Calabria

Simeri. “No, Dio non vuole!” – La storia di Maria Goretti, la piccola martire del perdono

Postato sul profilo della Parrocchia di Santa Maria Assunta Simeri
diretta dal 2009 da don Francesco Cristofaro

Sono le prime ore pomeridiane del 5 luglio 1902. Le famiglie Serenelli e Goretti sono occupate con la trebbiatura delle fave. Sui covoni, distesi per terra, circolano due carri, trainati ciascuno da un paio di buoi. Uno dei carri è guidato da Angelo Goretti, l’altro da Alessandro. Altri tre, dei figli di Assunta, si divertono ad osservare e a salire di tanto in tanto sui carri. Giovanni Serenelli, il padre di Alessandro, è disteso su una balla di fieno ai piedi della scala di casa, perché malato di malaria. Maria è sul pianerottolo, in alto, occupata a rammendare una camicia per ordine di Alessandro e, accanto a lei, Teresina di appena due anni dorme sopra una coperta. Assunta è sull’aia, intenta al suo lavoro. All’improvviso scoppia la tragedia. Alessandro, che ha già preparato il suo piano, salta giù dal suo carro e, fingendo di dover salire un momento in casa per cose urgenti, dice ad Assunta: “Volete guidare un pò voi, finché vado di sopra un minuto?”.

La donna, non sospettando nulla, acconsente volentieri e sale tranquillamente sul carro col figlio. Alessandro percorre in breve i quaranta metri di distanza, entra in camera, pone il punteruolo sulla madia della cucina e, aprendo adagio l’uscio, ordina a Maria di entrare in casa. Ella non risponde né si muove. “Allora – confessò in seguito lo stesso Alessandro – l’acciuffai quasi brutalmente per un braccio e, poiché faceva resistenza, la trascinai dentro la cucina, che era la prima camera dove si entrava, e chiusi, con un calcio, la relativa porta d’ingresso col solo saliscendi orizzontale, applicato all’interno. Essa intuì subito che volevo ripetere l’attentato delle due volte precedenti e mi diceva: No, no, Dio non lo vuole. Se fai questo vai all’inferno. Io allora, vedendo che non voleva assolutamente accondiscendere alle mie brutali voglie, andai sulle furie e, preso il punteruolo, cominciai a colpirla sulla pancia, come si pesta il granturco… Nel momento che vibravo i colpi, non solo si dimenava per difendersi, ma invocava ripetutamente il nome della madre e gridava: Dio, Dio, io muoio, Mamma, mamma! Io ricordo di aver visto del sangue sulle sue vesti e di averla lasciata mentre essa si dimenava ancora. Capivo bene che l’avevo ferita mortalmente. Gettai l’arma dietro il cassone e mi ritirai nella mia camera. Mi chiusi dentro e mi buttai sul letto”. Le ferite all’addome sono così profonde che una parte dei visceri fuoriesce. Tuttavia Maria trova la forza di alzarsi, di aprire la porta e di chiamare Giovanni: “Giovanni, venite su, ché Alessandro mi ha ammazzata”. Più tardi, all’ospedale, i medici riscontreranno sul suo corpo quattordici ferite con lesioni al pericardio, al polmone sinistro, al cuore, al diaframma, all’intestino tenue, all’iliaca e al mesenterio. La mamma le chiese: “Marietta mia, che è successo, chi è stato?”. Le rispose: “É stato Alessandro. Mi voleva far fare cose cattive e io non ho voluto”.

La lunga agonia e il perdono-. La povera Maria è crivellata di ferite e perde molto sangue. Sembra già cadavere, ma resterà in vita per altre ventiquattro ore. Un vero miracolo! Così fu possibile raccogliere notizie sicure sul suo martirio. Intanto i Cimarelli si prodigano con ammirabile sollecitudine per prestarle soccorso. Antonio e Teresa restano accanto ai Goretti; Domenico corre a Conca per narrare l’accaduto al Mazzoleni; Mario invece va a Nettuno per avvertire i Carabinieri e per chiamare il medico condotto Bartoli. Alessandro Serenelli viene portato dai Carabinieri alla caserma di Nettuno. Maria è trasportata in autoambulanza all’ospedale Fatebenefratelli della stessa città. L’accompagna la mamma. Il viaggio è un vero calvario. È stato loro proibito di parlare. Tuttavia la madre, intuendo le sofferenze della figlia, non può fare a meno di domandarle: “Ci stai male, figlia?”. E lei, per non rattristarla di più, risponde di no, però poco dopo domanda a sua volta: “Mamma, ci sta molto per arrivare?”. La madre le assicura che manca poco. All’ospedale arrivano alle venti. I medici disperano di salvare la ragazza, ma decidono di tentare, operandola. In pochi istanti ella si confessa e va sotto i ferri. L’operazione dura due ore ed è dolorosissima, perché non è possibile addormentarla. Terminato l’intervento, è concesso alla mamma di avvicinarla.

“Appena mi vide – riferirà poi Assunta – mi chiamò con accento espressivo: «Mamma!». Io, avvicinandomi al suo lettino, le chiesi come stesse ed essa mi rispose: «Bene, mamma». Poi volle notizie dei fratellini e delle sorelline e mi domandò se sarei restata con lei la notte. Avendole risposto che il dottore non lo permetteva, mi disse: «E dove vai tu a dormire?». Io la rassicurai. Più tardi mi pregò: «Mamma, mi dai una goccia di acqua?». Le risposi che il medico lo aveva proibito; si rassegnò ed ella per venti ore soffrì l’orribile spasimo della sete. La lasciai che era quasi mezzanotte… La mattina, prima dell’orario, potei entrare all’ospedale e, rivedendola, le domandai come stesse. Con voce più fioca che nella sera precedente mi rispose che stava bene. Mi chiese inoltre dove avessi passato la notte. Più volte nella giornata mi domandò dei fratellini, che essa desiderava rivedere. Con me c’erano ad assisterla un’infermiera e due Suore dei Poveri. Verso le dieci venne il dottore per curarla. Nel frattempo arrivarono anche i Carabinieri per sottoporla all’interrogatorio”. Intanto le vengono suggerite delle preghiere ed ella le ripete con fervore. Bacia più volte il Crocefisso e l’immagine della Madonna. L’Arciprete di Nettuno, Mons. Temistocle Signori, nota in lei un sensibile peggioramento e pensa di amministrarle l’Eucarestia. Per disporla, le parla del perdono, concesso da Gesù ai suoi carnefici. Poi le domanda: “Maria, volete perdonare anche voi al vostro uccisore?”. Ella prontamente risponde: “Sì, per amore di Gesù, gli perdono e voglio che venga in paradiso con me”. Fatta la Comunione, china il capo sul petto e rimane a lungo raccolta, in intimo colloquio con il suo Gesù. Riceve anche l’Estrema Unzione. Il Cappellano dell’ospedale le propone di iscriversi all’associazione delle Figlie di Maria ed ella si dichiara felice di poterlo fare. Le viene posta al collo la Medaglia benedetta e la ragazza non finisce più di baciarla. Su proposta dei Carabinieri, la mamma le chiede se il Serenelli l’avesse infastidita anche altre volte ed ella rivela che circa un mese prima il giovane aveva tentato due volte di farle violenza. Allora Assunta, turbata e rattristata, esclama: “Amore mio, perché non me lo hai detto, che almeno non facevi questa morte?”. E Maria, scusandosi, risponde: “Mamma, egli giurò che, se l’avessi detto, mi avrebbe ammazzata… intanto mi ha ammazzata lo stesso”.
La morte e il trionfo-.

Le condizioni della fanciulla si aggravano rapidamente di ora in ora, sia per le emorragie subite, che per la peritonite settica prodotta dalle ferite all’addome. È debolissima e cade spesso in delirio. Si vede talvolta sotto la minaccia del pugnale e grida: “Che fai, Alessandro? Tu vai all’inferno. È peccato, è peccato”. Talvolta invece si crede stesa sul pavimento e supplica: “Portami a letto; voglio stare più vicino alla Madonna”. Allude alla cara immagine, che tiene appesa sul suo letto. In un momento di lucidità invoca: “Mamma, babbo”. Assunta abbassa lo sguardo ed ella, temendo di averla rattristata con il ricordo del padre defunto, le dice: “Perdonami, mamma”. Allora la mamma, quasi porgendole l’estremo addio, dolcemente le sussurra: “Marietta, prega per noi… perdona tutti… raccomandati al Signore”. Si baciano. Il delirio si fa più frequente. Ad un tratto esclama: “Che bella Signora!”. E come se notasse della incredulità nei presenti, aggiunge: “Possibile che non la vedete? Guardate! È tanto bella, piena di luce e di fiori”. Infine si fa preoccupata in volto e, quasi per chiedere aiuto, invoca: “Teresa!” e si abbatte sui cuscini. Il suo calvario è finito. Sono le 15:45 del 6 luglio 1902.

Assunta col cuore stretto in una morsa di dolore torna in famiglia. Racconterà più tardi: “A sera inoltrata io ritornai a Ferriere dai miei figliuoli, che si trovavano in casa Cimarelli, dove rimasi, senza mettere più il piede nell’abitazione di prima, fino a quando non mi trasferii definitivamente a Corinaldo”. I funerali furono una vera apoteosi. Vi partecipò una folla immensa con associazioni e autorità venute anche da Roma. L’Arciprete Mons. Temistocle Signori elogiò la piccola martire in due commoventi discorsi. “La Tribuna” del 7 luglio fece conoscere all’Italia intera la tragica fine di Maria, mentre “il Messaggero” del giorno successivo ne mise in risalto l’incomparabile eroismo. Due anni dopo, nel 1904, per iniziativa del giornale romano “La vera Roma”, fu eretto a Nettuno il primo monumento marmoreo a lei dedicato. Nello stesso anno l’avv. Carlo Marini pubblicò la sua prima biografia. Intanto la fama del suo martirio andava crescendo di giorno in giorno e la sua tomba diveniva meta di numerosi pellegrini. Il 26 gennaio 1929 Assunta fu presente all’esumazione dei resti mortali di Maria, fatta nel cimitero di Nettuno, dove la fanciulla era stata sepolta dopo la sua morte. Essi furono riposti provvisoriamente nella cappella delle Suore della Croce. Il 28 luglio del 1929, presenti la mamma ed altri parenti, il corpo della Santa fu traslato al santuario della Madonna delle Grazie di Nettuno, con l’intervento di una folla immensa. In quella circostanza Mamma Assunta lo diede in dono ai Padri Passionisti perché lo conservassero, e si occupassero della glorificazione della martire nella Chiesa. Fu composto in uno stupendo monumento marmoreo, opera dello scultore Zaccagnini. Lo visitarono innumerevoli personaggi anche prima del trasloco; tra gli altri: Mons. Achille Ratti (il futuro Pio XI) prima di partire Nunzio in Polonia, la Signorina Armida Barelli, circa 1.800 Padri del Concilio Vaticano Il e Paolo VI il 14 settembre 1969. Nel 1935 la diocesi di Albano, da cui dipendeva la città di Nettuno, chiese ed ottenne di poter iniziare il processo informativo per la causa di Beatificazione. Il 6 giugno 1938 uscì il decreto di introduzione della causa stessa presso la S. Congregazione dei Riti. Postulatore ne fu P. Mauro dell’Immacolata, passionista. Il 4 giugno 1939 si procedette alla ricognizione del corpo. Finalmente, il 27 aprile 1947, Maria Goretti, con dispensa dai miracoli, fu solennemente beatificata in S. Pietro a Roma da S.S. Pio XII, alla presenza della mamma, delle sorelle, Ersilia e Suor Teresa delle Francescane Missionarie di Maria, e del fratello Mariano. Dopo solo tre anni, il 24 giugno 1950, sotto lo stesso Pontefice, ebbe luogo la sua solennissima Canonizzazione.

Redazione

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