Mosca ha dichiarato ufficialmente di aver riconquistato l’intera regione di Kursk, segnando un potenziale punto di svolta nella lunga e sanguinosa guerra con l’Ucraina. Secondo il Cremlino, la liberazione della regione elimina uno degli ostacoli principali alla ripresa dei colloqui di pace con Kiev. Tuttavia, da parte ucraina giunge una netta smentita: secondo l’esercito di Kiev, alcuni gruppi di combattenti sarebbero ancora attivi nella zona, seppure in condizioni difficili.
L’annuncio è stato dato personalmente dal presidente russo Vladimir Putin, durante un videocollegamento trasmesso dalla televisione di Stato con il capo di stato maggiore Valery Gerasimov. Nel suo intervento, Putin ha dichiarato che “l’avventura di Kiev è completamente fallita”, salutando la riconquista dell’ultimo avamposto ucraino nel villaggio di Gornal come una vittoria decisiva.
Un elemento nuovo e particolarmente rilevante è emerso durante il briefing: per la prima volta, Gerasimov ha ammesso ufficialmente il coinvolgimento di truppe nordcoreane nei combattimenti. Secondo il generale, i soldati della Corea del Nord hanno dato prova di “eroismo, alta professionalità, resistenza e coraggio” durante le operazioni. La rivelazione conferma le voci che circolavano da mesi: nel giugno 2024, Russia e Corea del Nord avevano infatti siglato un accordo di partenariato strategico, prevedendo assistenza militare reciproca in caso di aggressione, ma finora nessuno dei due governi aveva ammesso l’invio di soldati nordcoreani sul campo.
Nonostante l’entusiasmo russo, Kiev ha ridimensionato le affermazioni di Mosca. In una dichiarazione ufficiale, l’esercito ucraino ha bollato l’annuncio come “propaganda” e ha sottolineato che i combattimenti nella regione di Kursk sono tutt’altro che conclusi. Pur riconoscendo che la situazione sul campo è “difficile”, le forze di Kiev sostengono di non aver abbandonato del tutto le posizioni, resistendo in alcune sacche vicine al confine.
L’incursione ucraina in Kursk, avviata nell’agosto dello scorso anno, aveva portato le truppe di Kiev a conquistare alcune centinaia di chilometri quadrati in una regione che ne conta oltre 30.000. Sebbene l’entità territoriale fosse limitata, l’operazione aveva un forte valore simbolico: rappresentava la prima occupazione di suolo russo da parte di un esercito straniero dalla Seconda guerra mondiale. Fin dall’inizio, Putin aveva chiarito che non avrebbe preso in considerazione trattative di pace finché la sovranità territoriale russa non fosse stata pienamente ristabilita.
Ora che Mosca sostiene di aver raggiunto questo obiettivo, si torna a parlare di negoziati. Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha riferito che durante un incontro con l’inviato speciale americano Steve Witkoff, Putin ha ribadito la disponibilità a riprendere i colloqui con Kiev “senza precondizioni”. Tuttavia, osservatori internazionali fanno notare che simili dichiarazioni da parte del presidente russo non sono nuove e non hanno finora portato a concrete aperture diplomatiche. Lo stesso Peskov ha ricordato che “Putin lo ha affermato ripetutamente”.
Dietro l’apparente volontà di dialogo, si intravede la possibilità che Mosca stia preparando nuove mosse offensive. Secondo Gerasimov, infatti, l’operazione nel Kursk è stata accompagnata dall’eliminazione di “squadre di sabotatori” ucraine infiltrate anche nella vicina regione di Belgorod. Forte del successo militare, il Cremlino sembra intenzionato a consolidare e ampliare il proprio controllo territoriale.
Putin ha parlato di “perdite tremende” subite dalle forze d’élite ucraine durante i combattimenti, affermando che “la rotta completa” degli avversari crea ora “le condizioni per ulteriori operazioni di successo delle truppe russe in altre aree del fronte”. Il primo obiettivo dichiarato è la regione ucraina di Sumy, confinante con Kursk, dove le forze russe stanno tentando di creare una cosiddetta “zona di sicurezza” lungo il confine.
Gerasimov ha annunciato che l’offensiva a Sumy è già in corso: i russi avrebbero conquistato quattro insediamenti e ora controllerebbero circa 90 chilometri quadrati di territorio. Questa nuova avanzata potrebbe preludere a una fase ancora più intensa del conflitto, complicando ulteriormente qualsiasi prospettiva di pace.
In definitiva, se da una parte Mosca parla di trattative, dall’altra i movimenti sul campo raccontano una realtà ben diversa: quella di un conflitto ancora in piena escalation, con il rischio concreto che la guerra entri in una nuova, pericolosa fase.
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