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Gioia Tauro, al Porto i licenziamenti smascherano le bugie di Scopelliti

Il sogno di Gioia è svanire. I calabresi pagano pesantemente dazio non tanto e non solo alla drammatica crisi dell’economia occidentale quanto piuttosto all’incapacità di una classe politica dirigente di metterne responsabilmente a frutto tutte le potenzialità. E così il più grande porto del Mediterraneo, quello che sembrava il simbolo di un possibile riscatto della regione più povera d’Europa, oggi arranca, ha perso lo smalto delle sue straordinarie performance, è diventato un problema di difficile soluzione. La società che lo gestisce ha preparato un piano lacrime e sangue, più di quattrocento lavoratori portuali dei 1200 occupati nelle attività del porto, rischiano il licenziamento, per loro l’azienda ha chiesto la messa in mobilità. Il provvedimento è stato per il momento congelato in attesa non si sa di che cosa, visto che la crisi a Gioia Tauro covava da tempo e chi doveva in qualche modo affrontarla e risolverla, a Roma innanzitutto ma anche a Catanzaro o a Reggio, ossia il governo nazionale e quello regionale, non ha mosso dito o se volete se l’è cavata con il solito politichese: “vedremo, approfondiremo, interverremo, non faremo morire Gioia Tauro”. Sono in pochi, soprattutto fra i lavoratori portuali, a pensare che qualcosa di positivo finalmente maturerà, molti temono il peggio consapevoli dei grandi interessi coagulatisi nel Mediterraneo ed anche in Italia contro il grande porto calabrese e dell’estrema debolezza politica della Calabria sullo scenario nazionale. Probabilmente solo il governatore Scopelliti, per amore di partito e di schieramento, pensa che il governo centrale, da cui dipende in larga parte la sorte di Gioia Tauro, tirerà fuori dal cappello una soluzione decente e dignitosa. La  verità è che, mentre Gioia Tauro accumulava i suoi eccezionali record diventando il porto più importante dell’area mediterranea, altri paesi si attrezzavano, per esempio l’Egitto e Malta, e contestualmente porti storici italiani, come Genova e Trieste, adeguavano le loro strutture. Ed oggi per Gioia Tauro, dove nel frattempo non si è provveduto a completare la rete infrastrutturale per renderlo competitivo, il rischio del ridimensionamento è drammaticamente reale. Anche perché, per responsabilità che vanno spalmate soprattutto sulla classe dirigente calabrese, attorno al porto non è stata né favorita né incentivata la nascita di un tessuto produttivo sano, un’ipotesi di lavoro che poteva essere costruita (ma così non è stato almeno finora) puntando appunto sulla presenza di un porto delle dimensioni di quello di Gioia Tauro. Insomma in questa area della regione, strategicamente determinante, accanto ad altre aree, quella di Lamezia Terme e quella di Sibari, per un progetto organico di sviluppo, c’erano e ci sono condizioni estremamente incoraggianti per fare impresa. Invece attorno al porto, dopo tanti anni, c’è il deserto, nulla di nulla, solo container trasportati da una nave ad un’altra. Colpa, secondo qualcuno, anche della ‘ndrangheta che drammaticamente infesta questa area, una malapianta che certamente non incoraggia gli investimenti, che cresce e si consolida in presenza del disagio sociale e che tuttavia è possibile estirpare o quanto meno contrastare a patto che ci sia un’azione compatta ed efficace senza compromessi o complicità. Non è accettabile che le cosche diventino un alibi per rinunciare a prospettive di sviluppo reale né, peggio, un pretesto per abbandonare il porto ad un destino di marginalità. La ‘ndrangheta si combatte forse più efficacemente anche attraverso il superamento delle attuali condizioni di degrado economico e sociale. Quella dell’affrancamento non solo dalla criminalità organizzata ma anche e soprattutto dal malessere e dalla malapolitica è un’aspirazione antica della gente di Calabria che non riesce, però, non tanto a vincere ma neppure ad affrontare la difficile sfida dello sviluppo.

Redazione

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