La mitica fabbrica automobili italiana nata a Torino più di un secolo fa controlla più del 50 per cento della più nobile delle Tre signore di Detroit. Nei primi decenni del Novecento Giovanni Agnelli rilanciava in tutto il mondo le sue foto a braccetto con un certo Henry Ford. Nell’anno del Signore, e dell’automobile resuscitata, 2011, il Ceo dei due mondi – quel Sergio Marchionne amministratore delegato di Fiat e di Chrylser – accoglierà nello stabilimento di Toledo, Ohio, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Prezzo concordato: 560 milioni di dollari. Mezzo miliardo e qualcosa di più per 98.461 azioni Chrysler possedute dal Tesoro Usa. Agli americani Marchionne aveva già restituito pochi giorni fa quel prestito dai sei miliardi di dollari grazie al quale aveva rilanciato nel mondo quel marchio avviato alla bancarotta. Per Barack Obama, il presidente che adesso sbandiera il salvataggio dell’industria automobilistica, la restituzione anzitempo (e che tempo: sei anni!) di quel megaprestito, rappresentava l’occasione per presentarsi all’America con la patente della lungimiranza: a un anno e mezzo della sfida per la Casa Bianca. E incassa anche la “gratitudine” dell’ad di Fiat.
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