Doveva essere una presenza di alto profilo quella del premier israeliano Benjamin Netanyahu alla cerimonia d’insediamento di Papa Leone XIV, prevista oggi a San Pietro. E invece, come già accaduto in occasione dei funerali di Papa Francesco, il leader israeliano ha deciso di non partecipare. Una rinuncia che, secondo quanto riportato dal sito di informazione israeliano Ynet, sarebbe dettata dal timore di essere arrestato in territorio italiano sulla base del mandato emesso nei suoi confronti dalla Corte penale internazionale (Cpi) per crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
Tel Aviv avrebbe avviato una serie di contatti riservati con le autorità italiane e vaticane, nel tentativo di ottenere rassicurazioni circa l’eventuale esecuzione del mandato. Ma le risposte ricevute non sarebbero state sufficientemente rassicuranti, spingendo Netanyahu a cancellare la trasferta in extremis.
Un ruolo non secondario, nella scelta finale, potrebbe averlo avuto anche il mutato tono di alcune dichiarazioni provenienti da Roma. In un primo momento, all’indomani dell’emissione del mandato a novembre 2024, esponenti del governo italiano avevano espresso solidarietà al premier israeliano. Matteo Salvini, vice premier e leader della Lega, lo aveva definito “il benvenuto” in Italia, sostenendo che “i criminali di guerra sono altri”. Sulla stessa linea, il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva parlato di immunità diplomatica, richiamandosi alla Convenzione di Vienna.
Negli ultimi mesi, però, le posizioni sembrano essersi sfumate. Tajani ha recentemente criticato con toni più severi l’operato dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza, chiedendo la fine delle ostilità e l’avvio di un percorso verso la pace. Anche il premier Giorgia Meloni ha parlato di una situazione “sempre più drammatica e ingiustificabile” a Gaza, invitando Israele al rispetto del diritto internazionale.
Il mandato d’arresto contro Netanyahu – così come quello emesso per il ministro della Difesa Yoav Gallant – è stato richiesto dalla Procura della Corte penale internazionale per i presunti crimini commessi a partire dall’8 ottobre 2023, in risposta all’attacco di Hamas, fino almeno al maggio 2024. In base allo Statuto di Roma, i 124 Stati aderenti alla Cpi, tra cui l’Italia, hanno l’obbligo giuridico di collaborare con la Corte e dare esecuzione ai suoi provvedimenti.
Va ricordato, tuttavia, che in aprile Netanyahu si era recato in Ungheria – anch’essa firmataria dello Statuto – senza che vi fossero conseguenze: il premier Viktor Orbán, anzi, aveva colto l’occasione per annunciare l’intenzione del suo governo di ritirarsi dalla Corte, definendola un “tribunale politico”. In Italia, invece, la prudenza ha avuto la meglio. E la presenza di Netanyahu alla cerimonia per Papa Leone XIV, almeno per ora, è un’ipotesi sfumata.
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