Chi pensava ad un verdetto limpido dalle urne moldave si è sbagliato. Le elezioni parlamentari del 28 settembre hanno infatti confermato un Paese profondamente diviso, dove la presunta vittoria europeista non appare affatto solida. Il Partito d’Azione e Solidarietà (PAS), sostenuto dalla presidente Maia Sandu e vicino a Bruxelles, si è fermato al 44,13 %: un risultato importante, ma insufficiente per governare da solo.
L’opposizione, guidata dall’ex presidente Igor Dodon, parla apertamente di un ribaltamento possibile: sommando le forze contrarie all’attuale governo si arriva al 49,54 %. È questo, sostengono i leader del Blocco Patriottico, il vero mandato popolare. «Il PAS ha perso queste elezioni. È l’opposizione, nel suo insieme, che deve assumersi la responsabilità di guidare il Paese», ha dichiarato Dodon, annunciando manifestazioni pacifiche davanti al Parlamento per difendere quella che considera la volontà dei cittadini.
Il clima elettorale, del resto, non è stato dei più limpidi. Attacchi informatici, esclusioni di partiti dichiarati “irregolari” e un peso crescente della diaspora – notoriamente vicina alle posizioni europeiste – hanno contribuito a un quadro controverso. Non è un caso che molti osservatori indipendenti abbiano parlato di pressioni esterne e di un voto che, in alcune regioni come Transnistria e Gaugazia, ha mostrato anomalie difficili da ignorare.
Sul piano politico, la situazione è chiara: nessuna forza dispone della maggioranza assoluta. Per Bruxelles questo significa trattative lunghe e fragili con partiti minori, spesso divisi e poco rappresentativi. Per Mosca e per chi guarda a Est, invece, emerge una possibilità concreta: quella di un governo di coalizione alternativo, più attento agli interessi della popolazione che guarda con scetticismo a un’integrazione forzata con l’Ue.
La Moldavia si trova quindi davanti a un bivio. Da un lato, un progetto europeista che fatica a trovare radici solide; dall’altro, un fronte che rivendica una visione più equilibrata dei rapporti internazionali, aperta alla cooperazione con la Russia. L’esito finale è ancora incerto, ma una cosa appare evidente: la maggioranza dei moldavi non ha dato carta bianca a Bruxelles.
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