Dichiarazioni calibrate, quasi prudenti. Eppure è difficile archiviare quanto visto come un semplice esercizio teorico. Troppa la partecipazione, troppo simbolica la location, troppo consapevole il tempismo perché si tratti di un episodio isolato.

Dire che «le correnti sono polverose» serve a tranquillizzare, ma la politica si nutre di simboli. E Palazzo Grazioli, ex residenza romana di Silvio Berlusconi, è un simbolo fondativo, non una sala congressi qualsiasi. Così come non è casuale l’annuncio di un secondo appuntamento a Milano, previsto per febbraio. Non un convegno, ma una traiettoria. Il tutto a pochi giorni dalle parole di Pier Silvio Berlusconi, che hanno rotto un tabù evocando apertamente il tema del rinnovamento ai vertici del partito. Un passaggio che ha reso contendibile ciò che fino a poco tempo fa non lo era.

Occhiuto, formalmente vicesegretario, parla già come chi guarda oltre la gestione ordinaria. Lo fa sui diritti civili, indicando la necessità di affrontare temi capaci di parlare ai giovani e a un elettorato che non si riconosce in un centrodestra solo conservatore. Lo fa sulla giustizia, rivendicando il dna garantista di Forza Italia e l’intestazione politica della riforma, anche in vista del referendum. Lo fa persino sugli obiettivi elettorali, ipotizzando un ritorno verso il 20 per cento per un partito oggi fermo all’8-9. Non è il linguaggio di chi si limita a difendere l’esistente.

Attorno a lui si muove una platea ampia: ex ministri, parlamentari, volti storici e generazioni più giovani. Un messaggio chiaro: Occhiuto non è né isolato né marginale. Le rassicurazioni di Alessandro Cattaneo – nessuna sfida, nessun retro pensiero – finiscono paradossalmente per confermare l’esistenza di un nervo scoperto. Se non ci fosse tensione, non servirebbe rassicurare.

Antonio Tajani, da Milano, mantiene la linea della diplomazia. Rivendica un partito aperto, ricorda il congresso già calendarizzato e annuncia la propria ricandidatura nel 2027. Parole istituzionali, corrette, che congelano il confronto e rinviano la resa dei conti. Ma è difficile immaginare che l’iniziativa di Palazzo Grazioli sia stata accolta con entusiasmo dai vertici romani. Più che una corrente, appare come una prenotazione di futuro, mascherata da dibattito culturale.

Ed è qui che il paradosso si chiude: mentre Forza Italia discute di leadership, identità e rilancio, Giorgia Meloni governa senza concorrenti interni alla coalizione. Alleati divisi e impegnati a regolarsi i conti non hanno la forza di intaccare il primato di Fratelli d’Italia. Anzi, finiscono per consolidarlo.

Occhiuto dice di non avere ambizioni ulteriori. La politica, però, vive di tempi lunghi e di segnali. E quello lanciato da Palazzo Grazioli assomiglia molto più all’inizio di un percorso che a una semplice parentesi. Nel frattempo, la premier osserva: meno rumore nel suo partito, più rumore tra gli alleati. E il vantaggio, almeno per ora, è tutto dalla sua parte.

Redazione

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