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Tursi, presentate le ristampe anastatiche di tre volumi di Don Albino

Presentate a Tursi, in occasione dell’evento “Nel paese della poesia … Albino Pierro e altro” le ristampe anastatiche di tre volumi di Don Albino, curate dal Centro studi omonimo presieduto da Franco Ottomano: ‘A terre d’u ricorde (Roma, 1960), I ‘nnammurète (Roma, 1963) e Metaponto (Roma, 1963). Con queste ultime tre pubblicazioni, salgono a 11 le ristampe promosse dal Centro studi ed avviate nel 2011 (utilizzando i fondi FESR della Regione Basilicata), rendendo così fruibile ad un pubblico appassionato opere esaurite da tempo, a volte introvabili, nella loro forma editoriale originaria.

Se gli altri otto volumetti “Liriche” (1946), “Nuove liriche” (1949), “Mia madre passava” (1955), “Il paese sincero” (1956), “Il transito del vento” (1957), “Poesie” (1958), “Il mio villaggio” (1959), “Agavi e sassi” (1960) ci offrono una poesia in lingua che fa emerge sempre più forte il legame

con il “paese” natio, queste tre raccolte segnano il passaggio “alla nuova lingua”, ovvero al dialetto tursitano (rivisitato e armonizzato dall’Autore) che in modo sempre più forte e prorompente contraddistinguerà la poetica pierriana.

Su questa mutazione espressiva, sull’utilizzo della lingua “del villaggio”, quella parlata e non codificata, Giorgio Petrocchi, nella prefazione alla “A Terra d’u ricorde” scriveva: “Le liriche in italiano avevano già determinato una sorta di apertura narrativa, accanto a forme di maggiore

intensità morale; il Pierro si soffermava rapidamente su un ‘fatto’ di paese, accennava ad un personaggio o una costumanza o un ricordo d’infanzia, e immetteva le immagini in un’aura di trasognata vibrazione nativa. Ora, nelle poesie in dialetto, i contenuti appaiono più omogenei, la sutura tra l’immagine di memoria e immagine di vita popolare sembra più saldamente consentire il racconto.”.

Ampia relazione sulla poetica di Pierro è stata tenuta dal giornalista e scrittore Pino Aprile per il quale Don Albino, conosciuto e frequentato, “scrivendo in dialetto, forse inconsapevolmente, ha compiuto un’azione fortemente rivoluzionaria in quanto parlare e scrivere in dialetto ha rappresentato -dopo il processo di unificazione della penisola- una colpa, per cui, la distruzione della memoria dei vinti -quindi dei meridionali che non dovevano ricordare- è passata anche attraverso la distruzione -sotto varie forme- delle lingue locali”.

“Le lingue -ha proseguito Aprile- non si apprendono ma si abitano ed è per questo che Pierro, forse inconsapevolmente, nel suo palazzo si sentiva prigioniero della lingua italiana ma trova poi la sua lingua vera nelle strade e nei vicoli del suo paese, del suo villaggio, della sua Tursi, tra la sua gente”.

Redazione

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