In un collegamento che va da Perugia fino alle coste bianche di Ostuni, dietro la serenità del paesaggio primaverile del maggio 2026, si muovono correnti profonde e inquiete che attraversano il tessuto sociale del nostro Paese. Ai microfoni di Fast News Platform, il dibattito guidato da Antonio Nesci si accende su un tema che è insieme antico e tragicamente attuale: il collasso dei riferimenti educativi e la nuova frontiera della criminalità, tra droghe sintetiche e devianze adolescenziali.
L’ospite d’onore, o meglio la “guest star” come definita in apertura, è un uomo che ha trascorso quarant’anni in prima linea: il Generale di Brigata della Guardia di Finanza (in congedo) Luigi Del Vecchio. Oggi romanziere di successo e uomo di cultura, Del Vecchio porta con sé l’esperienza di chi ha visto il volto dello Stato cambiare, ma soprattutto di chi oggi osserva con occhio critico e preoccupato la metamorfosi della società civile.
Il punto di partenza è il teatro, ma un teatro che si fa cronaca nera e storia sociale. Del Vecchio si appresta a vestire i panni di un vicequestore nello spettacolo Femmine Infame, tratto da un testo di Dino Cassone. La storia è quella di Giuseppa Di Sano, una madre nella Palermo del 1896 a cui la mafia strappa la figlia diciassettenne.
“Infame è il modo con cui i palermitani apostrofavano questa donna,” spiega il Generale con voce ferma. “Siamo in una fase storica in cui la mafia imperava. Giuseppa è considerata tra le primissime donne a fare dichiarazioni contro la mafia. Non una collaboratrice di giustizia nel senso moderno, ma una donna che, per motivi familiari, ha iniziato a parlare”.
Il termine “infame”, che nel codice d’onore criminale indica il tradimento, diventa per Del Vecchio il simbolo di una ribellione necessaria. Tuttavia, il Generale nota con rammarico come queste figure non siano adeguatamente ricordate: “Mi fa piacere portare alla luce una storia forte e intensa, perché Giuseppa non è particolarmente ricordata nei vari anniversari delle vittime di mafia”.
Il discorso si sposta rapidamente dal passato al presente, toccando quello che Del Vecchio definisce il cuore del problema moderno: la famiglia. Un tempo piramide solida, oggi sembra un castello di sabbia che si sgretola sotto i colpi di una modernità iper-veloce e di una perdita di contatto generazionale.
“La famiglia, che rappresenta il fulcro della nostra società, è senza alcun ombra di dubbio in crisi,” afferma Del Vecchio con una severità mitigata dall’amarezza del padre. “Sono molto preoccupato dalle devianze che oggi stanno avendo i giovani. Le famiglie stesse non riescono a controllare i propri ragazzi, che ormai sono completamente allo sbando”.
Il Generale cita dati inquietanti: adolescenti che giocano d’azzardo online nelle proprie camerette all’insaputa dei genitori, o peggio, che escono di casa per compiere atti di violenza estrema. “Oggi in Italia gli omicidi vengono compiuti più da adolescenti che da adulti,” sottolinea, richiamando una statistica che dovrebbe far tremare le istituzioni.
L’analisi viene supportata da Alessandro Nardelli, direttore di Inpuglia24, che riporta un caso recente di cronaca ad Ostuni: una quindicenne finita in coma etilico durante una gita scolastica dopo aver ingerito un mix di superalcolici nascosto in una borraccia. Un episodio che Del Vecchio usa per tracciare un profilo della “generazione di passaggio”: adulti che non vedono, o che non hanno più gli strumenti per arginare lo “sballo acuto” dei figli.
L’esperienza del Generale nella Guardia di Finanza emerge prepotente quando il discorso vira sui traffici illeciti. Non si parla più solo di eroina o cocaina “tradizionali”, ma dell’invasione delle droghe sintetiche e del pericolo del Fentanil, la droga che sta devastando gli Stati Uniti e che bussa prepotentemente alle porte dell’Europa.
“È un pericolo in atto, concreto,” avverte Del Vecchio. “Ciò che oggi spaventa sono le droghe sintetiche, migliaia di tipologie con effetti devastanti. Anche le sigarette elettroniche sono un veicolo: spesso i prodotti per caricarle vengono acquistati online e sono assolutamente nocivi”.
Il Generale ricorda che dietro lo spaccio non c’è solo il degrado di strada, ma un’architettura economica complessa: “C’è tutto un mondo economico che ruota intorno allo spaccio: il riciclaggio, l’introduzione nel territorio di proventi illeciti. L’impegno delle forze dell’ordine è capillare, ma il fenomeno è vastissimo”.
Di fronte a un panorama così frammentato, dove i social network diventano palcoscenico per sfide di violenza (le cosiddette challenge) e dove le forze dell’ordine vengono spesso sbeffeggiate da gang di minorenni, Luigi Del Vecchio lancia una proposta destinata a far discutere.
“Lancio una provocazione, ma ne sono convinto: credo che abbassare la soglia di punibilità possa costituire un deterrente importante,” dichiara il Generale. “Vedo nei ragazzi d’oggi la piena maturità di essere consapevoli di commettere un delitto, ma allo stesso tempo la stupidità di non comprendere che si rischia di passare la vita in galera. Se compi un delitto a 18 anni, hai la vita dietro le sbarre, eppure questo non si comprende”.
La severità del Generale non è un richiamo all’autoritarismo fine a se stesso, ma una richiesta di concretezza. Critica aspramente la mancanza di una “certezza della pena” in Italia, definendo necessari i “pugni sul tavolo” di fronte alla criminalità, a prescindere dall’età di chi la commette.
“Abbiamo un diritto penale all’avanguardia e viviamo in un paese democratico,” ammette, “ma la certezza della pena deve essere tale per cui, nel momento in cui si delinque, la pena venga scontata senza sotterfugi o mezzucci che tendono solo a ridimensionare ciò che è stato compiuto”.
Il dibattito si conclude analizzando il paradosso della sicurezza urbana. Antonio Nesci sottolinea come oggi sia Milano, e non più solo le città del Sud, a essere percepita come epicentro di insicurezza, tra sfide tra trapper e “boschi dello spaccio”.
Del Vecchio concorda, esprimendo la sua preoccupazione anche come genitore di figlie che lavorano proprio nell’hinterland milanese. “La preoccupazione c’è. L’applicazione della legge deve essere effettivamente concreta,” ribadisce. Il riferimento corre anche agli scontri di piazza, come quelli avvenuti durante il Primo Maggio a Torino, dove manipoli di facinorosi hanno trasformato una festa del lavoro in un campo di battaglia contro le forze dell’ordine.
Il Generale difende l’operato dei colleghi in divisa, sottolineando come la libertà di manifestare non possa mai tradursi nell’aggressione a chi è pagato per proteggere la sicurezza di tutti. “Nessuno di noi si sognerebbe mai di andare contro la polizia o creare turbamenti tali da generare un intervento,” conclude, evidenziando la distanza siderale tra la protesta civile e la violenza gratuita che sembra aver contagiato le nuove generazioni.
L’intervista di Luigi Del Vecchio a Fast News Platform non è solo un resoconto di cronaca, ma un manifesto politico e sociale. Il Generale descrive un’Italia al bivio: da un lato la necessità di recuperare la memoria di figure come Giuseppa Di Sano per ricostruire una coscienza antimafia; dall’altro l’urgenza di riforme legislative che ridiano autorevolezza allo Stato e responsabilità ai giovani.
Tra la carriera militare e la nuova vita da romanziere, Del Vecchio continua a interrogare il presente. Le sue parole risuonano come un monito: senza una famiglia solida e senza la certezza che ogni azione ha una conseguenza legale, il “quarto d’ora accademico” della nostra democrazia rischia di trasformarsi in un ritardo incolmabile verso la sicurezza e la civiltà.
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