La scrittrice Lina Ellina presenta il romanzo “Afrodite in fiamme”, mentre il giornalista Massimo Martire riporta l’attenzione sull’isola con il documentario “L’anima dimenticata di Cipro”. Al centro dell’incontro promosso da Nadia Romeo la memoria dei profughi, il diritto al ritorno nelle proprie case e la necessità di una soluzione politica per riunificare l’isola.
ROMA – Cinquantadue anni dopo gli eventi del 1974, la divisione di Cipro continua a rappresentare una ferita aperta per migliaia di persone che hanno perso le proprie case, i luoghi dell’infanzia e la possibilità di tornare nelle città in cui sono cresciute. Una vicenda che il trascorrere del tempo non ha cancellato e che torna al centro dell’attenzione attraverso due opere dedicate alla memoria e alle conseguenze umane del conflitto: il romanzo “Afrodite in fiamme” di Lina Ellina e il documentario “L’anima dimenticata di Cipro”, realizzato dal giornalista Massimo Martire.
I due lavori sono stati presentati nel corso di un incontro alla Camera dei deputati, promosso dall’onorevole Nadia Romeo, esponente del Partito Democratico, con l’obiettivo di mantenere viva l’attenzione sulla questione cipriota e sulle prospettive di una possibile riunificazione. All’iniziativa hanno partecipato, tra gli altri, Lina Ellina, il console onorario italiano a Larnaca e Famagosta, Simus Iuliano, e Guglielmo Brusco, cittadino onorario di Famagosta e promotore di iniziative di sensibilizzazione sul tema.
Al centro del confronto non soltanto la ricostruzione storica degli avvenimenti, ma soprattutto le conseguenze che la divisione dell’isola continua ad avere sulla vita delle persone e delle famiglie. Il caso più emblematico è quello di Famagosta, città un tempo conosciuta per il suo sviluppo turistico, commerciale e culturale, una parte della quale è rimasta inaccessibile ai suoi abitanti dopo gli eventi del 1974.
Per comprendere la situazione attuale è necessario tornare all’estate del 1974, quando un colpo di Stato sostenuto dalla dittatura militare greca precedette l’intervento militare turco nell’isola. Gli avvenimenti determinarono una profonda trasformazione della realtà cipriota, con lo sfollamento di numerosi abitanti, la separazione delle comunità e la perdita dell’accesso a intere aree del territorio.
Da allora, generazioni di ciprioti sono cresciute in un’isola divisa. Per molte famiglie, la separazione non è rimasta una questione astratta di confini e diplomazia: ha significato non poter più entrare nella propria abitazione, perdere i riferimenti di una vita e trasmettere ai figli e ai nipoti il ricordo di luoghi che le nuove generazioni non hanno mai potuto conoscere direttamente.
È proprio questa dimensione umana ad aver guidato l’iniziativa romana. Nel suo intervento introduttivo, Nadia Romeo ha sottolineato che il passare degli anni non rende meno attuale la questione cipriota e non elimina le conseguenze della divisione. Il rischio, al contrario, è che una vicenda rimasta irrisolta per così tanto tempo finisca per essere percepita come una situazione normale, quasi inevitabile.
La memoria, invece, può contribuire a mantenere aperta la possibilità di un cambiamento. Ricordare significa dare spazio alle testimonianze di chi ha vissuto direttamente quegli eventi e, allo stesso tempo, aiutare chi non li ha conosciuti a comprendere che dietro le mappe, le trattative e le dichiarazioni politiche ci sono persone, famiglie e comunità.
Secondo Romeo, il valore delle opere presentate consiste proprio nella capacità di avvicinare il pubblico a una realtà che potrebbe sembrare geograficamente lontana, ma che è legata anche alla storia europea e alle relazioni tra i popoli del Mediterraneo.
Il romanzo di Lina Ellina affronta la tragedia cipriota attraverso una prospettiva narrativa particolare. Al centro della vicenda c’è Sergio Rossi, un giovane italiano che raggiunge Cipro per ragioni personali e familiari e si ritrova coinvolto negli avvenimenti del 1974, quando la situazione precipita e la quotidianità viene travolta dalla violenza del conflitto.
La scelta di un protagonista italiano non è casuale. L’autrice ha spiegato di aver voluto raccontare la tragedia di Cipro attraverso gli occhi di un cittadino europeo, affinché il lettore potesse avvicinarsi alla storia dell’isola da un punto di vista capace di coinvolgere anche chi non ha vissuto direttamente quegli avvenimenti.
La letteratura diventa così uno strumento per raccontare ciò che spesso sfugge alle cronologie e ai documenti storici. Le date, gli avvenimenti militari e le decisioni diplomatiche sono indispensabili per ricostruire un conflitto, ma non sempre riescono a restituire pienamente il modo in cui la storia entra nelle case, interrompe i progetti, spezza le relazioni e modifica per sempre il destino delle persone.
Attraverso il percorso del protagonista, “Afrodite in fiamme” cerca di restituire questa dimensione personale, mostrando come un evento storico possa trasformare in pochi giorni una vita apparentemente ordinaria in un’esperienza segnata dalla paura, dall’incertezza e dalla perdita.
Lina Ellina ha raccontato di aver maturato la decisione di scrivere il libro circa tre anni prima, mentre si avvicinava il cinquantesimo anniversario dell’invasione turca della parte settentrionale dell’isola. La consapevolezza che quella vicenda fosse ancora irrisolta e il timore che la memoria dei suoi protagonisti potesse affievolirsi l’hanno spinta a utilizzare la scrittura come forma di testimonianza.
L’autrice ha spiegato di non essere una figura politica e di considerare le parole la propria principale possibilità di contribuire alla causa di Cipro. Il romanzo nasce dunque dalla volontà di impedire che il trascorrere del tempo trasformi una tragedia ancora presente nella vita di molte persone in un episodio dimenticato della storia contemporanea.
Una delle motivazioni più profonde alla base del libro riguarda il rapporto personale dell’autrice con Famagosta, città in cui è cresciuto suo marito Andreas. Ellina ha ricordato come, attraverso i racconti del marito, abbia potuto conoscere una città che non ha vissuto direttamente negli anni precedenti alla divisione, ma che è rimasta viva nella memoria familiare.
Le descrizioni dei vicoli, delle rovine dell’antica Salamina, delle tradizioni greche e delle feste popolari hanno contribuito a mantenere presente il legame con la terra d’origine anche all’interno della famiglia. Un patrimonio di ricordi trasmesso ai figli, insieme all’amore per le proprie radici e alla speranza di poter tornare un giorno nei luoghi da cui la famiglia è stata separata.
Andreas, ha raccontato l’autrice, attende da 52 anni di poter rientrare nella sua città e nella casa in cui è nato. È a lui che Lina Ellina ha dedicato innanzitutto il romanzo.
La testimonianza mette in luce una delle conseguenze più durature della divisione cipriota: la difficoltà di trasmettere alle nuove generazioni un rapporto diretto con i luoghi d’origine. I figli e i nipoti possono conoscere quelle strade soltanto attraverso fotografie, racconti e ricordi familiari, senza avere la possibilità di costruire una propria esperienza di quei luoghi.
Il dramma, quindi, non riguarda soltanto chi nel 1974 fu costretto ad abbandonare la propria abitazione. Coinvolge anche coloro che sono nati successivamente e che hanno ereditato una storia familiare segnata dall’impossibilità del ritorno.
Per Ellina, tuttavia, “Afrodite in fiamme” non vuole essere soltanto il racconto dei giorni più bui della storia contemporanea di Cipro. Il libro contiene anche un messaggio di speranza, umanità e riconciliazione. L’immagine della fenice, capace di rinascere dalle proprie ceneri, diventa una metafora della possibilità di guardare al futuro senza rinunciare alla memoria del passato.
L’autrice ha richiamato inoltre i valori sui quali dovrebbe fondarsi l’Europa: il rispetto dei diritti umani, l’applicazione coerente del diritto internazionale e il superamento di ogni doppio standard. Il suo auspicio è che greco-ciprioti e turco-ciprioti possano tornare a vivere insieme in un’isola riunificata, libera e sovrana, nella quale tutti possano godere degli stessi diritti, della stessa sicurezza e della stessa dignità.
Se il romanzo utilizza la narrazione per avvicinare il pubblico alle esperienze individuali, il documentario di Massimo Martire concentra l’attenzione su una delle immagini più dolorose della divisione cipriota: Famagosta e la sua parte rimasta inaccessibile.
Un tempo città dinamica e cosmopolita, Famagosta rappresentava un importante centro per il turismo, la cultura e le attività economiche. Le sue strutture ricettive, le spiagge e il patrimonio storico ne facevano uno dei luoghi più conosciuti dell’isola.
Gli avvenimenti del 1974 cambiarono radicalmente questo scenario. Nel corso dell’avanzata militare turca, gli abitanti abbandonarono la città, anche a causa dei bombardamenti e del timore per la propria incolumità. Molti pensavano che l’allontanamento sarebbe durato soltanto pochi giorni e che sarebbe stato possibile tornare rapidamente alle proprie case.
Quel ritorno, per numerose famiglie, non è mai avvenuto.
Una parte della città è stata dichiarata zona militare e i suoi abitanti non possono rientrare liberamente nelle abitazioni che hanno lasciato. Il risultato è una realtà che nel dibattito pubblico viene spesso indicata come una città fantasma: un luogo nel quale la perdita non riguarda soltanto gli edifici, ma anche la continuità di una comunità.
Nel corso della presentazione, Nadia Romeo ha sottolineato proprio questo aspetto. Una città abbandonata e resa inaccessibile ai suoi abitanti non rappresenta soltanto un insieme di strade ed edifici privati della loro funzione. Significa anche interrompere le relazioni sociali, i legami familiari e la possibilità di conservare una memoria condivisa attraverso l’esperienza diretta dei luoghi.
Il documentario “L’anima dimenticata di Cipro” riporta l’attenzione su questa realtà attraverso le immagini e il racconto di Famagosta, offrendo uno strumento per comprendere le conseguenze della divisione al di là delle ricostruzioni strettamente politiche.
Nel suo intervento, Guglielmo Brusco ha espresso apprezzamento per il lavoro di Massimo Martire, definendo il documentario un contributo di grande valore per l’informazione giornalistica italiana sulla questione cipriota. Brusco ha ricordato inoltre il ruolo delle iniziative di sensibilizzazione portate avanti negli anni da gruppi e associazioni del territorio veneto.
All’incontro è stato portato anche il messaggio del sindaco della comunità di Famagosta in esilio, impossibilitato a partecipare personalmente. A leggerlo è stato Simus Iuliano, console onorario italiano a Larnaca e Famagosta, nato nella stessa città.
Il messaggio ha ricostruito le circostanze che portarono all’abbandono di Famagosta nel 1974, ricordando la paura della popolazione civile durante l’avanzata militare e la convinzione, diffusa tra gli abitanti, che l’allontanamento sarebbe stato temporaneo.
Il testo ha inoltre richiamato l’attenzione sulla situazione attuale, descrivendo un processo negoziale che procede lentamente mentre, secondo la posizione espressa dalla comunità in esilio, continuano a verificarsi cambiamenti sul terreno che rendono più difficile una soluzione.
Nel messaggio sono state richiamate le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, tra cui quelle del 1984 e del 1992, oltre alla risoluzione del 2022 citata durante l’intervento. È stato inoltre sottolineato il ruolo delle istituzioni europee e della comunità internazionale nel sostenere il rispetto della legalità e la ricerca di una soluzione pacifica.
La richiesta centrale è quella di consentire il ritorno degli abitanti di Famagosta nelle proprie case e di impedire che la divisione diventi una condizione permanente accettata dalla comunità internazionale.
Per la comunità in esilio, il ritorno alla città potrebbe rappresentare non soltanto la soluzione di una questione legata alla proprietà e alla libertà di movimento, ma anche un possibile punto di partenza per una più ampia cooperazione tra greco-ciprioti e turco-ciprioti.
Iuliano ha ricordato, nel suo intervento personale, la Famagosta della propria infanzia: una città bellissima, centro di cultura, finanza e turismo, nella quale si concentravano molte delle attività dell’isola. Il contrasto tra quel passato e la situazione attuale restituisce la dimensione della trasformazione subita dalla città.
Uno dei temi centrali emersi durante la conferenza riguarda la responsabilità dell’Unione europea. Cipro è entrata nell’Unione nel 2004 e, secondo Nadia Romeo, questa appartenenza rende ancora più importante una riflessione sul ruolo che le istituzioni europee possono svolgere nella ricerca di una soluzione.
L’Unione europea è nata anche con l’obiettivo di favorire la pace, la cooperazione e il superamento dei conflitti tra i popoli. Per questo, secondo la parlamentare, la questione cipriota non può essere considerata una vicenda marginale o esclusivamente regionale.
La complessità del problema è evidente. Nel corso dei decenni si sono succeduti tentativi diplomatici e negoziati che non hanno prodotto una soluzione definitiva. Le posizioni delle comunità greco-cipriota e turco-cipriota devono essere considerate nella loro specificità, così come le difficoltà politiche che hanno ostacolato gli accordi.
Riconoscere questa complessità, tuttavia, non significa rinunciare alla ricerca di una soluzione. Romeo ha indicato nel diritto internazionale e nelle risoluzioni delle Nazioni Unite i riferimenti fondamentali per un percorso che consenta alle due comunità di costruire insieme il proprio futuro.
Nel suo intervento, la parlamentare ha anche ricordato che in quei giorni erano ripresi gli incontri tra i rappresentanti delle due comunità, esprimendo la speranza che potessero contribuire a riaprire una prospettiva di riunificazione.
La questione cipriota assume così un significato che va oltre i confini dell’isola. Il rispetto del diritto internazionale, la tutela delle persone costrette a lasciare le proprie case e la possibilità di superare una divisione territoriale prolungata sono temi che riguardano l’intera comunità europea.
Lina Ellina ha ribadito, da parte sua, la necessità che i principi proclamati dalle istituzioni europee trovino un’applicazione coerente. La durata di una situazione ingiusta, ha sostenuto, non può trasformarla in una condizione legittima, così come il silenzio non può essere considerato sinonimo di pace.
La conferenza ha evidenziato anche i legami costruiti negli anni tra Cipro e il territorio veneto, in particolare attraverso iniziative associative e rapporti personali.
Guglielmo Brusco ha ricordato l’attività del gruppo degli amici polesani di Cipro e il lavoro svolto per mantenere viva l’attenzione sui diritti umani e sul diritto internazionale. Ha inoltre richiamato il contributo delle associazioni femminili e delle iniziative locali che hanno favorito la conoscenza della vicenda cipriota.
Tra i passaggi ricordati figura il gemellaggio del 2011 tra le realtà FIDAPA di Rovigo, Famagosta e Larnaca, nato da un percorso di relazioni e collaborazione sviluppato negli anni precedenti.
Questi legami dimostrano come una vicenda internazionale possa trovare spazio anche nelle comunità locali, grazie a persone e associazioni che continuano a promuovere incontri, testimonianze e occasioni di approfondimento.
Il rapporto tra il Polesine e Cipro è stato indicato come un esempio di come le storie dei popoli possano intrecciarsi anche quando i territori sembrano lontani. La memoria condivisa diventa uno strumento per creare solidarietà e impedire che una vicenda storica venga relegata ai margini del dibattito pubblico.
La presentazione di “Afrodite in fiamme” e “L’anima dimenticata di Cipro” ha posto al centro una domanda che riguarda il significato stesso della memoria: che cosa accade quando una comunità non può più tornare nei luoghi in cui ha costruito la propria vita?
La risposta non si esaurisce nella conservazione degli edifici o nella ricostruzione delle vicende militari. Riguarda il diritto delle persone a custodire le proprie radici, a trasmettere la propria storia e a immaginare un futuro nel quale il passato non sia soltanto una ferita aperta.
Il romanzo di Lina Ellina e il documentario di Massimo Martire affrontano questa questione con linguaggi differenti, ma convergono sulla necessità di non dimenticare. La letteratura restituisce voce alle esperienze individuali, mentre il documentario richiama l’attenzione sui luoghi e sulle conseguenze visibili della divisione.
L’obiettivo indicato dai partecipanti è che la memoria non resti una semplice commemorazione, ma possa accompagnare un impegno concreto per il rispetto dei diritti e per una soluzione pacifica.
La riunificazione di Cipro resta una prospettiva complessa, sulla quale pesano decenni di divisione, interessi politici e difficoltà diplomatiche. L’incontro alla Camera dei deputati ha tuttavia voluto riaffermare che il trascorrere del tempo non dovrebbe cancellare le aspirazioni di chi attende ancora di tornare a casa.
Il nome di Afrodite, figura mitologica legata alla bellezza e tradizionalmente associata a Cipro, richiama nel titolo del romanzo il contrasto tra la ricchezza storica e culturale dell’isola e la devastazione provocata dalla violenza.
È da questo contrasto che nasce il messaggio conclusivo dell’iniziativa: perché le fiamme non siano l’unica immagine attraverso cui raccontare Cipro, è necessario continuare ad ascoltare le storie dei suoi abitanti, riconoscere le conseguenze della divisione e mantenere aperta la possibilità di una pace fondata sul diritto, sulla dignità e sulla convivenza.
Per chi da oltre mezzo secolo aspetta di rivedere la propria casa, la pace non è soltanto una parola pronunciata durante una conferenza. È la possibilità concreta di ritrovare i luoghi perduti, ricostruire legami interrotti e consegnare alle nuove generazioni una storia diversa da quella dell’esilio.
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