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L’Europa sull’orlo del precipizio: la Polonia invoca la Nato, ma l’Italia non sia trascinata in guerra

Ci sono Paesi in Europa che sembrano voler spingere l’Unione e l’Alleanza Atlantica verso una guerra aperta. I francesi, i polacchi, pronti a misurarsi con Mosca, sono liberi di farlo: ma per conto loro. L’Italia e gli altri Stati non possono essere trascinati in un conflitto dagli esiti imprevedibili ma certamente infausti. Siamo sicuri che ci siano italiani disposti a partire per un fronte, a rischiare bombardamenti, vittime e distruzioni?

La mossa della Polonia segna un passaggio delicato. Varsavia ha attivato l’articolo 4 del Trattato Nato dopo che alcuni droni, presumibilmente russi, hanno violato lo spazio aereo nazionale durante un massiccio attacco contro obiettivi in Ucraina. Il premier Donald Tusk, insieme al presidente Karol Nawrocki, ha definito l’episodio una “provocazione su vasta scala” e ha invocato consultazioni immediate con gli alleati.

Cosa prevede l’articolo 4 Nato

Si tratta di una clausola di consultazione, prevista dal Trattato del 1949, che consente a un Paese membro di chiedere il confronto con gli altri partner quando ritiene minacciata la propria sicurezza. Non è l’articolo 5, quello della difesa collettiva, che obbliga tutti gli Stati membri a rispondere a un attacco armato. L’articolo 4, invece, è un campanello d’allarme diplomatico, che mira a contenere le tensioni prima che degenerino.

Negli ultimi vent’anni è stato invocato solo otto volte: dalla Turchia durante la guerra in Iraq e in risposta alle minacce siriane e dell’Isis, dai Paesi Baltici e dalla Polonia nel 2014 dopo l’annessione della Crimea, e ancora nel 2022 all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. In ogni occasione si è trattato di un segnale politico più che operativo, un modo per marcare linee rosse e rafforzare la presenza Nato sul fianco orientale.

Il rischio di trascinare l’Europa

La scelta di Varsavia va dunque letta in questa chiave: una mossa per mostrare fermezza, per richiamare l’attenzione degli alleati, per alzare il livello di guardia. Ma qui sta il punto: quanto l’Italia e gli altri Paesi europei sono pronti a pagare il prezzo di una tensione crescente con la Russia? La corsa al riarmo – con l’asticella della spesa militare che dalla soglia del 2% del Pil punta già al 5% – rischia di sottrarre risorse decisive a welfare, sanità, istruzione, infrastrutture.

Ed è legittimo domandarsi: chi in Italia ha voglia di farsi coinvolgere in un conflitto diretto con Mosca? Quale governo sarebbe in grado di spiegare ai cittadini perché i nostri cieli dovrebbero diventare obiettivi, perché i nostri giovani dovrebbero imbracciare un fucile in nome di una guerra voluta da altri?

Un bivio per l’Europa

L’Europa è a un bivio: scegliere la via della diplomazia e della ragionevolezza, oppure lasciarsi trascinare da pulsioni belliciste che rischiano di condannare il continente a nuove tragedie. L’Italia, forte della sua storia e della sua collocazione nel Mediterraneo, dovrebbe alzare la voce: basta rincorrere escalation altrui, basta inseguire logiche di guerra. La sicurezza non si costruisce solo con le armi, ma con la politica, il dialogo, la capacità di mediazione.

La provocazione russa è grave, la preoccupazione polacca è comprensibile. Ma una cosa è discutere in sede Nato, altra è prepararsi a una guerra aperta. Su questo punto non ci possono essere equivoci: l’Italia non deve e non può farsi trascinare in un’avventura dalle conseguenze devastanti.

Redazione

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