L’entusiasmo del popolo di destra è palpabile. Ma troppo spesso si accompagna a una politica con poca classe e a una classe dirigente non sempre all’altezza. È questa la domanda centrale che dovrebbe guidare una riflessione politica seria: dove va la destra — e il centrodestra — italiano?
Non basta il carisma di un leader per mantenere unito un fronte che rappresenta, in termini partitici, circa un terzo degli elettori che si sono recati alle ultime politiche. La destra ha oggi il dovere di incanalare e valorizzare il vasto consenso raccolto tra un elettorato conservatore che, in buona fede, ha creduto e crede ancora in una rivoluzione culturale e concreta. Ma per farlo servono organizzazione, competenze e soprattutto selezione della classe dirigente, in particolare a livello locale.
Il mandato del Governo, destinato con ogni probabilità a concludersi con naturale scadenza, deve fare i conti con le sconfitte elettorali registrate sui territori, come in Umbria, che suonano come chiari campanelli d’allarme per chi governa da Palazzo Chigi. Esiste una frattura evidente tra la rappresentazione nazionale del Governo e le espressioni locali della coalizione. E il cittadino, che aveva creduto in un impegno concreto, oggi si trova davanti a due scelte: votare un’alternativa o non andare più alle urne.
Anche i trend digitali confermano un malessere diffuso: si leggono disillusione, rabbia, sfiducia. Ecco perché la vera sfida della destra italiana non è solo governare, ma costruirsi. Costruirsi come struttura, come visione, come classe dirigente formata, rispettosa del cittadino elettore e posata nell’impegnarsi in azioni concrete e spendibili. È un lavoro che richiede metodo, tempo, selezione rigorosa. Che spesso manca, a causa di superficialità, errori e logiche spartitorie.
Una proposta forse radicale, ma utile a stimolare la partecipazione, sarebbe rendere obbligatorio il raggiungimento del quorum anche per le elezioni politiche, regionali e comunali. “Costringere” il corpo elettorale a prendere posizione, a non abbandonarsi alla rassegnazione, a trasformare la delusione in proposta politica.
Perché parliamo della destra e non della sinistra? Perché, nel bene e nel male, la sinistra è già strutturata: ha una classe politica, una rete, un’organizzazione. Anche se indebolita dalla crisi culturale e sociale degli ultimi decenni, rimane un sistema solido. E in una democrazia sana, anche la sinistra dovrebbe auspicare una destra forte, non per vincere o perdere, ma per alzare il livello del confronto e costruire soluzioni condivise.
Perché ciò che davvero serve al Paese non è una guerra di slogan, ma una politica che sappia rispondere ai bisogni reali delle persone: potersi curare, vivere sicuri, lavorare dignitosamente, sentirsi rappresentati. E per fare tutto questo serve, oggi più che mai, una vera classe politica.
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