Nel corso dell’interrogatorio sarebbero emerse delle incongruenze nel racconto dell’albanese che, per la sera del delitto, aveva fornito agli inquirenti un alibi. Secondo il suo racconto quella sera sarebbe stato in servizio in una pasticceria-forno di via Marecchiese dove lavora regolarmente e non avrebbe, quindi, potuto recarsi a Mozzate. Una versione dei fatti che, all’inizio, è stata confermata dallo stesso datore di lavoro.
Messo alle stretta dagli inquirenti dell’Arma il racconto di Demiraj ha iniziato a fare sempre più acqua fino a quando è crollato. In caserma si è presentato l’avvocato Nicolò Durzi, legale del panettiere. Alla presenza del suo difensore l’albanese ha ammesso tutti gli addebiti davanti agli investigatori e al magistrato di turno.
A scatenare la furia omicida dell’uomo sarebbe stata la gelosia. Lidia Nusdorfi, dopo una lunga convivenza con il suo compagno, 6 mesi fa lo aveva lasciato per iniziare una nuova relazione con il cugino, poco più che ventenne, del Demiraj. L’albanese è stato posto in stato di fermo così come il suo datore di lavoro che gli aveva fornito il falso alibi.
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