È diventato un’icona nazionale, un fenomeno culturale che in Russia ha preso la forma di una vera e propria mania. Shaman, all’anagrafe Yaroslav Dronov, classe 1991, è oggi l’artista più popolare della Federazione: riempie stadi, domina le classifiche, invade ogni schermo. Per milioni di russi rappresenta la voce del patriottismo, per molti osservatori internazionali è invece il simbolo della propaganda musicale del Cremlino.
Cresta biondo platino, croce al collo e rime che esaltano la “grandezza eterna” della Russia, Shaman si muove tra effetti speciali, fuoco e fiamme, mentre le casse diffondono inni nazionalisti. Le sue canzoni – come Vstanem (“Ci solleveremo”) e Ja russky (“Io sono russo”) – hanno accompagnato le fasi più dure della guerra contro Kiev, diventando la colonna sonora dell’identità patriottica promossa dal potere politico. “Sono russo, andrò fino in fondo”, ripete nel suo brano più celebre, divenuto un ritornello collettivo che migliaia di fan cantano a ogni concerto.
Nato a Novomoskovsk, nella regione di Tula, Dronov aveva iniziato come tanti: scuole musicali, piccoli palchi, talent show come X Factor e The Voice Russia, senza mai vincere. La svolta arriva nel 2017 grazie a Elena Martynova, potente PR legata all’oligarca Alisher Usmanov. Dopo un breve matrimonio, lei diventa la sua manager e architetta la sua trasformazione artistica in “Shaman”: un nome evocativo, costruito per incarnare una missione spirituale e patriottica.
Da allora, la sua ascesa è stata inarrestabile. Mentre il Paese si chiudeva verso l’esterno e l’élite culturale indipendente cercava rifugio all’estero, Shaman riempiva il vuoto con una musica semplice, diretta, capace di fondere pop, simbolismo e retorica nazionale.
Oggi Shaman non è solo un cantante: è un simbolo politico. Le sue esibizioni al fronte, davanti ai soldati russi a Mariupol e Lugansk, gli sono valse l’attenzione e il sostegno diretto del Cremlino, che lo ha più volte premiato. Le stesse performance gli hanno però procurato le sanzioni dell’Unione Europea e l’esclusione da piattaforme come YouTube e Spotify.
Per rispondere, Shaman ha scelto la strada del gesto simbolico: un mini-concerto davanti all’ambasciata statunitense, avvolto nella bandiera russa. “La vittoria è vicina”, dichiarò ai media di Stato. Di chi sia quella vittoria, non è chiaro. Ma la sua, artistica e mediatica, è sotto gli occhi di tutti.
Oggi il suo nome è ovunque: televisione, radio, social nazionali. Le sue canzoni sono colonna sonora di eventi pubblici e spot istituzionali. Dopo aver interrotto il legame con Martynova, Shaman ha intrecciato una relazione con Ekaterina Mizulina, figura di spicco della censura web russa e figlia di una parlamentare nazionalista. Un’unione che molti leggono come la conferma del suo legame con l’apparato più conservatore del potere.
Mentre il resto della scena musicale russa si frammenta tra silenzi e fughe, lui resta saldo al centro del palco. Shaman non è più soltanto un nome d’arte: è un marchio di fedeltà, un fenomeno pop che riflette – e amplifica – lo spirito del tempo.
Nato come prodotto costruito a tavolino, è riuscito a incarnare l’identità collettiva che il potere voleva raccontare. In un Paese che cerca simboli, lo “sciamano del Cremlino” è diventato il più riconoscibile. Non si sa se per convinzione, convenienza o destino. Ma una cosa è certa: mentre molti artisti russi sono spariti dai radar, Shaman è rimasto solo sul trono della musica patriottica.
E ormai, almeno in patria, non ha rivali.
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