Un post ironico e tagliente, quello pubblicato sui social dal conduttore di Canale Italia e documentarista Massimo Martire, volto noto nel panorama dell’informazione indipendente e autore del documentario L’anima dimenticata di Cipro. Con il suo stile diretto e pungente, Martire ha affidato a poche righe un messaggio che sembra avere il sapore di uno sfogo ma anche quello di una dichiarazione di indipendenza.
«A momenti pendolo a destra, poi a sinistra, secondo qualcuno», scrive Martire, riferendosi – con ogni probabilità – alle etichette che spesso gli vengono affibbiate a seconda del contenuto dei suoi interventi pubblici o dei temi affrontati nei suoi lavori. Ma la frase chiave arriva subito dopo: «Questo pendolo non è in vendita perché funziona benissimo e sopporta tutto, tutti o quasi». Parole che suonano come una rivendicazione della propria libertà di pensiero, lontana da schemi e influenze esterne.
Non manca, infine, un augurio secco ma eloquente: «Buona vita, e se non è buona fatevene una!». Una chiusura che rispecchia lo stile di Martire: schietto, provocatorio e autentico. Un messaggio che – al di là delle apparenze – è anche una riflessione sul ruolo dell’informazione, sull’indipendenza personale e sul prezzo che spesso chi non si schiera paga in termini di giudizi e malintesi.
A chi lo accusa di faziosità, la risposta è netta: se Martire è fazioso, allora lo siamo anche noi. Tutte le nostre testate – dieci in totale – collaborano con lui e con la sua redazione, e da qualche tempo diversi ospiti dei suoi programmi provengono proprio dai nostri contatti redazionali. Se lui è fazioso, lo sono anche centinaia di altri giornalisti che condividono con Martire un’idea di informazione libera, approfondita e non allineata ai diktat delle grandi centrali mediatiche.
La faziosità è ben altra cosa. E se proprio la si vuole individuare, la si trova altrove: in certi media dichiaratamente di partito, anzi – paradossalmente – in quelli che lo sono senza nemmeno dichiararlo. Lì sì che il pendolo è fermo, sempre e solo da una parte. Martire, invece, continua a oscillare dove serve: tra i fatti, le testimonianze, i territori e le voci che spesso non trovano spazio altrove. E questo, in un’epoca di informazione polarizzata, non è faziosità: è coraggio.
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