Si chiama “Magico”. E’ il nome dato dai ricercatori italiani che l’hanno ottenuto. Il mais è nato incrociando otto “genitori” fino ad ottenere 1.600 varianti: un Arlecchino genetico che adesso costituisce un vero e proprio kit di strumenti molecolari a disposizione dei ricercatori di tutto il mondo per ottenere varietà di mais capaci di crescere in terreni aridi e di sfidare la siccità, inoltre facili da coltivare, dalla resa maggiore per ettaro e più resistenti.
Descritto nella rivista Genome Biology, il mais Magico è stato messo a punto da una ricerca internazionale coordinata dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e alla quale hanno partecipato Istituto di Genomica Avanzata e Università di Udine, Università di Bologna, Università di Gent, Istituto di Biotecnologie delle Fiandre, Jackson Laboratory negli Stati Uniti.
“È un passo importante verso un’agricoltura sempre più efficiente e sostenibile – ha osservato il genetista Mario Enrico Pè, direttore dell’Istituto di Scienze del Sant’Anna, che ha coordinato la ricerca, il cui primo autore è Matteo Dell’Acqua. Ci sono voluti 11 anni di lavoro per mettere a punto il mais Magico, ma adesso questa enorme banca dati genetica è la chiave che permette di confrontare le caratteristiche delle piante e numerosissime varietà con le informazioni contenute nella mappa del Dna del mais pubblicata nel 2009 dal Maize Genome Project. Come in una sorta di ‘stele di Rosetta’ delle piante, il confronto permette adesso finalmente di trovare per ogni caratteristica i geni che la determinano e di utilizzare queste informazioni per ottenere colture ‘su misura’, a seconda delle esigenze, ottimizzando i raccolti”.
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