Napoli non è solo pizza, mandolino e panorama. Napoli è anche stile. E in quel panorama vasto e colorato dell’eleganza partenopea, un posto speciale lo occupa la cravatta. Non un semplice accessorio, ma un segno distintivo, un tratto d’identità, un codice non scritto che attraversa quartieri, generazioni e professioni.
In questa città, la cravatta è storia e cultura, a cominciare dai vicoli del centro storico fino ai salotti buoni del Vomero o di Posillipo. “A Napule si nasce già cu ’a cammisa scustata e ’a cravatta ’ncopp ’o core”, dice un anziano artigiano di via Chiaia, dove ancora oggi sopravvivono piccole botteghe che confezionano cravatte a mano, come si faceva una volta, con la pazienza e il rispetto per la stoffa e per chi la indosserà.
La scuola napoletana della cravatta è riconosciuta nel mondo per la sua qualità sartoriale. Nulla a che vedere con la produzione industriale. Le cravatte partenopee sono leggere, spesso sfoderate, tagliate a mano in sette pieghe, senza rinforzi interni. Un’arte che poche mani conoscono davvero, tramandata di padre in figlio, come si tramandano le canzoni classiche o le ricette del ragù della domenica.
Nel quartiere Sanità o ai Quartieri Spagnoli, la cravatta è stata per anni simbolo di riscatto sociale. “Quanno me mettive ’a cravatta, sentive ca pure io putevo arrivà”, racconta Ciro, ex barbiere, che da giovane la indossava anche solo per sedersi fuori al bar, la domenica, con gli amici. Non serviva un’occasione, bastava la voglia di sentirsi qualcuno. Perché a Napoli la cravatta è anche questo: dignità.
Il legame tra Napoli e la cravatta ha però anche un’origine più ampia, storica e commerciale. A cavallo tra Ottocento e Novecento, la città vantava una vivace attività sartoriale, capace di attirare clienti da tutta Europa. Nacquero così marchi e atelier di alta gamma, molti dei quali ancora oggi esistono e lavorano per un’élite esigente. “Chi vuole una cravatta unica, viene a Napoli”, spiegano da Marinella, la storica casa fondata nel 1914 che ha vestito presidenti, attori e imprenditori. Le cravatte napoletane sono finite al collo di personaggi come Kennedy, Chirac, Mattarella.
Ma Napoli non dimentica mai il popolo, e pure la cravatta, qui, non ha mai perso la sua anima popolare. Durante i matrimoni nei quartieri, le prime comunioni o le feste patronali, capita ancora oggi di vedere uomini in giacca e cravatta – magari comprate al mercato – ma portate con fierezza, come a dire: “So’ miso a festa”.
Non si tratta solo di eleganza, ma di appartenenza. In un mondo che tende a omologare, Napoli continua a rivendicare il diritto di essere sé stessa. E se per farlo serve una cravatta, che sia cucita a mano o comprata a buon mercato, poco importa. L’importante è portarla “cu’ ’o core”.
Perché a Napoli, la cravatta non è solo un nodo: è un legame. Con la propria storia, con la propria città, con l’orgoglio di essere napoletani.
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