Ma la felicità non è sicuramente tornare o rimanere per continuare a zappare, a lavorare la terra del padrone con la schiena curva per la fatica e l’obbedienza, senza nessuna lamentela; a sottostare ai soprusi senza mai chiedere conto perché se ti lamenti perdi il pezzo di pane che serve a sfamare la famiglia, e i figli, anche loro, come noi, crescendo avranno la schiena piegata e continueranno a stare zitti. Nicola mi ha sempre detto che bisogna lottare per rivendicare i propri diritti. Lui lo faceva quando frequentava la sezione del partito. Ma finché si è in pochi non si riuscirà a raggiungere l’uguaglianza sociale desiderata. Lui lo ha letto in tanti libri, ma è difficile metterlo in pratica. Felicità, quindi, sarà soprattutto poter tornare nella propria terra per riuscire a cambiare la direzione del vento, con lo sguardo fiero e la speranza di rompere quelle tradizioni, quelle consuetudini, quelle catene che ci vogliono succubi di chi ha il potere e comanda. Felicità è riuscire a far studiare i propri figli, farli emancipare rispetto a noi, farli crescere con la consapevolezza che, come diceva sempre nonno Cosimo, la conoscenza rende liberi; questo sicuramente ci ripagherà dei sacrifici fatti. […]
da: “La Casa Ultima” di Merilia Ciconte edito nella Collana Narrativa Santelli
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