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La democrazia è esportabile, ma non sempre e ovunque sia indispensabile

di Angela Casilli *

La crisi afghana ripropone l’eterno problema della esportabilità o meno della democrazia e del ruolo dell’Occidente. Premesso che la democrazia è una creazione della cultura e della civiltà occidentale, la democrazia è certamente esportabile ma ciò sottintende l’adozione più o meno impositiva di un modello politico e culturale eurocentrico, non sempre e dovunque fattibile. In questa ottica e, per meglio chiarire quanto premesso, occorre scomporre il concetto di democrazia nei suoi due elementi costitutivi che sono la componente liberale, nel senso che libera il demos, il popolo, dall’oppressione, dal dispotismo e la componente democratica che dà potere, forza al demos, al popolo.

Ne consegue che la esportabilità della democrazia può avvenire o perché l’interiorizzazione dei suoi principi fondamentali da parte di un popolo, di uno Stato permette a questo di farne partecipi altri, o perché la democrazia la si impone con la forza, dopo una sconfitta militare, come è accaduto in Giappone, Germania e Italia alla fine della seconda guerra mondiale.

In Giappone, la lunga occupazione americana è stata determinante nell’imporre una democrazia costituzionale, ma i giapponesi sono rimasti culturalmente giapponesi pur apprezzando il sistema occidentale di governo, dimostrando così che la democrazia non è necessariamente vincolata ai valori della civiltà occidentale. In India, l’esportazione della democrazia, dovuta alla lunga dominazione inglese, ha dato risultati migliori del previsto nonostante l’ostacolo religioso per la presenza di ben tre religioni come l’induismo, il buddismo e l’islamismo, il che non ha tuttavia impedito all’India di far proprie le regole del costituzionalismo inglese, mantenendole fino ad oggi.

Quindi la democrazia costituzionale è esportabile nella sua essenza di sistema politico demoprotettivo, può però incontrare l’ostacolo granitico delle religioni monoteistiche, prima di tutto dell’Islam, come dimostra il ritorno in Afghanistan dei talebani, espressione dell’Islam teocratico. A differenza però di quanto avvenuto in India, in Giappone ed anche nella Cina degli ultimi anni, l’Islam a livello di massa è rigido, sclerotizzato, privo di flessibilità, di adattabilità, di capacità creativa. Ne consegue che più l’Occidente si ostina a pensare di democratizzare l’Islam, più l’Islam teocratico pensa di dover liberare la propria fede dalle incrostazioni culturali dell’Occidente e, contrattacca, cercando di islamizzare a sua volta l’Occidente.

Questa è la ragione per cui gli americani che pensavano di essere accolti in Iraq e in Afghanistan come liberatori, come già accaduto in Europa nel 1944-45, hanno fallito vistosamente.

Se una lezione l’Occidente può trarre da quanto avvenuto è quella che la eterogeneità culturale, che da sempre contraddistingue lo Stato laico, non impedisce l’adozione di una democrazia costituzionale, anzi la favorisce in quei Paesi che vogliono progredire e mantenere le conquiste fatte, in primis quella della libertà.

E’ più difficile, se non impossibile, esportarla e quindi farla adottare, là dove la laicità dello Stato non è riconosciuta e, l’unica religione ammessa, è fortemente impositiva e repressiva di qualsivoglia libertà.

*già docente di Italiano e Storia nei Licei di Roma

Goffredo Palmerini

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