Vietato l’ingresso ai terroni!

Ecco il racconto dello scrittore Vincenzo Calafiore, una delle firme prestigiose che impreziosiscono il giornale.

Io vengo da un altrove di luce forte e intensa sin dal mattino e di colori forti, intensi, pastello di sera al tramonto, con un’aria il più delle volte’d’Africa, ma anche di tutti i profumi delle erbe selvatiche, di mare.

Un altrove di magiche visioni e di brevi pianure, ti colline e monti ammantati dai boschi, questo è la mia terra: la Calabria.

Una terra conquistata e depredata, lasciata a se stessa in un abbandono malinconico;

malinconia nelle sere d’autunno sulle spiagge deserte e negli occhi, che ci portiamo ovunque.

Occhi neri, brillanti, come i fasci di sole su quel tratto di mare stretto da due sponde, un mare cangiante, di mille colori, di tanta luce.

Orgogliosi e testardi, avvezzi alla fatica e ai sacrifici, alle privazioni: calabresi e terroni!

Mai così appropriato di cui esserne orgoglioso tanto uguale alla nostra generosità, alla nostra unicità e maniera di accogliere coloro che vengono in casa nostra, capaci di offrire la più bella ospitalità, incapaci di cacciare via nessuno.

Ricordo le mie interminabili estati, trascorse sulla riva dinanzi a Messina, le scie di fumo dei bastimenti che allora mi sembravano enormi, che lasciavano nell’aria fino a quando sparivano dagli occhi.

Ricordo il profumo del pane, della frutta appena colta, l’odore forte e intenso del caffè e visi appiccicati alle vetrine delle pasticcerie a guardare vassoi colmi di cannoli e paste alla crema, il forte e intenso profumo dell’origano appeso alle finestre o all’ingresso delle botteghe.

Ma c’era anche il lavoro che i genitori trovavano alla fine della scuola; lavoro adatto alla giovane età, si trattava di fare il garzone da un fornaio o da un pasticciere  o da un falegname, da un tappezziere o da un idraulico

Così  è stato anche per me fino a quando ubbidendo al forte richiamo dell’avventura scelsi di venire ad abitare a Udine.

Erano gli anni 70 è per la prima volta nella mia vita vidi una città, Udine, interamente ricoperta dalla neve e una stazione ferroviaria interamente di legno, e freddo, tanto freddo patito a causa del mio poco essere vestito con indumenti pesanti…. Non li avevo mai usati.

Udine il giorno dopo era uguale come al primo, niente luce, né tramonto infuocato, neanche i profumi di quelle essenze a cui il vento d’Africa mi aveva abituato; girovagando per la città silenziosa e muta notai dei cartelli appesi all’ingresso di certi bar: “Vietato l’ingresso ai terroni”!

La prima domanda che balenò nella mia mente fu: ma dove sono capitato!? Incredulo e frastornato ugualmente entrai in quel bar dove era evidente la mia diversità, per il colore della pelle,del mio accento che tradirono le mie origini e venni educatamente invitato dal titolare ad uscire fuori dal suo ambiente, così fu.

Gli anni che seguirono non furono facili, per avere un amico ci sono voluti ben cinque anni … che differenza pensai!

Pian piano cominciai in quella che era per me una nuova realtà ad ambientarmi, a farmi conoscere, a studiare e lavorare ed ora eccomi qui con la mia età che vedo ogni mattina diversa per un nuovo dolore, per un sorriso o un semplice “ Mandi” che in lingua friulana vuole dire – Ciao-!

Non ho mai dimenticato quel mio altrove da dove sono venuto, come non ho mai dimenticato di affermare tutta la mia calabresità con tutto l’orgoglio di un tempo.

 A Trieste, la città imperiale! Trst per lo sloveno, Triest in tedesco e Trieszt in ungherese, dal carattere mitteleuropeo, ci vado spesso perché tanto rassomigliante alla mia città: Reggio; forse le città di mare saranno tutte uguali, ma a Trieste quando entri in quella magnifica piazza dell’Unità d’Italia con quella cornice su cui sventolano il Gonfalone della città e il tricolore… è tutta un’altra storia, un’altra cosa, ci si sente veramente italiani.

Udine è una città raccolta, linda e ariosa, a forma di cuore, con la sua storia che rammenta il Piave e gli austriaci, i cori alpini, i fanti che risalivano i monti verso le trincee. La sua gente come noi, è stata e lo è ancora migrante; gente  laboriosa e malata di “ mattone “…. Cioè della casa.

Ad accomunarci saranno forse anche se diversi lo stesso destino, la stessa storia, la stessa condizione: l’essere entrambi “ gentes” in movimento sempre!

Redazione

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