«Una comunità si riconosce nei suoi simboli. Una statua è spesso parte dell’identità di un luogo: modificarla può causare un senso di smarrimento culturale». Con queste parole l’antropologo Pino Cinquegrana interviene nel dibattito sempre più acceso che riguarda la rimozione, lo spostamento o la reinterpretazione di monumenti e opere pubbliche legate alla memoria collettiva.
Secondo Cinquegrana, ogni comunità costruisce nel tempo un legame affettivo e simbolico con gli elementi che punteggiano il proprio paesaggio urbano e rurale. Statue, lapidi, croci votive, fontane, monumenti ai caduti: tutti segni tangibili di una narrazione che unisce passato, presente e futuro. «Non si tratta solo di pietra o bronzo – sottolinea l’esperto – ma di presenze vive nel quotidiano, che parlano di appartenenza e continuità».
L’intervento arriva in un momento in cui, in varie città italiane, si discute sulla sostituzione di simboli ritenuti obsoleti, controversi o non rappresentativi dei valori attuali. Ma per Cinquegrana il rischio è quello di generare un “vuoto identitario”, soprattutto nelle piccole comunità dove ogni monumento è parte del vissuto collettivo. «Modificare o rimuovere una statua – avverte – può significare smarrire un pezzo della propria storia condivisa».
Per l’antropologo calabrese è fondamentale distinguere tra il necessario aggiornamento dei contesti storici e l’errore di voler cancellare ciò che appartiene a un passato anche problematico. «L’educazione critica è preferibile alla rimozione – osserva – perché consente di comprendere, contestualizzare, e far evolvere il senso di un simbolo senza rinnegarlo».
Il messaggio è chiaro: i simboli non sono solo arredi urbani, ma strumenti identitari profondi. E toccarli, senza una riflessione collettiva e consapevole, può creare ferite difficili da rimarginare.
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