di Antonio Nesci
Durante la recente trasmissione Notizie Oggi su Canale Italia mi è stato chiesto cosa farei per questo Paese.
La risposta, per quanto mi riguarda, è una sola: direi la verità agli italiani.
Non prometterei ricchezza senza sacrifici. Non annuncerei nuovi bonus. Non inventerei l’ennesima misura temporanea destinata a essere finanziata con altro debito. Non direi agli italiani che tutto può essere gratuito, che lo Stato può pagare tutto e che contemporaneamente le tasse possono essere abbassate senza modificare profondamente il modo in cui viene amministrata la cosa pubblica.
Direi invece una cosa molto semplice: l’Italia può tornare a crescere, ma prima deve rimettere ordine nei propri conti, nella propria macchina amministrativa e nelle proprie priorità.
E questo significa fare una cosa che la politica, troppo spesso, evita: spiegare ai cittadini che ogni euro speso dallo Stato proviene, direttamente o indirettamente, dal lavoro, dalle tasse, dai contributi o dal debito.
Il debito non è denaro gratuito.
Prima o poi qualcuno lo paga.
Il punto di partenza deve essere il debito pubblico.
Non perché il debito sia sempre e comunque un male. Uno Stato può indebitarsi per finanziare investimenti produttivi, infrastrutture, ricerca, innovazione, energia, sicurezza e opere capaci di produrre crescita futura.
Il problema nasce quando il debito serve soprattutto a finanziare spesa corrente, inefficienze o misure che non aumentano la capacità produttiva del Paese.
Un conto è indebitarsi per costruire un’infrastruttura che resterà per decenni. Un altro è indebitarsi per mantenere indefinitamente una spesa che non produce ricchezza.
La differenza è fondamentale.
Per questo proporrei un piano pluriennale di rientro dal debito, costruito su un principio molto semplice: ogni nuova spesa significativa dovrebbe essere accompagnata dalla spiegazione di come verrà finanziata e quale risultato produrrà.
Non basta dire “servono più soldi”.
Bisogna dire dove prenderli.
E soprattutto bisogna avere il coraggio di dire che per alcuni anni sarà necessario scegliere.
Non tutto può essere prioritario.
Se tutto è prioritario, nulla lo è veramente.
Quando si parla di spending review, in Italia spesso si pensa immediatamente a una parola: tagli.
Ma il problema non è tagliare indiscriminatamente.
Il problema è spendere meglio.
Uno Stato efficiente dovrebbe verificare periodicamente quanto costa ogni struttura, quale servizio produce, quanti cittadini utilizza quel servizio e quale risultato viene raggiunto.
Ci sono amministrazioni che funzionano bene e che devono essere difese.
Ci sono invece duplicazioni, sovrapposizioni, enti con competenze frammentate, strutture amministrative nate in epoche diverse e mai realmente riorganizzate.
È lì che bisogna intervenire.
Partirei dalle spese di rappresentanza, dalle consulenze non indispensabili, dalla proliferazione di organismi e strutture, dalle duplicazioni amministrative, dalle partecipazioni pubbliche prive di una reale funzione strategica e da tutte quelle spese che possono essere ridotte senza compromettere i servizi essenziali.
Non è una guerra contro il dipendente pubblico.
È esattamente il contrario.
È il tentativo di restituire dignità a chi lavora bene nella pubblica amministrazione, eliminando progressivamente quelle situazioni in cui l’inefficienza viene tollerata perché nessuno vuole assumersi la responsabilità di intervenire.
Non credo nella contrapposizione ideologica tra lavoratori pubblici e lavoratori privati.
Credo però che a parità di responsabilità debbano esistere criteri seri di valutazione della produttività.
Nel settore privato un’impresa che non produce risultati prima o poi è costretta a cambiare.
Lo Stato non può essere un’impresa e non deve diventarlo. Ma proprio perché svolge funzioni essenziali, deve pretendere efficienza, responsabilità e qualità.
Chi lavora bene deve essere valorizzato.
Chi non raggiunge gli standard richiesti deve essere formato, accompagnato, valutato e, nei casi estremi previsti dalla legge, anche rimosso dall’incarico o dal rapporto di lavoro secondo procedure corrette e garantite.
Non si tratta di “licenziare gli statali” come slogan.
Si tratta di affermare un principio molto più serio: nessun rapporto di lavoro può diventare una zona franca rispetto alla responsabilità professionale.
Questo principio deve valere nel pubblico come nel privato.
Lo stesso ragionamento deve essere applicato all’università.
L’Italia ha bisogno di università forti, competitive, capaci di attrarre studenti e ricercatori e di produrre conoscenza.
Ma non significa che ogni struttura debba essere mantenuta indefinitamente nella stessa forma.
Le università e le sedi universitarie devono essere valutate anche in funzione della qualità dell’offerta, della sostenibilità economica, del numero degli iscritti, della capacità di ricerca e del rapporto con il territorio.
Dove esistono sovrapposizioni o strutture non sostenibili, bisogna valutare accorpamenti e razionalizzazioni.
Anche il personale deve essere programmato sulla base delle effettive esigenze.
Non si tratta di negare il diritto allo studio.
Si tratta di evitare che il diritto allo studio venga utilizzato come giustificazione per mantenere qualsiasi struttura indipendentemente dai risultati.
Poi c’è l’evasione fiscale.
Qui dobbiamo smetterla con la distinzione ideologica tra evasione “buona” ed evasione “cattiva”.
L’evasione è evasione.
Che si tratti di grandi somme o di piccole somme, il principio deve essere uguale per tutti.
Ma anche qui occorre dire la verità.
La lotta all’evasione non può significare trasformare ogni cittadino in un sospettato permanente.
Un sistema fiscale troppo complesso favorisce errori, contenziosi, adempimenti e, in alcuni casi, comportamenti opportunistici.
Serve quindi una drastica semplificazione.
Poche regole, comprensibili, stabili nel tempo.
E controlli seri, selettivi e tecnologicamente avanzati.
Chi evade intenzionalmente deve sapere che prima o poi verrà individuato.
Chi invece paga regolarmente deve avere la certezza che lo Stato non cambierà continuamente le regole e non lo sottoporrà a una burocrazia incomprensibile.
L’Italia ha inoltre un problema enorme rappresentato dal cosiddetto magazzino fiscale.
Non tutto ciò che risulta contabilmente dovuto è necessariamente recuperabile.
Esistono posizioni vecchissime, soggetti irreperibili, imprese fallite, debiti prescritti o difficilmente esigibili e una quantità enorme di pratiche che continuano a gravare sul sistema amministrativo.
Bisogna affrontare il problema una volta per tutte.
Io immagino una grande operazione straordinaria di definizione e chiusura delle posizioni pregresse, costruita però su criteri trasparenti e costituzionalmente sostenibili.
Una sorta di reset per chi vuole davvero ripartire.
Ma proprio qui deve arrivare la seconda parte.
Una volta chiuso il passato, non può ricominciare il passato.
Chi paga regolarmente le tasse deve sapere che lo Stato gli chiede ciò che è dovuto, non una quantità indefinita di adempimenti e sanzioni che rendono impossibile programmare la propria vita o la propria impresa.
La vera pace fiscale deve quindi essere accompagnata da una vera riforma fiscale.
Meno aliquote.
Meno burocrazia.
Più certezza.
Più controlli dove esiste effettivamente un rischio di evasione.
Vorrei un’Italia nella quale famiglie e imprese paghino meno tasse.
Ma non voglio raccontare una favola.
Non si possono abbassare drasticamente le tasse senza ridurre prima la spesa o aumentare in modo strutturale la base imponibile attraverso la crescita.
Il percorso deve essere l’opposto di quello che abbiamo spesso visto.
Prima si individuano gli sprechi.
Poi si razionalizza la spesa.
Si combatte l’evasione.
Si semplifica il sistema.
Si riduce il debito.
E man mano che i conti lo consentono si restituisce spazio fiscale a famiglie e imprese.
Una riduzione strutturale della pressione fiscale avrebbe infatti un significato molto più profondo di un semplice vantaggio individuale.
Significherebbe aumentare il reddito disponibile delle famiglie.
Significherebbe rendere più conveniente assumere.
Significherebbe aumentare la competitività delle imprese.
Significherebbe favorire investimenti e consumi.
Significherebbe rendere più conveniente produrre legalmente in Italia.
Ed eccoci al tema che considero decisivo: il lavoro.
L’Italia deve tornare a produrre.
Produzione significa industria.
Significa artigianato.
Significa commercio.
Significa turismo.
Significa servizi.
Significa tecnologia.
Ma significa anche agricoltura.
Per troppo tempo abbiamo guardato alla terra come a qualcosa di secondario.
Io penso esattamente il contrario.
La terra è una delle nostre più importanti risorse strategiche.
La terra è la migliore banca.
Un terreno coltivato produce.
Un terreno abbandonato rappresenta invece una ricchezza che non stiamo utilizzando.
Dobbiamo quindi creare condizioni economiche perché tornare alla terra sia conveniente.
Recuperare terreni abbandonati.
Favorire il ricambio generazionale.
Ridurre la burocrazia agricola.
Valorizzare le produzioni italiane.
Difendere la qualità.
Favorire trasformazione e commercializzazione dei nostri prodotti.
E costruire filiere capaci di lasciare maggiore valore aggiunto sul territorio.
Lo stesso discorso vale per l’energia.
Un Paese industriale non può essere completamente dipendente dall’esterno.
L’energia costa e condiziona la competitività delle imprese.
Per questo dobbiamo utilizzare tutte le tecnologie disponibili, valutandole sulla base di sicurezza, costi, sostenibilità e interesse nazionale.
Significa discutere seriamente di trivellazioni dove tecnicamente ed economicamente sensate.
Significa non demonizzare a priori le risorse fossili durante la fase di transizione.
Significa discutere di carbone laddove abbia ancora una funzione transitoria e tecnicamente sostenibile.
E significa soprattutto tornare a parlare seriamente di nucleare.
L’Italia ha avuto una stagione nucleare e poi ha scelto, attraverso decisioni politiche e referendum, di abbandonarla. Oggi il mondo energetico è cambiato.
Se vogliamo tornare a discutere di nucleare, dobbiamo farlo senza slogan, valutando tecnologie, costi, sicurezza, tempi e gestione dei rifiuti.
La politica energetica non può essere una questione religiosa.
Deve essere una questione industriale.
C’è poi un’altra enorme questione nazionale: gli italiani che vivono all’estero.
Per decenni abbiamo assistito a un’emigrazione continua di giovani, professionisti, lavoratori, imprenditori e famiglie.
Molti sono partiti perché non trovavano opportunità.
Altri perché cercavano stipendi migliori.
Altri ancora perché volevano costruire un’esperienza internazionale.
Non possiamo limitarci a dire che sono “cervelli in fuga”.
Dobbiamo chiederci perché non tornano.
E soprattutto dobbiamo creare le condizioni perché chi vuole rientrare possa farlo.
Fiscalità, lavoro, casa, servizi, scuola, riconoscimento dei titoli, accesso al credito e possibilità di avviare un’attività devono essere inseriti in una vera politica di rientro.
L’italiano che torna dall’estero non deve essere considerato un problema burocratico.
Deve essere considerato una risorsa.
Porta competenze.
Porta lingue.
Porta relazioni internazionali.
Porta capitali.
Porta esperienze.
E soprattutto porta un patrimonio umano che appartiene al nostro Paese.
Anche sull’immigrazione bisogna avere il coraggio di parlare senza ipocrisie.
Un Paese serio deve essere in grado di distinguere tra chi ha diritto a rimanere e chi non ha titolo per farlo.
Chi ha diritto alla protezione prevista dalla legge deve essere tutelato.
Chi lavora regolarmente deve essere messo nelle condizioni di contribuire alla società.
Chi invece non ha alcun diritto a rimanere deve essere rimpatriato attraverso procedure legali, efficaci e rispettose dei diritti fondamentali.
Non è estremismo.
È sovranità dello Stato.
Allo stesso tempo ritengo necessario ripensare profondamente il sistema dei flussi di ingresso per lavoro.
La domanda di lavoro esiste e deve essere valutata.
Ma una politica nazionale dovrebbe partire anche dalla valorizzazione delle persone che già appartengono alla comunità italiana e dagli italiani che potrebbero rientrare dall’estero.
L’obiettivo non deve essere contrapporre italiani e stranieri.
L’obiettivo deve essere creare un mercato del lavoro nel quale nessuno venga utilizzato come manodopera a basso costo e nel quale il lavoro regolare sia conveniente per tutti.
Anche nei confronti dell’Europa serve un cambio di mentalità.
Essere europeisti non significa considerare intoccabile ogni decisione assunta a Bruxelles.
Essere italiani non significa necessariamente essere contro l’Europa.
Io credo in un’Europa nella quale gli Stati collaborino quando è conveniente farlo e difendano i propri interessi quando necessario.
L’Unione europea è costruita su trattati e regole che gli Stati hanno scelto di sottoscrivere. Per questo non basta dire “sospendiamo gli accordi” come se fosse una decisione priva di conseguenze.
Bisogna negoziare.
Bisogna esercitare il peso politico dell’Italia.
Bisogna utilizzare gli strumenti previsti dai trattati.
E quando un accordo non è più adeguato agli interessi nazionali, bisogna avere la forza di chiedere che venga modificato.
L’Europa stessa dimostra che non tutti i Paesi hanno seguito lo stesso percorso di integrazione. Alcuni Stati membri, come la Polonia, hanno mantenuto la propria valuta e non fanno parte dell’area euro.
Questo dimostra che l’integrazione europea non ha prodotto un modello completamente uniforme.
Ma proprio per questo bisogna conoscere le regole prima di contestarle.
La sovranità non si proclama con un post sui social.
Si esercita conoscendo i trattati, costruendo alleanze e avendo una forza economica e politica sufficiente per negoziare.
Sulla sicurezza farei una distinzione netta.
Investire nelle forze dell’ordine è necessario.
Un cittadino deve poter camminare per strada senza paura.
Le città devono essere sicure.
Le forze dell’ordine devono avere personale, mezzi, formazione e strumenti adeguati.
Ma sicurezza interna e corsa agli armamenti sono due questioni diverse.
L’Italia non ha bisogno di dichiarare guerra a nessuno.
Non vogliamo una guerra.
Vogliamo un Paese capace di difendersi e di contribuire alla sicurezza internazionale nel quadro delle proprie alleanze e degli obblighi assunti.
Ogni euro pubblico deve però essere valutato anche alla luce delle altre emergenze nazionali.
Se dobbiamo chiedere sacrifici agli italiani, dobbiamo spiegare chiaramente ogni priorità di spesa.
Un altro capitolo riguarda la frammentazione amministrativa.
L’Italia ha un numero elevatissimo di Comuni, molti dei quali hanno dimensioni demografiche molto ridotte.
Non significa che un piccolo Comune non abbia dignità.
La dignità delle comunità non è in discussione.
Ma un conto è preservare l’identità di un territorio, un altro è mantenere necessariamente strutture amministrative separate quando la loro gestione può essere resa più efficiente attraverso fusioni, unioni, servizi associati e razionalizzazioni.
Si può conservare la comunità senza conservare ogni duplicazione burocratica.
Anche qui bisogna avere il coraggio di cambiare.
Tutto questo non può essere realizzato in dodici mesi.
Chi promette di risolvere il debito italiano in un anno racconta una favola.
Io immagino un percorso di cinque o dieci anni.
Un periodo nel quale lo Stato dovrebbe assumere una regola politica molto semplice: prima di promettere qualcosa di nuovo, bisogna dimostrare di aver reso più efficiente ciò che già esiste.
Per alcuni anni bisognerà probabilmente fare sacrifici.
Ma il sacrificio deve essere equo.
Non può significare chiedere sempre qualcosa a chi già paga tutto, mentre chi evade continua indisturbato.
Non può significare tagliare i servizi essenziali mentre si mantengono sprechi.
Non può significare chiedere alle famiglie di stringere la cinghia mentre la macchina pubblica continua a crescere senza controllo.
Il sacrificio deve essere accompagnato da una promessa precisa: ogni rinuncia di oggi deve servire a costruire una condizione migliore domani.
Ridurre il debito non significa necessariamente azzerarlo.
Significa invertire strutturalmente la tendenza.
Significa fare in modo che il rapporto tra debito e ricchezza prodotta diminuisca nel tempo.
Significa smettere di considerare normale finanziare ogni emergenza attraverso nuovo debito.
Significa creare una cultura politica nella quale l’equilibrio dei conti non sia considerato un ostacolo, ma una forma di libertà.
Perché uno Stato fortemente indebitato è uno Stato con meno margini di scelta.
Ogni aumento dei tassi, ogni crisi internazionale, ogni emergenza può trasformarsi in un problema enorme.
Uno Stato con conti più solidi dispone invece di maggiore autonomia.
E quindi l’esdebitamento non è austerità fine a se stessa.
È sovranità.
Alla fine, però, tutto torna alla frase dalla quale sono partito.
Direi la verità agli italiani.
Direi loro che non possiamo avere contemporaneamente tasse bassissime, servizi pubblici illimitati, pensioni sempre più generose, sanità gratuita e perfetta, apparati amministrativi enormi, nuove infrastrutture, nuove spese militari, nuovi bonus e nessun aumento del debito.
Qualcuno deve pagare.
E quel qualcuno, alla fine, è sempre il cittadino.
Per questo bisogna cambiare approccio.
Non promettere tutto a tutti.
Scegliere.
Stabilire priorità.
Tagliare ciò che non serve.
Colpire l’evasione.
Semplificare.
Riorganizzare la pubblica amministrazione.
Ridurre il debito.
Abbassare le tasse.
Tornare a produrre.
Tornare alla terra.
Investire nell’energia.
Difendere il lavoro.
Favorire il rientro degli italiani dall’estero.
Gestire l’immigrazione attraverso regole chiare.
Negoziare con l’Europa senza complessi di inferiorità.
Investire nella sicurezza dei cittadini.
E soprattutto restituire valore al lavoro.
Non credo nell’Italia dell’assistenzialismo permanente.
Credo nell’Italia di chi si alza la mattina, apre un negozio, accende un’impresa, entra in fabbrica, coltiva un campo, insegna, cura un malato, guida un autobus, costruisce una casa, apre uno studio professionale, lavora in un ufficio pubblico, parte per andare all’estero e magari un giorno decide di tornare.
Credo nell’Italia che si rimbocca le maniche.
Non nell’Italia che aspetta sempre che qualcun altro risolva i problemi.
Il nostro Paese non ha bisogno dell’ennesimo slogan.
Ha bisogno di un progetto.
E un progetto serio deve partire da una consapevolezza semplice: non possiamo distribuire ricchezza che prima non abbiamo prodotto.
Prima bisogna tornare a produrla.
Poi bisogna smettere di sprecarla.
Poi bisogna ridurre il debito.
E infine bisogna restituire agli italiani una parte sempre maggiore di quella ricchezza attraverso meno tasse, più lavoro e più opportunità.
È un percorso lungo.
È difficile.
Richiede sacrifici.
Richiede consenso e soprattutto coraggio politico.
Ma non è utopia.
L’utopia è continuare a pensare che possiamo andare avanti per sempre come abbiamo fatto finora.
La vera alternativa è molto più concreta: lavorare, produrre, risparmiare, investire, risanare.
E tornare a essere padroni delle nostre scelte.
Perché un Paese economicamente più solido è un Paese politicamente più libero.
E io credo che questa debba essere la vera sfida dell’Italia dei prossimi dieci anni.
Non promettere agli italiani una vita senza sacrifici.
Ma promettere loro che i sacrifici, questa volta, serviranno davvero a costruire il futuro.
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