Spettacolo

Il jazz e la critica: da musica marginale a forma di pensiero

Non c’è nostalgia, non c’è celebrazione, ma piuttosto solo il desiderio di comprendere come il jazz, da musica marginale, sia diventato forma di pensiero. E come la critica, da esercizio retorico, sia diventata laboratorio di senso.

// di Irma Sanders //

Il libro di Guido Michelone non si limita a raccogliere le voci, ma le orchestra. Ogni intervista vibra come un assolo, ogni pagina costruisce una polifonia critica che attraversa quasi un secolo di pensiero musicale. Il punto di partenza è emblematico. Durante una serata torinese del 15 gennaio 1935, quando Louis Armstrong, con la sua tromba e il suo sorriso, ruppe il silenzio imposto dal regime, Massimo Mila, giovane musicologo antifascista, ne scrisse con entusiasmo. Fu questo il primo gesto critico, un timido sguardo libero sul jazz in Italia.

Da quel momento, la storia della critica jazzistica si annoda con le vicende del Bel Paese. La Liberazione del 25 aprile non fu solo un evento politico, ma divenne la soglia che permise al jazz di essere finalmente ascoltato, discusso ed pensato. Le parrocchie ideologiche – democristiana e comunista – tentarono di arginarlo, ma il jazz, come l’acqua, trovò sempre una via, mentre la critica, da subito, ne accompagnò il cammino. Michelone non racconta, ma documenta la critica attraverso personalità distanti, talvolta antitetiche e con differenti visioni della sintassi jazzistica. Le 80 interviste – condotte nel tempo e completate dalla collaboratrice Valentina Voto – non sono semplici testimonianze, ma si attestano come frammenti di una grammatica critica in continua evoluzione. Dalle radio libere alle riviste rock e folk, dal Sessantotto all’ingresso nei conservatori, il jazz diventa linguaggio giovanile, poi disciplina accademica, infine patrimonio condiviso, mentre la critica, da militante, si fa matura, interdisciplinare, capace di cogliere le strutture formali, le tensioni estetiche, le dinamiche comunicative.

Nel fluire delle testimonianze, il volume cita con forza alcune delle figure più autorevoli del panorama critico contemporaneo: studiosi, musicologi, storici del jazz che intrecciano saperi con una prolificità fuori dall’ordinario. Stefano Zenni, Luca Cerchiari, Francesco Cataldo Verrina, Gianni Gualberto, Flavio Caprera, Enrico Merlin e lo stesso Guido Michelone si distinguono non soltanto per la quantità delle loro produzioni, ma soprattutto per l’ampiezza e la modernità della loro visione critica. Essi superano con decisione il guado della prevedibilità e dell’area di comfort, introducendo con slancio elementi di revisione e apertura intellettuale, capaci di disegnare una mappa critica aggiornata, aperta a molteplici orizzonti interpretativi e formali. Questa pluralità di voci e approcci non induce dispersività, ma piuttosto arricchisce un discorso unitario, articolato con rigore e passione, dove la critica diventa laboratorio di idee e pratica interdisciplinare. L’intento è quello di rifondare continuamente il rapporto con un’arte che, pur consolidata nell’immaginario collettivo, mantiene in sé potenzialità inesplorate e capacità di interrogare il presente.

Il libro s’inserisce in un progetto più ampio, ossia la creazione una vera enciclopedia tematica del jazz, costruita da Michelone attraverso titoli come Il jazz filmIl jazz e le artiIl jazz e le ideeIl jazz e i mondi. Ogni volume costituisce una variazione su un tema, ogni capitolo una modulazione. Il jazz e la critica è forse il più riflessivo, il più interno, poiche non parla del jazz, ma del pensiero che lo accompagna, lo interroga e lo trasforma. Non c’è nostalgia, non c’è celebrazione, ma piuttosto solo il desiderio di comprendere come il jazz, da musica marginale, sia diventato forma di pensiero. E come la critica, da esercizio retorico, sia diventata laboratorio di senso.

Redazione

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