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Psicologi a confronto sugli effetti dell’emigrazione

Si è conclusa l’importante iniziativa organizzata e promossa dall’Ordine regionale degli Psicologi, presieduto dalla dott.ssa Luisa Langone, sul tema dell’Etnopsicologia. Materia più che mai attuale, che ha portato al confronto sulla accoglienza, sulla cura, sui viaggi e sui percorsi dell’emigrazione e sino all’analisi della sofferenza psichica. Il seminario, condotto dalla prof.ssa Simona Taliani, ricercatrice e docente di Antropologia della violenza e dell’infanzia presso l’Università di Torino e dal prof. Roberto Beneduce, professore associato di Antropologia Culturale presso l’Università di Torino, rispettivamente membro e responsabile scientifico e fondatore del Centro Franz Fanon di Torino, ha compreso diverse fasi: formazione, discussione di setting, di categorie eziologiche e confronto sugli itinerari terapeutici. “L’idea di fondo- ha dichiarato la dott.ssa Fausta Mangone, tesoriera dell’Ordine e promotrice dell’evento- è stata quella di discutere non solo di accoglienza ma anche di sofferenza, disagio e comprensione di altri stili di vita e altri modi di pensare. Non si può solo accogliere, è necessario potersi sentire a casa propria e capire come l’altro ci guarda. Ho cominciato a maturare l’esperienza sul campo, nel 2011, nel comune di Bella che accolse 40 nigeriani; in quell’occasione noi del servizio sociale restammo un po’ fuori in osservazione. Oggi è necessario ampliare la cultura dell’integrazione”. Così la prof.ssa Taliani: “Esiste un forte legame tra la Basilicata e l’Etnopsichiatria, generato dagli interessanti e importantissimi studi (psicologici, psicanalitici, psichiatrici e antropologici) di Ernesto De Martino, che studiò aspetti plurimi socio-politici, si interessò del periodo della pre riforma agraria e dei sistemi di cura locali. I risvolti dell’alterità un po’ ci spaventano, un po’ ci affascinano ed è una variabile essenzialmente culturale a sancire le differenze. Citiamo la capacità di “essere padroni della propria esperienza dello stare al mondo”, non dimenticando che per azioni concrete bisognerebbe riorganizzare le politiche dei servizi (partendo da un livello macrosociale), lavorare in équipe multidisciplinari e modificando, infine, un impianto teorico che sfocia in psicologie altre. La domanda di senso è: come interagiscono cultura e psiche?” “Il lavoro dell’etnopschiatria sugli altri- ha ribadito il prof. Beneduce- è in primis un lavoro su di noi. Vittime spesso di saperi assoggettati. Il primo passo è correggere quella ampia ignoranza che regna trasversale. Occorre, con umiltà dare tempo e per parlare di sofferenza e di dolore nonché di conflitto, occorre che ci siano le “condizioni di dicibilità”. De Martino è stato un soggetto unico in Italia e in Europa: è stato il primo (nella lettura privilegiata di testi francesi e tedeschi) a esprimere l’esigenza di una semiotica culturale. Grazie a lui si è compreso il confronto tra Apocalisse culturale e Apocalisse psichica. Mi piace, a tal proposito, citare la definizione di Etnopsichiatria di Zempleni secondo cui “L’oggetto teorico è il modo di articolazione delle realtà psichiche e culturali non è accessibile che nelle sue forme di transizione”. Cosa sono le migrazioni se non transizioni?” Nella giornata di giovedì, si è istituita una tavola rotonda con vari interlocutori: il vice presidente dell’Ordine degli Psicologi, il dott. Giovanni Razza, il dott. Fundone, direttore del Centro di Salute Mentale di Potenza, il Presidente del Coordinamento Task Force Migranti della Regione, Pietro Simonetti, il Presidente dell’ANCI di Basilicata, Salvatore Adduce, un mediatore culturale e rappresentante Coop. Iskra, e sono state raccolte testimonianze di rifugiati politici e di persone partite dai paesi in guerra. Adduce ha commentato: “L’esperienza drammatica di queste ore ci interpella a una considerazione duplice. Da un lato siamo condizionati dagli avvenimenti, dall’altro è il caso di fare una valutazione generale. Queste giornate di studio sono inquadrate in un percorso lontano: i flussi migratori hanno trovato nelle nostre comunità un buon livello di apertura; questo potrebbe definirsi un “filone intelligente” di approccio. D’altro canto, non deve sfuggire che può cambiare anche la nostra percezione e ciò è pericoloso. Gli psicologi stanno compiendo un lavoro importante e molto interessante, perché il dibattito si concentra sull’essenza stessa del fenomeno. Siamo, spesso, come persone afflitte e combattute da ipercriticità nei nostri confronti e ci si interroga sul cosa abbiamo/non abbiamo fatto per giungere agli esiti catastrofici. Gli psicologi possono senz’altro sostenerci nella comprensione di talune dinamiche e nel farci “aprire la mente”. Sento di citare uno slogan che si è sentito molto nelle ultime ore: cerchiamo di costruire ponti e non muri, che non serviranno certamente a proteggerci o a difenderci. In tal senso, gli psicologi analizzano il quadro del tempo dell’umanità. Le questioni sono complesse ma non ci sono alternative: bisogna discutere senza rinunciare ai nostri valori, ma riconsiderandoli e sintonizzandoli con quelli delle altre comunità ed etnie”.

Redazione

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